martedì 27 dicembre 2022

Sob!




Osho

 


L'Amaca

 

Un lavoro interrotto
DI MICHELE SERRA
Una sorella, due genitori, una nonna, un prete anzi due (il cappellano don Burgio e quella gran persona che è don Rigoldi). Leggendo e ascoltando le parole delle persone coinvolte, si capisce che i sette ragazzi evasi dal carcere minorile di Milano possono contare, dentro e fuori, su qualche adulto in grado di dare loro buoni consigli. Tre sono già tornati dentro. Don Rigoldi si aspetta una telefonata dagli altri quattro.
Come tutti, per istinto, alla notizia dell’evasione la prima cosa che mi è venuta in mente è l’allarme sociale.
Saranno pericolosi? Magari qualcuno sì.
Non avevo pensato, invece, al lavoro interrotto: il lavoro di recupero sociale, psicologico e umano che delle carceri è il compito più importante (articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere al recupero del condannato”).
In un carcere minorile vale il doppio.
Che in quei luoghi così importanti si lavori è un tema davvero trascurato.
L’idea più corriva e stupida del carcere (ben rappresentata dai politici forcaioli) è il “butta via la chiave” che li apparenta a un cimitero di vivi. E invece, dal personale agli operatori sociali ai volontari ai medici ai preti, sono molte le persone che lavorano in carcere: compresi i detenuti. Vanno aiutate a lavorare. Cosa pensereste di una fabbrica con le macchine in panne e le finestre rotte? Il Beccaria non ha un direttore da vent’anni e da quindici è aperto un cantiere senza fine. Da quel buco (lavori in corso) sono scappati i detenuti. Da quel buco rischia di scivolare via il lavoro paziente di chi si occupa dei ragazzi che hanno sbagliato.

Onestà in pericolo

 

Giù le mani
di Marco Travaglio
Appena salta fuori qualche politico corrotto, salta su qualche partito con l’ideona di ripristinare il finanziamento pubblico. Infatti ora, in pieno scandalo Ue-Qatar, il Pd vuole raddoppiare i finanziamenti indiretti, assegnando ai partiti anche il 2 per mille delle tasse dei cittadini che non vogliono. E Articolo 1 vuole tornare ai finanziamenti diretti pre-2013. Lo slogan implicito è: “Così non rubiamo più”. Ma, a parte il fatto che rubare è proibito dal VII comandamento e dai codici penali di tutto il mondo dalla notte dei tempi, le euromazzette non finivano ai partiti. Bensì nelle tasche di singoli eurodeputati e portaborse. E soprattutto non c’è alcuna prova dell’equazione “più fondi pubblici, meno mazzette”. Anzi, c’è la prova del contrario: il finanziamento pubblico fu varato nel 1974 con lo scandalo petroli, quando i pretori genovesi Almerighi, Brusco e Sansa scoprirono che i partiti erano sul libro paga dell’Unione petrolifera, che ogni anno girava loro una percentuale sugli sconti fiscali votati in Parlamento. Da allora i miliardi statali non impedirono ai partiti di continuare a foraggiarsi illegalmente con tangenti da imprenditori in cambio di appalti pilotati e altre marchette; fondi neri di aziende di Stato gestite da loro manutengoli; dollari americani (alla Dc&alleati) e rubli sovietici (al Pci). Nel 1992, quando scoppiò Tangentopoli, i partiti ricevevano fondi pubblici legali (dal finanziamento statale) e illegali (da Iri, Eni, Enel, municipalizzate ecc); fondi privati legali (quelli registrati nei bilanci delle imprese e nel registro dei partiti in Parlamento) e illegali (tangenti e finanziamenti occulti). Perciò, al referendum del ’93, gli italiani votarono in massa per abolire il finanziamento pubblico.
Questo però, appena uscito dalla porta, rientrò dalla finestra travestito da “rimborsi elettorali”. Che, calcolati a forfait e senza ricevute, coprivano 4-5 volte le spese per le elezioni. E aumentavano di anno in anno con voti bipartisan, fino a diventare una tassa-monstre di 10 euro l’anno per ogni elettore (contro 1,1 del ’93). Nel 2009 la Corte dei conti rivelò che in 15 anni i partiti avevano prelevato 2,2 miliardi di euro dalle casse dello Stato. Nel 2013, per frenare l’avanzata dei 5Stelle, il governo Letta passò al finanziamento pubblico indiretto e volontario: chi vuol aiutare un partito gli devolve il 2xmille delle tasse. Soluzione ragionevole, che obbliga i partiti a curare il rapporto con gli elettori per meritarsi il loro sostegno: chi non ha elettori o se ne guadagna il disprezzo, peggio per lui. Tornare al vecchio magnamagna, oltreché vergognoso, sarebbe suicida. Lo slogan “Così non rubiamo più” verrebbe subito tradotto: “Siccome i nostri rubano, noi derubiamo gli italiani”.

domenica 25 dicembre 2022

Insofferente


Chissà perché ma a festeggiare questo Natale mi sembra di essere nel salone delle feste del Titanic, con le luci abbacinati, la musica, i sorrisi di rito e non, la gaudente consapevolezza di essere un privilegiato, mentre fuori da questa enclave bimbi, madri, padri al freddo, al buio, vivono nel terrore questa festa già troppo commercializzata, deturpata, insonorizzata dal ciacolare di chi, come me, crede di non essere invischiato nel baccanale bellico, agevolando e maldestramente delegando ad altri le sorti di questo pianeta, soffocato da interessi, da politiche dannose, inumane, agghiaccianti, dedite allo sfruttamento, al riarmo, al sopruso. Quel Bambino che molti, ma non troppi, credono essere il Figlio di Dio, s’interrogherà anch’egli su questa gestione di un’umanità scellerata, rancorosa, invidiosa, assetata di affossare l’altro. Mi vergogno di credere che tutto sia bello, soffice, pacioso, non potendo condividere le sofferenze della maggioranza degli abitanti questa palla blu spersa nel nero abissale dell’universo. Intanto il maestro ha cambiato musica, qui nel salone delle feste del Titanic!