Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 13 dicembre 2022
Antonio
Il silenzio della sinistra comunica più di mille parole
di Antonio Padellaro
Segnatevi questa frase: “Vedere ex leader della sinistra fare i lobbisti in grandi affari internazionali non è solo triste, dice molto sul perché le persone non si fidano, non ci credono più”. Parole del vicesegretario del Pd, Giuseppe Provenzano, pronunciate nelle stesse ore nelle quali il Qatargate investiva il Parlamento europeo, con l’Italian connection che vede tra gli accusati e i coinvolti a vario titolo esponenti e personaggi della sinistra e del sindacato. Primo fra tutti l’ex europarlamentare Pd, ora Articolo 1, Antonio Panzeri con il sequestro di 500 mila euro nella sua casa di Bruxelles. Perché le parole di Provenzano vanno tenute a mente? Perché a distanza di tre lunghe giornate sono l’unica reazione significativa alla domanda che avrebbe dovuto subito coinvolgere Pd, Articolo Uno e in generale l’area cosiddetta progressista: esiste una questione morale a sinistra? Se pure il bersaglio immediato di Provenzano era Massimo D’Alema, che ha propiziato l’interessamento di un paperone qatariota ad acquisire la raffineria Lukoil di Priolo in Sicilia, resta evidente che per il dirigente del Pd la frase sulle “persone che non si fidano, che non ci credono più” valga a maggior ragione dopo che gli elettori del suo partito hanno appreso dei sacchi colmi di denaro contante. Sì, c’è un elefante nel corridoio (vero Bersani?) dei partiti della sinistra, eppure da quei pensosi sinedri si risponde con una forte e indignata aggettivazione: “Gravissimo” (Paolo Gentiloni, commissario europeo); “ripugnante” (Paola Picierno, vicepresidente a Strasburgo); addirittura una raffica di “sconcerto, dolore, schifo, molta rabbia” (Brando Benifei, capo delegazione del Pd a Bruxelles). Quanto al dibattito congressuale Democrat, be’ tenetevi forte. Stefano Bonaccini (a stento trattenuto dai conduttori di In Onda): “Serve una politica più sobria”. Mentre la rivale Elly Schlein, visibilmente turbata dal “danno procurato all’istituzione europea” ha auspicato che “sia fatta piena luce” (con il soave Fabio Fazio che si guardava bene dall’insistere sul tema: per caso anche la sinistra ruba?). Rispetto a questo vuoto spinto resta forse più comprensibile il silenzio luttuoso di Speranza e C. che, probabilmente, non sanno a che santo votarsi (da non confondere con il rispettoso riserbo di quelli di Sinistra Italiana che cercano disperatamente di sotterrare il caso Soumahoro). Infatti, che la sinistra fosse così combinata le persone “che non si fidano, che non ci credono più” lo avevano già capito prima del 25 settembre.
I furbi
Stadi, Doha da inferno a paradiso degli operai: “6mila morti? Falsità”
DI MARCO PASCIUTI E ILARIA PROIETTI
Sui diritti “il Qatar è in movimento verso la giusta direzione”. Parola di Antonio Panzeri, eurodeputato del Pd finito nei guai con l’accusa di aver preso tangenti dall’emirato che, almeno secondo i sospetti degli inquirenti, avrebbe conquistato a suon di munifiche mazzette anche il cuore di Eva Kaili, la vicepresidente del Parlamento Ue. “Il Paese è all’avanguardia nei diritti con l’introduzione del salario minimo” giurava pochi giorni nell’emiciclo di Bruxelles. Prodigo di riconoscimenti anche l’eurodeputato italo belga Marc Tarabella: il Qatar “è l’unico Paese che ha abolito la kafala”. E pace se un tempo pensava che fossero “un insulto all’etica i Mondiali in Qatar”. Conversioni sulla via di Doha speculari a quelle dell’Ituc il più grande sindacato mondiale dei lavoratori che fino a una manciata di anni fa descriveva il Paese come “patria della schiavitù” salvo poi dipingerlo come un quasi Bengodi.
A rileggere le note ufficiali dell’Ituc (Luca Visentini, neo-segretario generale eletto appena il 21 novembre, è stato rilasciato due giorni fa dopo il fermo ordinato dalla magistratura belga) il Qatar ha avuto una provvidenziale e speditissima redenzione che sa di miracolo. Nel 2013 Sharan Burrow che ne è stata segretaria fino a pochi mesi fa, aveva addirittura affermato che nella costruzione degli stadi del Mondiale 2022 sarebbero morte “almeno 4mila persone”. Due anni dopo, nel 2015, aveva confermato la bocciatura definendo il Qatar “un paese senza coscienza con un modello di sviluppo basato sulla schiavitù”. Poi, nel 2017, la certificazione della “svolta” ché erano in arrivo riforme. Tutte leggi-circolari-disciplinari entrate in vigore tra il 2020 e il 2021 e chissà con quali risultati, ma già di per sé sufficienti a Ituc per cantare le lodi di Doha. Benedette al solo annuncio, come nel caso dell’abolizione della kafala, meccanismo di necessario asservimento per non dire schiavitù a un tutore qatariota per i lavoratori stranieri: “Il Qatar sta cambiando. La nuova riforma pone fine a questa forma di schiavitù moderna”. Ecco nel 2020 salutare con il medesimo entusiasmo l’annuncio di un’altra riforma: “I lavoratori migranti sono ora liberi di lasciare il loro posto di lavoro e cercare un’occupazione alternativa dopo un periodo di preavviso”. E che dire del salario minimo varato nel 2021? “È una nuova alba per i lavoratori migranti”. Meglio: una “nuova era di trasparenza” in vista di “una Coppa del mondo che rispetta i diritti dei lavoratori”. Fino alla consacrazione quest’anno.
Nel report sui diritti globali del 2022, l’Ituc ha inserito il Qatar in alta classifica, ossia nel “gruppo 4” dove compaiono Paesi come Usa e Australia, pochi gradini più sotto dell’eccellenza. Insomma il Qatar paradiso dei lavoratori e pace per le denunce di Amnesty International o le inchieste, come da ultimo quella della Reuters sugli operai stranieri sfrattati e costretti ad arrangiarsi in baracche improvvisate per far posto ai tifosi attesi al Mondiale. Bollate come spazzatura invece le inchieste sui morti nei cantieri: per Burrow che nel 2013 aveva previsto una ecatombe tra gli operai dei Mondiali, i 6 mila morti di cui aveva riferito nel 2021 The Guardian, erano “solo un mito”. Del resto Eva Kaili, poche settimane prima di essere pizzicata con le mani nella marmellata, aveva accusato di ipocrisia i nemici di Doha: “Maltrattano e accusano di corruzione chiunque parli o si impegni con loro, ma consumano il loro gas e lì hanno le loro aziende che guadagnano miliardi”. Di recente era stata pure in Qatar per dare il giusto riconoscimento ai progressi fatti sul campo dei diritti. Un assist impagabile. O quasi.
lunedì 12 dicembre 2022
Ottima analisi
Misteri del calcio. Atalanta e Sassuolo, amici della Signora un po’ troppo timidi in campo
di Paolo Ziliani
Detto che sono i magistrati di Torino a parlare, a proposito dell’inchiesta Prisma sulla Juventus, di “partnership con società terze” (facendone i nomi: Atalanta, Sassuolo, Udinese, Sampdoria e Empoli limitatamente alla sola serie A), un pappa e ciccia che mette a forte rischio, a loro dire, la regolarità dei campionati alterando il principio dell’equa competizione, oggi vorrei parlarvi di qualcosa che solo in apparenza attiene a ciò: e poiché le querele, specie temerarie, sono sempre in agguato e nei tribunali ormai sono di casa, preciso subito che il fenomeno di cui vado a parlarvi attiene al mondo dell’imponderabile, è frutto di pura combinazione. Il fatto cui mi riferisco, per quanto incredibile possa sembrare, è accaduto per caso: la volontà degli uomini non c’entra. Fatta la doverosa premessa, tutti sanno che la Juventus ha vinto, dal 2012 al 2020, nove scudetti consecutivi; che Andrea Agnelli (oggi dimissionario) ne è stato presidente dal 19 maggio 2010 fino a ieri; e che secondo la Procura di Torino, in serie A ci sarebbero questi “club amici” (la definizione è di Arrivabene) che facilitano alla Juventus ardite manovre di mercato e non solo.
Ebbene, prendiamone uno, in ordine alfabetico (e d’importanza): l’Atalanta. E analizziamo il suo score nelle partite giocate contro la Juve in serie A dal 2011-12, stagione del primo scudetto di Agnelli, al 2019-20, stagione del nono e ultimo titolo. Siete pronti? E allora. Nelle prime 11 sfide, da gennaio 2012 a dicembre 2016, l’Atalanta perde 11 volte, il che significa sempre. Seguono poi altre 7 partite, fino al luglio 2020, in cui l’Atalanta perde altre due volte e cinque volte pareggia. Bilancio finale dei 18 incontri: vittorie Juventus 13, pareggi 5, vittorie Atalanta 0. Punti Juventus 44, punti Atalanta 5. Impressionante? Come detto, si tratta di puro caso, di una stramba combinazione. Resi ancor più evidenti dal confronto col rendimento che l’Atalanta ha avuto contro i competitori della Juve in queste nove trionfali stagioni: e cioè il Napoli 4 volte secondo, la Roma 3, il Milan e l’Inter una volta. Siete pronti? Contro il Napoli, l’Atalanta di cui la Juve ha fatto strame ha vinto 7 volte, pareggiato 5 e perso 7; è cioè in perfetta parità, 25 punti conquistati come 25 ne ha conquistati il Napoli. Pareggio anche con Roma e Milan: questa volta con 6 vittorie, 6 pareggi e 6 sconfitte, 24 punti l’Atalanta, 24 la Roma e il Milan. Con l’Inter invece l’Atalanta soccombe di misura: 5 vittorie, 7 pareggi e 6 sconfitte. 25 punti l’Inter, 22 l’Atalanta.
Uno dice: ma tu guarda il caso! Magari l’Atalanta prima del 2012 aveva inanellato contro la Juventus un filotto di vittorie da record. Abbiamo controllato: no. Nelle 7 precedenti sfide l’Atalanta aveva perso 6 volte e pareggiato una. Insomma, il Canicattì avrebbe fatto meglio ma che volete farci: la “partnership” di cui parlano i magistrati non c’entra, qui c’entra il caso. E sempre se per caso vi venisse voglia di controllare, per curiosità, il comportamento di un altro “club amico” di Madama, il Sassuolo, e vi capitasse di notare che nelle 14 sfide giocate contro la Juventus il suo score sia stato di 10 sconfitte, 3 pareggi e 1 vittoria, per 6 punti conquistati contro i 33 lasciati alla Juventus, mentre contro l’Inter lo score è stato di 7 vittorie del Sassuolo, 2 pareggi e 5 sconfitte, per un totale di 23 punti conquistati dal “club amico” della Juve contro i 17 lasciati all’Inter, non pensate male: come disse La Rochefoucauld, il caso e gli umori governano il mondo.
E soprattutto il calcio.
Corrias su Nordio
Nordio, il garantista intermittente tra cene e manette lagunari
VITA E OPERE (POCO GRANDI) DEL GUARDASIGILLI - Br, Mose e Meloni Sta con “Mani Pulite”, poi si pente. L’inchiesta sulle coop rosse è un flop. Maledice le intercettazioni, ma ne ha fatto largo uso. A una ferrea regola però non sgarra: in ufficio mai oltre le 17
DI PINO CORRIAS
Per l’età e la sapienza storica si paragona a Churchill. D’aspetto si è gemellato a Giordano Bruno Guerri, quello che vive al Vittoriale con i fantasmi dannunziani. Invece è solo il dottor Carlo Nordio da Treviso, detto l’Intermittente, qualche volta burbero di legge, sempre elegante nei modi, bon vivant per prassi quotidiana e cene veneziane. Ex magistrato di laguna. Neo ministro di lotta e sorprendentemente di governo, visto che per quarant’anni ha ripetuto che un “un magistrato mai e poi mai sarebbe dovuto scendere in politica”. Nemmeno da ex.
Tuttavia a 75 anni compiuti, la noiosa pensione gli ha suggerito l’ascensione tra i velluti di Montecitorio con 115 mila voti incassati dai suoi fratelli d’Italia proprio nel collegio dove operò da magistrato, circostanza in verità non del tutto opportuna, ma a lui concessa senza polemiche, vista la fama locale che la bella carriera gli ha concesso. Oltre a un ben temperato salvacondotto che si è guadagnato nel tempo per essere contemporaneamente di destra nella giurisprudenza che punisce e insieme garantista nei convegni di dottrina, dunque prudentemente equidistante tra gli eterni contendenti che in politica si annettono il premio elettorale di una giustizia forte con i deboli, cioè i poveracci, e debolissima con i forti, titolari del quieto vivere e delle carriere. E quindi astro nascente della Nazione securitaria di Giorgia Meloni. Nonché paladino della “difesa sempre legittima” che piace agli spaventati guerrieri di Matteo Salvini.
A riprova dell’indole s’è subito schierato con il più prepotente tra i senatori rinascimentali, Matteo Renzi, che tra un viaggio a gettone e l’altro, fa la guerra ai magistrati fiorentini che non solo osano indagare sulla fondazione Open che tiene finanziariamente viva la sua Italia Viva, ma hanno mandato gli atti di indagine al Copasir, il Comitato che si occupa dei Servizi segreti. Il sopruso, ha detto in aula il neo ministro, versione garantista, assecondando i lamenti renziani, “sarà oggetto di immediato e rigoroso, sottolineo rigoroso, accertamento conoscitivo”. Subito dopo, ha aggiunto, “questo dicastero procederà a una approfondita, e sottolineo approfondita, valutazione al fine di assumere le necessarie iniziative”. Minaccia perentoria, purtroppo sgonfiatasi in una sola notte, visto che le carte di indagine su Open sono state mandate al Copasir non per malvagità dei magistrati fiorentini, ma per legittima richiesta. Che peccato, e sottolineiamo peccato.
Già pregustava, il Nordio principe del diritto, la bella cronaca delle ispezioni ai suoi ex colleghi, i pubblici ministeri che a vasto raggio detesta forse per averli frequentati a lungo, anche se mai oltre il suo orario d’ufficio, le 17 in punto, ai quali oggi promette carriere separate da quella dei giudici, primo tassello della estesa riforma sempre auspicata dai berlusconiani di lungo corso – i Previti e i Dell’Utri, per esempio – indagati da una trentina d’anni, e dunque competenti per biografia.
Quella di Nordio inizia il 6 febbraio 1947, dentro allo scrigno di Treviso, città mirabilmente narrata nel film di Germi Signore e signori, labirinto di piccole e grandi ipocrisie cattolico-borghesi. Entra in magistratura nel 1977, anno di violenza politica, specie in Veneto. Si occupa di Brigate rosse. Smantella la colonna veneta: “Giravo scortato e armato, ricevevo lettere con la stella a cinque punte, ma ricordo che erano in gioco lo Stato e la democrazia”.
In quanto a difesa della democrazia, partecipa alla stagione di Mani Pulite, segnata in Veneto dalle parabole dei ministri Gianni De Michelis, socialista, e Carlo Bernini, democristiano, con tanto di arresti preventivi e intercettazioni quanto basta. Salvo pentirsi di quasi tutto. Dei colleghi milanesi di Mani Pulite “che indagano con finalità politiche”.
Degli arresti preventivi perché contraddicono “una giustizia che garantisca la presunzione di innocenza”. E delle intercettazioni “che sono uno strumento micidiale di delegittimazione personale e spesso politica”. Per non dire della lunghezza delle indagini a strascico.
Tutte considerazioni che andavano di pari passo alle sue lunghe inchieste a strascico sulle cooperative rosse – anni 1993-98 – 278 indagati, compresi i due bersagli grossi, Achille Occhetto e Massimo D’Alema, che fecero titolo sui giornali, ma niente arrosto nelle indagini. Fino a quando l’ufficio dell’Udienza preliminare gli chiese di spedire i fascicoli alla competente Procura di Roma. Ordinanza che lesse e dimenticò nei cassetti per andarsene a cena. Cena che in quel caso durò fino al 2004, quando saltò fuori il trascurabile misfatto, i due indagati immediatamente prescritti e poi risarciti con 9 mila euro a testa per “ingiustificato ritardo”, non dal pm Nordio, già diventato il castigamatti dei pm, ma dallo Stato.
Nelle vesti di procuratore aggiunto ha coordinato l’inchiesta sulle tangenti al Mose, le barriere architettoniche che fanno argine all’acqua alta di Venezia, 35 arresti preventivi, intercettazioni illimitate, un centinaio di indagati, tra i quali il sindaco Orsoni, pd, il consigliere politico di Giulio Tremonti, Marco Milanese, Forza Italia, e quel capolavoro di Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto, berlusconiano in purezza, ex Publitalia, che obbligato a restituire la villa dove abitava sui Colli Euganei, come acconto per i 15 milioni di maltolto, si portò via i sanitari e i caloriferi, smontati a martellate dai muri.
Nordio considera il suo punto di svolta quando nel 2000 convalidò l’arresto di un geometra che aveva appena caricato una prostituta moldava. E che si suicidò per la vergogna, appena scarcerato. “Mi portò a riflettere su quante misure cautelari potevano essere evitate”. In particolare quella, del tutto arbitraria.
La sua intermittenza garantista gli consente oggi di auspicare la riduzione delle leggi che “sono troppo numerose”, spesso emotive, e insieme assecondare quella emotiva e nuovissima “anti rave”. In compenso promette di smantellare l’obbligatorietà dell’azione penale “diventata un intollerabile arbitrio”. Ripristinare l’immunità parlamentare, smontare la legge Severino sulla incandidabilità dei condannati, secretare le intercettazioni. Ci risiamo, dileguati i tempi grami delle mascherine, si torna a quelli vecchi del bavaglio, la stoffa del migliore garantismo per i giustizialisti.
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