In questo orribile clima politico dove verità e ragione vengono pervicacemente sfanculate da un potere già logoro e culturalmente insignificante, occorre dissotterrare l'ascia, simbolicamente s'intende, e ribattere il più possibile alle falsità, soprattutto a quelle della spaesata Premier che, afferrando i social, avendo la tv di stato servilmente accanto, si permette mistificazioni e adulterazioni della realtà, fomentando i numerosissimi analfabeti funzionali di cui è pregno il paese a sparare cazzate.
Occorre quindi portare evidenze, certezze su quanto contestato.
Come ad esempio l'intervista al giudice che ha rimborsato il migrante e che ha scatenato alti lai.
Da Repubblica
L’INTERVISTA
Bile: “Io toga non militante, attaccato dalla presidente
ma ho solo tutelato diritti”
di Alessandra Ziniti
Il giudice di Roma che ha risarcito un migrante portato in Albania:
«Ho deciso su un padre e la sua possibilità di vedere i figli»
Giudice, la presidente Meloni l’ha definita un magistrato politicizzato. Lo è?
«Assolutamente no. Non sono solito rilasciare interviste, ma oggi parlo perché ho ricevuto un attacco personale. Sono stato accusato di decidere non secondo diritto e coscienza e di utilizzare il mio ruolo di giudice per osteggiare le politiche del governo».
Corrado Bile è il giudice del tribunale di Roma che ha disposto un risarcimento per un migrante portato in Albania e poi liberato.
Difende la sua sentenza?
«Le sentenze si scrivono in nome del popolo italiano, le critiche sono sintomo di democrazia e la libertà di manifestazione del pensiero va difesa ogni giorno. Ma io rispondo all’attacco personale, come qualunque cittadino descritto in modo inesatto. E, come magistrato, penso che i cittadini abbiano il diritto di sapere che io non ho nessun orientamento politico e, se lo avessi, non condizionerebbe i miei provvedimenti. Se così non fosse avrebbe ragione chi parla di una magistratura eversiva. Non posso che essere d’accordo con il presidente Mattarella quando parla di “rispetto vicendevole” tra le istituzioni. Le sue parole rinforzano il convincimento che il giudice deve fare il giudice e le sue decisioni non devono essere condizionate da valutazioni politiche».
Quindi lei non è una toga rossa?
«Certo che no. In quasi 30 anni ho scritto provvedimenti apprezzati o criticati da una parte e dall’altra. Sono stato all’ufficio legislativo del ministero della Giustizia quando erano ministri Clemente Mastella, Luigi Scotti e Angelino Alfano. Sono stato consulente giuridico a Palazzo Chigi con il governo Berlusconi e con il governo Letta, svolgendo sempre un’attività squisitamente tecnica. E sono stato assistente di studio alla Consulta. Insomma un tecnico a prescindere».
È iscritto a correnti dell’Anm?
«No, non sono mai stato un magistrato militante e non ho mai fatto parte di nessuna corrente».
La accusano di aver liberato un migrante con precedenti penali e di avergli dato un risarcimento per la detenzione a Gjader.
«Non sono stato io a rimettere in libertà questa persona ma la Corte d’appello di Roma che non ha convalidato il suo trattenimento. E non mi sono mai espresso né sulla legittimità della sua permanenza in un Cpr né sulla sua espulsione».
E allora perché il risarcimento?
«Ho valutato che un padre di famiglia, trasferito da una parte all’altra, ha diritto di sapere perché e di poter avvertire la sua famiglia, soprattutto quando occorre tutelare i diritti dei bambini. Quest’uomo, che stava in un Cpr in Italia, trasferito senza preavviso e motivazione, ha due figli minori italiani con una mamma italiana. Entra in gioco la tutela di un nucleo familiare con bimbi piccoli. C’è una sentenza del tribunale per i minori del Piemonte e Valle d’Aosta che ha previsto incontri monitorati dai servizi sociali. C’è un interesse dei bambini ad avere questi incontri con il padre, c’è un’esigenza di tutela di un nucleo familiare che, tra l’altro, va in sincrono con una sensibilità da molti espressa in questi giorni a proposito del caso della famiglia del bosco».
Il Viminale dove ha sbagliato?
«Capisco che il fatto che si tratti di un migrante abbia sollecitato il dibattito politico ma la mia decisione riguarda i diritti fondamentali della persona di cui è titolare qualsiasi essere umano, delinquente o meno. La mia sentenza non dice che i centri di Albania sono inadeguati, né che lo Stato non ha diritto di portare i migranti in Albania né che questa persona non poteva essere espulsa. Non era questo l’oggetto della mia decisione. I criminali vanno puniti e le espulsioni sono previste dalla legge. Dunque, non c’è dubbio che il governo abbia il potere di eseguirle, ovviamente seguendo le procedure. Ma qui la questione riguarda il rispetto dei diritti della persona».
Si aspettava questa bufera?
«Sapevo che questa sentenza giunge in un momento in cui l’imminente referendum accende il dibattito politico. Ma se avessi scelto di aspettarne l’esito per depositare la decisione ed evitare la concentrazione dell’attenzione mediatica, sì che avrei fatto una scelta strategica, non solo giuridica e, in qualche modo, politica».
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