Leggi da applicare secondo l’esecutivo
Neanche spente le fiamme di Torino, che già Giorgia Meloni si porta avanti con il suo lavoro quotidiano contro i giudici. Ha chiesto ai magistrati di agire “senza lassismo contro i violenti”. Non un auspicio, ma un’indicazione. Non un commento a caldo, ma la pretesa di una linea di condotta: chi deve fare cosa, come e contro chi. Chi ha (mai avuto) dubbi sulle reali intenzioni del prossimo referendum ha la riprova per fugarli: “raddrizzare” la magistratura è l’obiettivo, indicarle la strada, e a brevissimo, controllarne intenzioni, obbedienza, andatura, dopo averla indebolita il giusto con la separazione delle carriere, il doppio Csm e tutto il livore seminato. Il messaggio è chiaro. Il governo ha fatto la sua parte con i quaranta e passa nuovi reati, un pacchetto sicurezza dopo l’altro. Ora tocca alla magistratura “applicare le norme che già ci sono”. Tradotto: non solo decidiamo le leggi, ma anche le priorità. L’interpretazione non è facoltativa. Meloni: “I magistrati facciano la loro parte affinché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città”. Altro che garantismo: le leggi vanno applicate come le intende il governo, non con le indulgenze delle toghe infedeli. È sull’onda del referendum che la destra allestisce la sua battaglia e la sua propaganda: o con il governo, o con i magistrati così storti da essere nemici persino della polizia. Che, dice Meloni, “se avesse reagito, sarebbe finita sotto indagine”. Non vedendo l’ora di guadagnarsi i rimborsi, i giornali di destra suonano la carica: “È l’ora del pugno duro”; “Rivolta anti-toghe. Ora basta buonismo”; “Perseguire Askatasuna e i politici che lo difendono”; “Meloni sferza i pm: niente esitazioni”; “Contro i violenti due incognite: i sindaci e i magistrati”. Tutto serve a strillare che l’equilibrio tra i poteri è un cedimento delle vecchie democrazie permissive. Per maneggiare quelle nuove è assai più utile la disciplina del comando.
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