domenica 1 febbraio 2026

Sale in cattedra

 

Affresco di un Paese ridicolo: Meloni come i Medici e Leone X…


di Tomaso Montanari 



Tira più un angelo (in realtà una Vittoria…) con la faccia di Giorgia Meloni che dieci bambini morti di freddo a Gaza. Non veniva nient’altro da pensare, ieri, vedendo i siti dei due maggiori giornali italiani aprire per ore con la farsa della pittura murale del sacrestano-militante di Fratelli d’Italia che umilia un muro di San Lorenzo in Lucina, a Roma. È lo strapaese italiano, che ciclicamente torna a galla a rincoglionire ulteriormente il popolo, contribuendo a farci apparire come un paese ridicolo.

E così ieri, puntualmente, sono stati scomodati i criptoritratti della grande storia dell’arte, cioè i brani di pittura, o scultura, nei quali gli artisti del passato hanno dato a personaggi storici il volto di potenti del loro tempo, senza dichiararlo ma contando sul fatto che sarebbero stati riconosciuti. In alcuni casi si trattava di una sincera celebrazione, come nel caso del Dante messo nel paradiso giottesco affrescato nella cappella del Bargello a Firenze, o come per la Verità del sepolcro di Alessandro VII in San Pietro, cui Bernini conferisce il volto di Cristina di Svezia. Giorgia Meloni ha commentato ieri dicendo che non somiglia a un angelo: figuriamoci quanto somiglierebbe alla verità…

In altri casi, era una parte essenziale del programma fornito dal committente all’artista: così per il sublime Ghirlandaio che ritrae tutta la famiglia Medici e mezza Firenze di allora nelle storie di san Francesco sui muri della Cappella Sassetti in Santa Trìnita a Firenze, o per il san Leone Magno che – nelle Stanze vaticane di Raffaello – va incontro ad Attila con il volto pingue e imberbe del regnante Leone X. Più o meno come ritrarre oggi un grande maestro del diritto, come Piero Calamandrei, col volto di Antonio Tajani, quello del diritto internazionale che vale fino a un certo punto. Meno grottesco era il Bronzino che metteva il volto del grande ammiraglio Andrea Doria sul corpo nudo e atletico di Nettuno: ma vengono i brividi a pensare una cosa analoga per i signori della guerra di oggi, da Trump a Putin…

Era una tecnica reversibile, in cui all’encomio poteva sostituirsi facilmente la denigrazione. È ben noto come Michelangelo, insofferente alle critiche dell’insopportabile cerimoniere del papa, Biagio da Cesena, “volendosi vendicare, subito che fu partito lo ritrasse di naturale senza averlo altrimenti innanzi, nello inferno nella figura di Minòs con una gran serpe avvolta alle gambe, fra un monte di diavoli” (così Giorgio Vasari). È questa la tradizione ancora viva nell’arte di oggi: pensate alla street art che sui muri di tutto il mondo dà oggi alla figura di Adolf Hitler il volto di Benjamin Netanyahu. In altri quadri il movente era la fede (come per il bigotto Cosimo III di Toscana che si faceva ritrarre come san Giuseppe); o l’amicizia (come per Beato Angelico che metteva in paradiso i suoi amici e colleghi, o per Tiziano che dà il volto di Pietro Aretino a un Pilato umanissimo); o un amore sfrontato (come quando Caravaggio dette alla Madonna dei Pellegrini il volto di una prostituta che esercitava poco lontano dalla chiesa), o ancora una profonda disperazione: come è per il Caravaggio ultimo e nero, che dà il suo proprio volto alla testa di Golia spaccata da David con un colpo di spada.

Precipitiamo giù dalle vette vertiginose della storia dell’arte fino al fango dell’Italietta meloniana, dove la qualità della pittura comparsa a San Lorenzo è pari a quella media della politica o del giornalismo. Sarà la soprintendenza, spero, a cancellare quel murale da sala colazioni di hotel a tre stelle: e non certo perché rappresenta Giorgia Meloni, ovviamente, ma perché in una delle più antiche basiliche romane, dove sono esposti capolavori di Guido Reni e Bernini, e dove è sepolto Nicolas Poussin, non è pensabile che il signor Bruno Valentinetti si metta a decorare una cappella come più gli aggrada. La cappella (e il patrimonio culturale) delle libertà, avrebbe detto Corrado Guzzanti: dove ciascuno fa un po’ il cazzo che gli pare. Vero è che in quella povera cappella romana è tutto un disastro, a partire dal busto di Umberto II e dalla lapide monarchica piazzati lì nel 1985 da un prete nostalgico, in barba a ogni tutela dei monumenti. Ed è vero pure che l’immagine della Vittoria Meloni con l’Italia in mano che svolazza intorno alla memoria di Casa Savoia, dice più verità di molti degli editoriali dei sullodati giornaloni. Ma, santiddio, c’è un limite a tutto.

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