Schiavi agli Uffizi:è il “Made in Italy”
“Chiunque abbia riportato sinora vittoria partecipa al corteo trionfale dei dominatori di oggi, che calpesta coloro che oggi giacciono a terra. Anche il bottino, come sempre si è usato, viene trasportato nel corteo trionfale. Lo chiamiamo ‘patrimonio culturale’”.
Queste terribili parole di Walter Benjamin legano passato e presente in un unico segno: il dominio. Ma a un certo punto della nostra storia abbiamo deciso che non sarebbe più stato così: nella Costituzione abbiamo scritto che il patrimonio culturale sarebbe stato di tutte e tutti, non solo dei dominatori. E che il suo scopo non sarebbe più stato la legittimazione del potere, ma “il pieno sviluppo della persona umana”. Poi, piano piano, ce ne siamo dimenticati, e il patrimonio culturale è tornato alla sua antica funzione. Abbiamo tradito quel progetto di riscatto, in tanti modi diversi. Per esempio, non rivolgendo il patrimonio alla conoscenza, ma all’intrattenimento: destinandolo a clienti e consumatori, non a persone, e a cittadini. Un declino al quale non servono più ricercatori e specialisti: ed ecco che 204 storici dell’arte risultati idonei al concorso bandito nel 2022 aspettano ancora, kafkianamente, di essere assunti. Vite sprecate, illuse: e una gigantesca occasione perduta per il nostro patrimonio, abbandonato.
E poi ci sono gli invisibili: gli addetti alla biglietteria, alla vigilanza, alla pulizia dei musei e dei grandi siti monumentali. Nel progressivo suicidio dello Stato avvenuto negli anni novanta, tutte queste funzioni cruciali furono esternalizzate “col sistema della concessione ai privati, che viene così istituzionalizzata anche per i Beni culturali (la cui tutela è affidata, tra i principi fondamentali della Costituzione, alla Repubblica): un sistema che tanti disastri ambientali ha causato nella realizzazione delle opere pubbliche, a cominciare dalle autostrade” (così aveva avvertito Antonio Cederna nel 1985). Invano,
Massimo Severo Giannini aveva fatto notare che “il concessionario dei servizi pubblici diviene un centro di potere, di fatto talora in posizione dominante, sempre in posizione condizionante”. Ed è proprio così che è andata. Oggi, un cambio di concessionario agli Uffizi (Opera Laboratori Fiorentini che cede il passo, dopo vent’anni, a Coop Culture) ha visto la riassunzione di tutti i lavoratori a tempo indeterminato, ma ha lasciato a casa quelli che il vecchio concessionario faceva lavorare a chiamata, o con altre forme di precariato. Già, i nostri grandi musei alimentano un lavoro stagionale, come la raccolta dei pomodori: in alta stagione i concessionari reclutano braccia, che poi lasceranno inerti nei mesi invernali. E quando il concessionario cambia, cambia anche il parco-schiavi. Nel caso degli Uffizi, quindici di questi ultimi si sono rivolti al sindacato Sudd.Cobas, che con una serie di iniziative pubbliche sta facendo ricomparire questi fantasmi nelle vie intoccabili del lusso fiorentino. Gli Uffizi hanno reagito nel peggiore dei modi (lo scrivo con dispiacere, da membro del consiglio scientifico del museo), diramando una nota in cui si denuncia “l’accusa alle Gallerie degli Uffizi di alimentare il precariato e l’incertezza dei lavoratori. Tale accusa è totalmente infondata dacché, a quanto si apprende, i lavoratori precari e stagionali in oggetto sarebbero stati alle dipendenze del precedente concessionario dei servizi delle Gallerie”, che avrebbe potuto “reimpiegare queste risorse professionali sui tanti siti in sua gestione”. E in cui sostiene di non poter che “stigmatizzare e condannare duramente la sistematica strumentalizzazione, lontana da ogni senso dello Stato, del loro nome e della loro reputazione per garantire visibilità mediatica”. Non c’è dubbio che gli Uffizi da soli non possano risolvere i danni fatti da trentacinque anni di privatizzazione del patrimonio culturale. Ma se non vogliamo che Benjamin abbia ancora tragicamente ragione, le istituzioni del patrimonio culturale dovrebbero se non altro manifestare empatia, solidarietà e sostegno per le persone che, per lunghi anni, hanno permesso loro di essere aperte, pulite, sorvegliate. Il senso vero dello Stato è battersi per cambiare questo sistema disumano, non tacere. Dire che si tratta di un problema del concessionario significa comportarsi come fanno i grandi marchi del lusso quando si scopre che i loro capi da migliaia di euro sono realizzati da schiavi: dichiarano di non saperne nulla, terrorizzati che la loro preziosa immagine possa venire anche solo sfiorata. Firenze è mangiata viva dalle vetrine del lusso, e assomiglia anche troppo alla descrizione – che vuole essere trionfale, e riesce invece mortuaria – che se ne fa su un sito di affitti, appunto, di lusso: “Oltre alla sua eredità rinascimentale, questa città è anche un moderno epicentro del lusso, dove l’alta classe e lo stile sofisticato si fondono perfettamente con l’antico fascino. Firenze, questo gioiello toscano, riesce a bilanciare il classico con il contemporaneo, offrendo esperienze esclusive per tutti i sensi”. Così, in questa retorica oscena, i musei sono diventati indistinguibili dal lusso: portati in trionfo dai vincitori di ieri e da quelli di oggi, che sfilano insieme su un tappeto di vite sconfitte. Nel suo secondo, bellissimo, romanzo (Il rumore degli anni, Milieu 2025), Danilo Conte (che nella vita è un avvocato giuslavorista che difende proprio i lavoratori che nessuno vede) fa dire al suo eroe, il fascinoso avvocato Chiton, che “le multinazionali vogliono schiavi, non lavoratori, gli schiavi del lusso, ma non li vogliono dentro casa, li preferiscono lontano, invisibili. Se gli schiavi ottengono qualcosa, abbandonano l’appalto e si scelgono un’altra ditta dove è ancora possibile schiavizzare senza problemi e senza sindacati scassapalle”. Ai signori del lusso che fingono di non conoscere i loro schiavi, chiediamo se davvero non sanno chi ha cucito le costosissime borse che espongono nelle vetrine di via Tornabuoni: il celebrato made in Italy, fatto dalle mani di persone dalla pelle non bianca e senza diritti che nessuno deve vedere. Ai responsabili del patrimonio culturale chiediamo se davvero non riconoscono i volti di chi ha pulito per anni i loro venerati corridoi, o i loro bagni: volti umani di persone umane, proprio come quelle ritratte nei loro quadri. Esclusivo significa escludente: e gli esclusi sono gli schiavi, nei capannoni dei subappaltatori della moda nascosti nella Piana tra Firenze e Pistoia, ma anche nelle celebrate sale dei musei più visitati del mondo. Ne Il rumore degli anni, l’avvocato Chiton invita due sfruttatissimi lavoratori pakistani a riposare per qualche minuto sul divano extralusso che avrebbero dovuto consegnare, a tarda sera, a un ricco cliente fiorentino. Sotto una pioggia scrosciante, “la facciata di Santa Croce era perfettamente incorniciata dal portellone del furgone. Bilal e Ashraf si sedettero”. Contraddicendo, per qualche minuto, Benjamin, il patrimonio culturale di Firenze restituiva dignità ai vinti. Almeno in un romanzo.
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