Lo scudo degli asini
Se lo sgoverno, facendosela sotto per le contestazioni, non avesse rinviato l’ennesimo decreto Sicurezza a dopo i Giochi Milano-Cortina, il poliziotto che lunedì ha ucciso uno spacciatore marocchino armato di pistola a salve non avrebbe potuto essere indagato: sarebbe scattato lo “scudo penale” per le forze dell’ordine annunciato da oltre un anno da Salvini&C. come un gentile omaggio agli agenti. Chiariamo subito che, se sarà confermato che il nordafricano puntava sugli agenti un’arma giocattolo identica a una Beretta calibro 92, quello che gli ha sparato ha agito per legittima difesa propria e dei colleghi, non potendo immaginare che la pistola fosse a salve. Dunque, a fine indagine, verrà giustamente prosciolto. Ma gli analfabeti che ci sgovernano – gli stessi che protestano col governo svizzero perché i giudici svizzeri applicano il codice svizzero e scarcerano il responsabile di una strage colposa per cui in Italia non sarebbe stato neppure arrestato – pensano che iscrivere un agente nel registro degli indagati per ricostruire una sparatoria mortale sia un dispetto delle toghe rosse alle forze dell’ordine. Non sanno che l’iscrizione, oltreché un atto dovuto, è una garanzia per l’indagato: fa scattare i termini delle indagini, che dopo sei mesi devono finire o essere prorogate dal giudice; e l’agente, una volta indagato, viene assistito da un avvocato e, quando sarà interrogato, godrà delle facoltà di non rispondere e di mentire.
Invece, con lo “scudo” escogitato da questi dementi, le indagini sulla morte dello spacciatore resterebbero contro ignoti, anche se chi ha sparato è notissimo; e soprattutto l’agente verrebbe interrogato come testimone, cioè senza avvocato e con l’obbligo di rispondere e di dire la verità. Se tacesse (come sarebbe suo diritto fare da indagato, in base al principio universale in base a cui nessuno può essere obbligato ad autoaccusarsi) o mentisse (cosa che in Italia per gli indagati è lecita, diversamente dagli Usa dove possono solo tacere), verrebbe processato per reticenza e/o false dichiarazioni al pm. Credendo di fare cosa gradita, i giuristi per caso del governo Meloni rifilano a poliziotti, carabinieri e finanzieri una fregatura esiziale. Con un ulteriore paradosso: nel caso di una sparatoria con feriti, ma senza morti, tra uomini delle forze dell’ordine e gruppi di criminali, i primi – non potendo essere indagati – dovrebbero rispondere e dire la verità anche contro se stessi, mentre i secondi verrebbero indagati e assistiti da un avvocato, cioè potrebbero tacere o mentire. Più che uno scudo, una trappola mortale. Che probabilmente verrà rasa al suolo dalla Consulta, perché per fortuna è una legge ordinaria. Pensateci bene: comprereste una riforma costituzionale usata da questi somari?
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