domenica 18 gennaio 2026

Uh Oh!

 


“Casa riformista”, terrore di trump e degli ayatollah 

di Daniela Ranieri 

Premessa numero uno: chissà cosa aspetta la Fnsi a inserire l’ascolto di un comizio di Renzi tra i lavori usuranti, insieme a quelli in galleria, cava, miniera o ad alte temperature, come chiedemmo ai tempi del renzismo dannunziano; ieri eravamo un migliaio a seguire la diretta su X (un’ora e sette minuti che mai nessuno ci restituirà) e, al netto dei feticisti, si tratta di connazionali che vanno tutelati. Premessa due: visto l’Isee medio della sala da qualche centinaio di posti (le adunate oceaniche di Renzi ormai entrano agevolmente nei seminterrati degli eventi aziendali), pur innalzato dalla presenza dell’ultramilionario frontman, noi più che “Casa” Riformista avremmo chiamato la nascente (?) formazione politica quantomeno “Villa con piscina e 11 vani”, oppure, in omaggio alla presenza del sindaco Sala, “Grattacielo”, come quelli innalzati nei cortili di Milano e attenzionati dalla Procura.

Eccoci all’Assemblea nazionale di Casa Riformista, la nuova idea di Renzi per battere Meloni di cui intanto, per portarsi avanti, ha votato o sostenuto tutte le misure più controverse, da ultimo la separazione delle carriere a cui scommettiamo voterà Sì, anche se non lo dice per non vedersi contestato il ruolo di principale oppositore del governo sceltosi presumibilmente dopo che Meloni ha impedito per legge ai parlamentari di percepire compensi oltre i 100mila euro l’anno da Paesi extra-Ue. Davanti agli adepti fibrillanti, si toglie la giacca: “Elemento qualificante dell’Europa non è la democrazia: è la bellezza”, tu pensa, “quella delle cattedrali” eccetera. A che serve questa premessa? A dire una cosa di destra, confezionata però, come da tradizione, in un packaging progressista: “Noi dobbiamo rendere l’Europa forte”. La para-citazione è un non sequitur; l’oratore ritira fuori lo slogan autografo “un euro in sicurezza, un euro in cultura” che tanto progresso ha portato alla nazione quando c’era lui.

Segue breve storia dell’Iran: “Canfora, non il mio uomo di cultura preferito (povero professore, chissà come apprenderà la notizia, ndr) faceva notare che in Persia e non in Grecia è nata la democrazia”; da ciò, de plano, segue che “la minaccia esistenziale al pianeta non è arrivata dal climate change, né dall’Intelligenza artificiale, ma dall’estremismo islamico”, che “ha attaccato la bellezza”. Se vi preoccupano i gas serra, il riarmo europeo da 800 miliardi, la mania satolla e capricciosa di Trump, la guerra della Nato a Russia e Cina, svegliatevi: “Gli Ayatollah sono il male assoluto”. Nessun riferimento agli estremisti messianici di Israele, anzi: “Nessuno come Hamas ha ucciso tanti palestinesi” (gliel’avrà detto Carrai, l’amico in affari con primarie aziende israeliane). Indi sobilla le folle a un gesto eclatante: “Martedì andate all’ambasciata iraniana, portatevi le sigarette e bruciate la foto dell’Ayatollah Khamenei”, come ha fatto una ragazza in Canada in solidarietà agli iraniani perseguitati dal regime. “Date fuoco bene a quell’immagine, e noi vi seguiremo in diretta con Radio Leopolda!”, altro che polizia iraniana. Poi se vi arrestano mentre siete in vacanza a Teheran chiamate Bonifazi, ché vi fa liberare. A noi viene in mente la dottoranda di Leeds condannata a 34 anni di carcere per dei tweet critici contro il regime dell’Arabia Saudita dell’amabile Bin Salman, ma a lui no. Avrebbe fatto prima a dire “condanno fermamente tutti i regimi che non mi pagano”, ma la prolusione sarebbe durata troppo poco.

Invece dura tantissimo: “Noi abbiamo il dovere di costruire l’alternativa a Trump”, dice assurdamente, ma si ricorda che sta al 2% e si corregge: “Noi: la sinistra mondiale”, e che se ne senta parte è ancora più assurdo. Infine enuclea i 3 punti di programma. Il primo: “La cultura al centro”. Fosse mai stato al governo, avrebbe potuto mettercela lui, mannaggia. Poi chiarisce la sua idea di cultura: “A Milano sono arrivati un sacco di milionari, per una legge che abbiamo fatto noi (la flat tax di 100 mila euro, portata a 200 mila da Meloni, ndr). Milano è la città di chi vuol portare un sogno qui!”. I poveri, notoriamente senza sogni, restino a Gratosoglio. Secondo punto: la sicurezza. “Menomale che c’è uno come Piantedosi, uno dei migliori”, e abbiamo detto tutto. Il terzo riguarda lo spazio che pensa di avere (le famose praterie per il Centro vagheggiate dai giornali padronali) e per cui spera di potersi imbucare in qualche alleanza; infatti propone “un applauso a tutti i consiglieri che non sono stati eletti”, tra cui uno “che è tornato a fare il chirurgo, perché questa è Italia Viva!”: un partito col 2% i cui candidati devono trovarsi un altro lavoro, sempre che non siano remunerati dai petrostati del Golfo.

PS Solidarietà all’interprete in linguaggio dei segni che ha dovuto tradurre in gesti i calembour, le battute e le onomatopee (“zaac!”) di Renzi; infatti a tre quarti del discorso ha dovuto farsi dare il cambio da una collega.

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