venerdì 30 gennaio 2026

Ciack e Click!

 

Groenlandia, Hamas e Iran. Da Fauda a Borgen, le fiction hanno previsto tutto 


di Sabrina Provenzani 

Il dubbio è che riusciamo ad assorbire le convulsioni geopolitiche degli ultimi anni perché le abbiamo già vissute dietro il cuscinetto di uno schermo. Cioè, se uno ha visto HomelandOccupiedFaudaTeheranBlack MirrorThe Diplomat – l’appassionato di serie è compulsivo – cosa vuoi che lo sorprenda leggendo le pagine di esteri di un giornale?

Iniziamo da Borgen, serie di culto danese per political nerds che nel 2010 vaticina: 1) L’elezione della prima donna premier danese, che però se ne pente molto. 2) L’interesse Usa per la Groenlandia. 3) Le tensioni geopolitiche con Russia, Cina e Usa nell’Artico, inclusi i riferimenti a invasioni russe.

Nel 2015 esce Okkupiert, nota solo ai veri intenditori, ma paurosamente profetica: una crisi in Medio Oriente e il ritiro Usa dalla Nato innescano una crisi energetica globale. Dopo un devastante uragano attribuito al cambiamento climatico, i Verdi al potere in Norvegia fermano completamente la produzione di petrolio e gas del Mare del Nord e si affidano a fonti di energia alternative. L’economia europea si ferma, la gente mormora, le poltrone vacillano. L’Unione europea acconsente a un’occupazione “soft” russa, con le truppe russe che impongono a un governo norvegese sotto ricatto la riapertura dei pozzi e metà norvegesi che attivano un’eroica resistenza fatta anche di guerra ibrida. Usa e Nato rimangono, rispettivamente, isolazionisti o passivi. Boh, forse era facile da indovinare, bastava unire i puntini in norvegese.

Poi c’è Homeland, tacitamente riconosciuto come l’equivalente a basso costo di un Master in Relazioni Internazionali ad Harvard. Debutta nel 2011, quando i cattivi erano i terroristi islamici, e continua a mostrarci il futuro fino al 2020. Il primo twist è scegliere come protagonista un’agente Cia donna e bipolare, una roba chiaramente da 2020, che indaga su un marine “convertito” da al Qaeda. Nelle successive 7 stagioni succede di tutto, e sempre un po’ prima che nella realtà: interferenze russe e fake newspre-elezioni presidenziali Usa, conflitto in Ucraina, attacchi terroristici a Parigi, strategia, o lack thereof, in Siria, caduta di Kabul nelle mani dei Talebani e ritiro delle truppe occidentali. Come hanno fatto? Ogni stagione iniziava con uno Spy Camp a Washington DC, organizzato da John MacGaffin, ex vicedirettore della Cia Clandestine Service. Autori e interpreti incontravano ex direttori Cia, ufficiali attivi o in pensione, ambasciatori, giornalisti, ex militari (Stanley McChrystal) e staff White House per lavorare al plot, e i dettagli venivano verificati direttamente con la Cia. Cioè, questo è quello che sappiamo noi che non lavoriamo alla Cia e, complottisti da divano, abbiamo il dubbio che non fossero consultazioni, fosse dettatura. Hai quella brutta sensazione di oppressione all’idea che ricominci, perché, francamente, a questo punto, chi vuole veramente sapere cosa ci attende?

Il più doloroso è Fauda, in arabo “caos”, che descrive con crudezza e realismo le dinamiche dell’occupazione israeliana della Palestina. Nella terza stagione, il protagonista, un ufficiale dello Shin Bet, entra sotto copertura a Gaza per liberare due ragazzi tenuti in ostaggio da Hamas. Durante il lavoro di scrittura della quinta stagione, che andrà in onda quest’anno, i creatori Avi Issacharoff e Lior Raz avevano ipotizzato uno scenario in cui centinaia di militanti palestinesi avrebbero violato il confine israeliano prendendo il controllo di un villaggio, e lo avevano scartato ritenendolo “troppo inverosimile”. Oggi, dopo i massacri a Gaza, è durissimo da guardare, perfino dal divano.

Teheran invece racconta l’infiltrazione di un’agente del Mossad, una giovane donna, in Iran, con la missione di sabotarne il programma nucleare. Nella seconda stagione l’esplosione a distanza di un cellulare anticipa l’operazione israeliana del 2025 contro membri di Hezbollah e civili in Libano e alti militari Iraniani. Che sia un messaggio en plein air non è esplicito, ma secondo gli autori “Gli iraniani conoscono la serie, e le prestano molta attenzione”.

Poi c’è The Diplomat, tuttora in corso, amatissima dal pubblico e meno dai diplomatici. Un’ambasciatrice a cui chiedevamo se valesse una visione ha risposto laconica: “Se ti piace la fantascienza”. La parte fantascientifica è il ruolo centrale dell’ambasciatrice Usa a Londra e le dinamiche sentimentali – i diplomatici, si sa, sono tediosissimi – ma la serie prevede con accuratezza le ripercussioni globali di un ritorno a un approccio America First che ignora o calpesta gli alleati, e la tensione fra Usa e Regno Unito per la presenza di un sottomarino nucleare russo al largo delle coste inglesi sembra uscita dalla cronaca. Anche in questo caso i rapporti con consulenti dell’intelligence sono costanti e gli scenari di crisi realistici.

Anche chi ha visto le quattro stagioni di Jack Ryan potrebbe provare il brivido del deja-vu seguendo le notizie internazionali. La stagione più inquietante, per il livello di vaticinio, è la seconda, in cui il protagonista, sempre un agente della Cia ma stavolta, vivaddio, solo un maschio, indaga sul misterioso carico di una nave diretta in Venezuela. Il paese è governato dal dittatore corrotto Nicolás Reyes, che ne ha devastato l’economia, reprime gli oppositori, usa prigioni segrete nella giungla e trama per sviluppare armi nucleari. Finisce con un’operazione Usa per rimuovere Reyes, incluso l’elicottero delle forze speciali che attacca il palazzo presidenziale, l’esposizione della corruzione monstre e la vittoria dell’opposizione alle elezioni successive. Gli sceneggiatori, in evidente debito di immaginazione, non hanno previsto che, nella realtà del 2025, il capo dell’opposizione venezuelana avrebbe vinto il Premio Nobel per la Pace AL POSTO del presidente Usa spegnitore di otto guerre, e che Sua Nobeltà ne sia molto offeso.

Per farci del male, concludiamo con un consiglio: recuperate il film Civil War di Alex Garland. Spoiler: è ambientato in America.

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