L’ultimo colpo di spugna: Ferri sarà giudice a Roma
di Paolo Frosina
Tornerà a fare il giudice a Roma, dove si celebrano i processi alla politica. La città di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca Palamara, nella riunione notturna diventata simbolo del mercato delle nomine. L’ultima puntata della saga di Cosimo Ferri sta per andare in scena al Consiglio superiore della magistratura: l’ex deputato renziano, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, ha comunicato all’organo di Palazzo Bachelet la sede in cui vuole rientrare in toga dopo 13 anni tra Parlamento e ministero. E la scelta è caduta sul Tribunale della Capitale, dove approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per anni.
Dal 2023, Ferri era parcheggiato al dicastero di via Arenula, Dipartimento Affari di giustizia, in base alla legge sulle porte girevoli, che gli ha impedito il ritorno in magistratura in quanto eletto consigliere comunale a Carrara (aveva provato la corsa a sindaco senza successo). A novembre però il Consiglio di Stato ha accolto il suo ricorso, stabilendo che quella norma non si può applicare al suo caso, perché entrata in vigore dopo l’accettazione della candidatura. Così il 12 gennaio la Terza Commissione del Csm – competente sui trasferimenti – gli ha chiesto di indicare una preferenza per uno dei posti vacanti in tutto il Paese, con l’esclusione di Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana (le regioni in cui si era ricandidato alla Camera nel 2022, finendo trombato). E giovedì, l’ultimo giorno utile, l’ex sottosegretario ha risposto optando per la cittadella di piazzale Clodio.
Insomma, un ritorno in grande stile nella sede giudiziaria più ambita e importante d’Italia. Ma anche un colpo di spugna epocale sullo scandalo Palamara, condannato ogni giorno dal ministro Carlo Nordio – per spingere la sua riforma costituzionale – come un “verminaio insabbiato” dalle correnti dei magistrati. Eppure in questo caso l’insabbiamento è tutto merito della politica: senza lo status di ex parlamentare, probabilmente Ferri non sarebbe più un magistrato. A salvarlo dal rischio di radiazione infatti è stata la Camera, negando alla Sezione disciplinare del Csm l’utilizzo delle intercettazioni della notte dell’hotel Champagne. Nell’albergo romano, la notte del 9 maggio 2019, l’allora deputato trafficava la nomina del procuratore di Roma insieme a Palamara, all’ex ministro Pd Luca Lotti – in quel momento imputato proprio nella Capitale per il caso Consip – e a cinque magistrati membri del Consiglio superiore. Per quella vicenda, Palamara è stato espulso dalla magistratura a tempo di record, i cinque ex consiglieri condannati a lunghe sospensioni dalle funzioni e dallo stipendio (Lotti, invece, non è stato ricandidato dal Pd). Ferri era destinato a un epilogo simile, ma lo scudo opposto dalla Camera ha costretto la Sezione disciplinare ad assolverlo “per mancanza della prova della sussistenza dei fatti”.
A sancire ufficialmente il ritorno in toga dell’ex politico sarà il plenum, il Csm al completo, nelle prossime settimane. Al Tribunale capitolino, peraltro, Ferri troverà come presidente un vecchio amico: Lorenzo Pontecorvo, suo ex delfino nella corrente “di destra” di Magistratura indipendente (nel 2014 fece scandalo un sms con cui l’allora sottosegretario invitava gli ex colleghi a votare per lui alle elezioni del Consiglio superiore). Sarà Pontecorvo a decidere se assegnargli le funzioni di giudice civile o (più probabilmente) penale, quelle che ha sempre svolto finora. Meglio di così, tutto sommato, a Cosimo Ferri non poteva andare. Perché quelli come lui cadono sempre in piedi.

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