La stretta di Mano, il ministro e Regeni
A coronare i dieci anni dal rapimento, dalle torture e dall’omicidio di Giulio Regeni, il nostro ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricevuto Il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik e si è fatto fotografare mentre gli stringe la mano. Invece di nascondere la foto, il nostro ministro l’ha pubblicata sul sito ufficiale del Viminale. E deve anche esserne fiero, visto che l’ha illuminata con il suo personale sorriso e con una nota d’agenzia, perfettamente neutra, da cui neppure una goccia di sangue trapela. Né un osso rotto. Né un’ustione. Né un’unghia strappata. Eppure dovrebbe. Visto che il ministro egiziano, ex direttore dell’Antiterrorismo agli ordini del presidente Al Sisi, viene proprio da quei labirinti che il sangue, le ossa, la pelle, le unghie di Giulio Regeni le hanno frantumate per una settimana intera, esattamente dieci anni fa, gennaio 2016, il corpo completamente irriconoscibile, ma abbandonato ai bordi di una strada del Cairo affinché venisse ritrovato e riconosciuto. Come monito e come programma. Piantedosi – dietro al ventaglio di quel sorriso – dovrebbe aver letto il rapporto dell’autopsia eseguita in Italia dal professor Vittorio Fineschi, esaminato nel corso del processo, che ricostruisce la distruzione sistematica di quel corpo, eseguita allo scopo di tenerlo vivo il più a lungo possibile e in sofferenza il più a lungo possibile. Sono state accertate: fratture multiple alle costole, alle vertebre, alle scapole. Traumi alla testa e al volto per le percosse ripetute. Ecchimosi e lividi su tutto il corpo in fasi diverse di guarigione: segno di violenze distribuite nel tempo. Bruciature di sigaretta su viso, braccia, torace e schiena. Tagli e incisioni su naso, orecchie e dita. Non letali, per infliggere dolore e umiliazione. Unghie strappate o danneggiate. Fratture alle dita e ai piedi. Tutte lesioni che indicano almeno dai 5 ai 7 giorni di torture. Scattata la foto, Piantedosi e Tawfik, hanno pranzato insieme.

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