Calenda anti-magistrati si sdraia sui Berlusconi
Molto toccante la cerimonia tanatofila che si è tenuta domenica al teatro Manzoni di Milano, in un edificio di proprietà della famiglia Berlusconi, per celebrare il 32º anno dalla discesa in campo del defunto che tanto ispira ancora l’azione di governo. A officiare la messa c’era Tajani, leader per così dire di Forza Italia, e in platea tutto il vippume berlusconiano, compresi la ex compagna di Silvio, Marta Fascina, naturalmente deputata della Repubblica a nostre spese, e il di lui fratello Paolo, in qualità di esecutore testamentario delle volontà del congiunto in materia di Giustizia, la sua specialità. A spiccare, però, è stata la presenza di Carlo Calenda, già ministro col centrosinistra dopo le gloriose esperienze manageriali in Ferrari, Sky, Confindustria e la candidatura in Scelta civica; senza dimenticare il giretto da europarlamentare del Pd, ciò che rimase anche dopo essersi fondato un partito suo, per dimettersi solo dopo essere stato eletto senatore con la lista Azione-Italia Viva. Adesso Forza Italia lo “chiama” (Corriere): poteva dire di no?
Accanto a lui, una sua vecchia conoscenza: Letizia Moratti. Ricorderete quando lui e Renzi la candidarono alle Regionali in Lombardia nel 2022: “Renzi e la tentazione Moratti candidata”, titolavano i giornali del blocco borghese, e a stento riuscivano a trattenere l’eccitazione.
Per Repubblica e Corriere, dotati di orecchio fine per i palpiti del popolo, l’operazione Moratti non era affatto una bieca operazione ordita dai due leader del compianto Terzo (in realtà Sesto) Polo per togliere voti al Pd e contarsi, genuflettendosi alla piccola, media e grande borghesia tra Milano e Cortina; era un genialata, nel momento in cui il Pd stava scivolando verso l’esiziale “alleanza estremista col M5S” (Corriere). Era certo, come assicurava Renzi a La7, che avrebbero fatto “numeri straordinari” insieme. Repubblica spingeva per questa “sinistra fluida” che desse “una sveglia al Pd”, e prese a intervistare ogni giorno notai, registi e direttori artistici, insomma il popolo, per endorsare la ereditiera con triplo cognome, vedova di un petroliere. Solo così si sarebbe battuta “la destra”, cioè Attilio Fontana, di cui peraltro Moratti era stata assessora alla Sanità fino a 3 secondi prima.
Purtroppo Moratti arrivò terza su tre, ciò che non le ha impedito di rientrare in FI, a giudicare dalla foto in cui appare col cartello in mano per dire che lei voterà sì al referendum di Nordio (ma va’?), appunto accanto a Calenda. Archiviata la sinistra fluida, c’è sempre la destra; e chi meglio del fluidissimo anzi gassoso Tajani può realizzarla, imbarcando i disperati del Centro? Già da un po’ si vociferava: “A Marina Berlusconi non dispiacerebbe l’intesa (futuribile) Tajani-Calenda”, titolava Il Foglio nel settembre scorso. Sempre meglio i Berlusconi che “l’alleanza estremista col M5S” (se iniziamo a votare un partito senza pregiudicati dove andremo a finire, in Siberia?). In fondo è chiaro il perché della presenza di Calenda nel teatro di Berlusconi: il sogno comune di mettere la magistratura sotto il potere governativo; il fatto che i due elettorati in parte combacino (immaginiamo il tormento che a ogni elezione affligge il padronato di Piazza San Babila e i poveri proprietari che leggono Class: votare il signorino dei Parioli o il maggiordomo di casa Berlusconi?), oltre che tutte quelle scemenze sul “merito”, i valori atlantici e la rivoluzione liberale; quel che colpiva era l’assenza di Renzi. Forse era a Riad? Che non voglia ancora esprimersi sul referendum di Nordio per tenere la Meloni sulla brace, posto che lui è presumibilmente favorevole a tutto ciò che limita il potere e l’autonomia dei magistrati? Quando metterà la testa a posto entrando finalmente in FI, visto che per le elezioni avrà bisogno di un passaggio da qualcuno chicchessia, visto che è senatore grazie a Calenda, con cui però ha litigato, e che la sua sceneggiata di esser di centrosinistra e di voler opporsi al governo non ha spostato Italia viva di un decimale?
Un’ultima, deliziosa nota su Calenda: sui giornali la notizia della sua presenza al rito anti-magistrati di FI è oscurata da un’altra fondamentale informazione, e cioè la sua “presa di distanza da Salvini”, il quale ha incontrato il neonazista inglese Robinson al ministero dei Trasporti. “Incompatibile con noi. Tajani e Calenda si smarcano e lavorano all’intesa al centro”, titola Repubblica. Ora, a parte che il verbo “lavorano”, per un meeting unto dallo spirito di Silvio Berlusconi, è un po’ troppo forte, la domanda dovrebbe essere: ma perché a Calenda dovrebbe importare di smarcarsi da Salvini? Calenda è entrato nella maggioranza di governo di soppiatto e già detta legge e impone veti? Intanto Paolo dice di Calenda: “È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione”, e se lo dice un Berlusconi c’è da fidarsi.
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