di Peter Gomez
C’È STATA UN’AMERICA in cui una parola poteva distruggerti la vita: comunismo. Bastava una compagnia sbagliata, una poesia, una firma su un appello per la pace. Nel 1947, davanti alla House Un-American Activities Committee, comparve persino Bertolt Brecht. Rispose a tutte le domande con calma, con lo stesso tono che si usa davanti a un bimbo un po’ tonto. Disse di non essere mai stato comunista e il giorno dopo tornò in Europa. Le fotografie lo ritraggono con un sorriso appena accennato: l’espressione sorpresa di chi aveva capito che gli Stati Uniti avevano smesso di essere la patria delle libertà.
Quelle immagini oggi sembrano provenire da un’altra epoca. La parola socialista, è vero, resta un insulto usato nei talk show e nelle campagne elettorali, ma ha smesso di essere impronunciabile. Perché nell’America di Trump per milioni di persone il socialismo non è più una colpa da espiare. È invece una bandiera, un programma amministrativo, una proposta politica che cammina sulle gambe dei sindaci, dei sindacati, delle piazze.
Il segnale più evidente è arrivato da New York. Zohran Mamdani, self-described democratic socialist, ha prima messo in crisi l’establishment democratico vincendo le primarie e poi ha conquistato la carica di sindaco. La città simbolo del capitalismo globale è diventata un laboratorio politico nazionale.
Mamdani non ha parlato di rivoluzioni né di modelli alternativi di società. Ha parlato di affitti, di trasporti, di sanità. Reuters ha spiegato la sua vittoria con un’agenda centrata sull’affordability e con la mobilitazione di giovani e progressisti nel solco aperto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.
Politica ridotta all’essenziale: quanto resta in tasca dopo aver pagato l’affitto, la spesa, il biglietto dell’autobus. Cose concrete che rendono la sinistra socialista negli Stati Uniti un arcipelago. Ci sono sindaci, consiglieri comunali, amministratori locali legati alla galassia dei Democratic Socialists of America.
Dopo l’elezione di Mamdani, la Dsa ha parlato della “più monumentale vittoria elettorale del movimento socialista americano nell’ultimo secolo”. È un’espressione militante, certo. Ma fotografa una realtà: una parte della sinistra americana ha smesso di percepirsi come pura testimonianza.
Oggi la Dsa conta circa 90 mila iscritti – erano poco più di seimila dieci anni fa – e ha oltre 250 eletti a livello locale e statale. In Europa sarebbero numeri modesti. Negli Stati Uniti sono un’anomalia storica.
Accanto alle istituzioni, ci sono le piazze. Il movimento “No Kings” nasce contro l’idea di una presidenza che si comporta da monarchia. Il messaggio è elementare, quasi didascalico: America has no kings, and the power belongs to the people.
Per il 18 ottobre 2025 gli organizzatori parlano di oltre 2.700 eventi e più di sette milioni di partecipanti. Numeri da prendere per quello che sono – autorappresentazione politica – ma utili a capire la funzione del fenomeno: costruire un rito di massa, riconoscibile, replicabile.
Le fotografie mostrano famiglie, studenti, lavoratori. Non sono cortei socialisti. Sono cortei democratici, nel senso più antico e letterale del termine.
Tutto questo non nasce nel vuoto. Nasce nella contabilità della diseguaglianza. Nel 2024 il reddito mediano familiare negli Stati Uniti ha raggiunto gli 83.730 dollari. Il dato, isolato, sembra positivo. Ma è un numero che va smontato.
Guardando dentro quella cifra, emerge che la crescita non è distribuita. Tra il 2023 e il 2024 il reddito del 10% più ricco è cresciuto di oltre il 4%. Per la classe media – l’insegnante, l’impiegato, l’infermiere – tutto invece è rimasto fermo.
Wall Street festeggia nuovi record, mentre milioni di famiglie vivono un paradosso quotidiano: lavorano, ma non accumulano; guadagnano, ma non risparmiano. Lo stipendio entra ed esce, divorato dall’affitto, dalla sanità, dall’istruzione, dal debito.
Così riemergono anche i sindacati. I numeri restano bassi: nel 2024 il tasso di sindacalizzazione è al 9,9%, circa 14,3 milioni di lavoratori. Ma la temperatura sociale è più alta delle statistiche.
Tra i giovani, organizzarsi sul lavoro diventa il modo più concreto di parlare di potere e redistribuzione, senza aspettare che Washington cambi rotta.
A rendere tutto più visibile è un altro dato: l’impopolarità di Donald Trump. Un sondaggio Reuters/Ipsos di dicembre 2025 colloca la sua approvazione al 39%. Solo il 33% giudica positivamente la gestione dell’economia, appena il 27% quella sul costo della vita.
Il centro di ricerca Ap-Norc registra un calo di circa dieci punti nelle valutazioni economiche rispetto alla primavera. Non significa che l’economia sia percepita come in crisi. Significa che sempre meno americani sentono che quella crescita migliori la loro vita.
Gli intellettuali fanno da traduttori. Meno retorica rivoluzionaria, più beni pubblici. Meno slogan, più casa, trasporti, sanità, scuola.
Questo numero di MillenniuM, prevalentemente fotografico, racconta proprio questo passaggio. Dalle immagini cupe del maccartismo – microfoni, sospetti, liste nere – ai volti ordinari delle piazze di oggi.
Allora facevano paura le idee. Oggi fanno paura i conti. L’onda rossa che riaffiora non è un feticcio ideologico, ma una risposta pratica a un Paese che si sente ricco in Borsa e povero al supermercato.
E le fotografie, come spesso accade, lo spiegano meglio di qualsiasi editoriale.
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