sabato 15 agosto 2026

Lezione sociologica

 

Il “consumismo egocentrico” ci divide da tutti: anche da noi


di Franco Armino 


Oggi è difficile definire la situazione di un piccolo luogo, figuriamoci di un’intera nazione. Azzardo il nome del male italiano. Lo chiamerei consumismo egocentrico. Sul consumismo aveva detto molto e bene Pier Paolo Pasolini. Lui si è fermato, vittima in un certo senso pure lui del consumo, il consumo sessuale. La dissipazione del mondo portata avanti dal meccanismo produzione-consumo è andata avanti e si è fatta pervasiva. Credo riguardi il mondo intero, ma io conoscono un poco solo l’Italia e dell’Italia voglio parlare.

Mi sembra che sia fuori strada chi mette il peso dei problemi sulla bilancia destra-sinistra. Non mi pare che siano colpevoli o meritevoli di come stia andando la nostra nazione. La società che vediamo non è modellata dalle classi dirigenti, piuttosto le classi dirigenti sembrano modellate da una società medusa in cui ogni individuo si premura di farsi spazio piuttosto che provare a capire cosa c’è in ogni spazio.

Può essere una città o un paese, può essere al Nord o al Sud, sempre si manifesta il sentimento di un luogo inadeguato abitato da esseri umani a disagio. Il consumismo egocentrico è l’incrocio del consumismo con il trasloco dal reale all’irreale, dalla vita della terra alla terra senza vita del mondo digitale.

Ai tempi di Pasolini il consumismo si confrontava comunque con una struttura sociale ancora forte. Esistevano i partiti, le comunità, erano chiari gli interessi e chi li difendeva e chi li osteggiava. Da un certo punto in poi qualcosa si è rotto, ognuno si è ripiegato sulla propria vita e si è ritrovato col proprio fantasma, perché una vita tesa a essere tutto alla fine è niente. Il volere è diventato un non so più cosa voglio, cosa mi serve, con chi devo stare, chi devo evitare. Le relazioni di amore e di amicizia sono entrate in una moltiplicazione dissipante. Io non so dove sei, tu non sai dove sono. Ci si incontra sempre allo stesso bivio: la noia o il rancore. Relazioni che si svuotano riempendosi. Dalla liquidità di Bauman alla società gassosa: ognuno vive in una sua mongolfiera, non abitiamo più la Terra, non siamo allineati negli stessi spazi. Il consumismo egocentrico ci divide da tutti e anche da noi stessi, diventiamo una creatura ambigua, non si capisce se siamo la cosa che diciamo di essere o il suo contrario, se siamo i divulgatori di noi stessi o i roditori del nostro essere che si è assottigliato fino all’inconsistenza: non saranno certo le merci di cui ci addobbiamo a darci realtà. Rischiamo di diventare come un albero di Natale in cui l’albero non c’è più, sono rimasti solo gli addobbi.

Evocare il fascismo in una situazione del genere è come giocare a palle di neve nel deserto. Il male è la mercificazione di tutto, anche delle anime e un processo di questo tipo non è di destra, né di sinistra, è il capitalismo che è allo stesso tempo feroce e abulico. Non c’è il progetto di portare il mondo in un posto piuttosto che in un altro. Anche la deriva autoritaria di Trump sembra più giocata sul farsi notare che su un progetto politico meditato. È un mondo di improvvisatori in ogni campo e la somma di queste improvvisazioni è un mondo senza destino, una palla che rimbalza in modo imprevedibile, può essere il discorso tra gli amanti o le diatribe tra gli Stati.

Non ci si può fermare e svuotarsi di ogni orpello. Il consumismo egocentrico ci trasforma in scintille che non vengono da nessun fuoco. Non diamo calore a nessuno e nessuno prende calore in questo mondo freneticamente immobile. Se c’è una cura è solo vedere il male, dargli il nome giusto. Altro, per ora, non riusciamo a fare. Ma non sarà sempre così. Anche il consumismo egocentrico ha preso la via dell’apparenza e dunque potrebbe dissolversi prima che capiamo come combatterlo.

In difesa

 

Pregiudicato? Dipende 


di Marco Travaglio 

Ci sono voluti Ranucci e Lavitola perché la stragrande parte del mondo politico e giornalistico trovasse l’unanimità su una regola-base del vivere civile: “Non si frequentano pregiudicati”. E chi più di noi potrebbe felicitarsene? Chi scrive ha firmato libri sugli impresentabili in Parlamento e ha fornito a Grillo la lista dei 23 pregiudicati che infestavano le Camere per pubblicarlia sull’Herald Tribune (era il 2005 e nessun giornale italiano volle vendergli una pagina) e poi declamarne i nomi nella piazza del V-Day per mandarli affanculo. La risposta unanime della stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico era: “populisti”, “giustizialisti”, “fascisti”, “odiatori”. Ora invece, con una discreta confusione mentale, sono i giornalisti a non dover frequentare pregiudicati, mentre i politici devono frequentarli. E possibilmente esserlo essi stessi.

L’altra sera, su Rete4, Mariastella Gelmini moraleggiava su Ranucci che “ha perso il barlume della ragione” (sic) e ha “sbagliato a frequentare un faccendiere”, ergo non può più condurre Report. Avete capito bene: la Gelmini, l’amicona del faccendiere pluripregiudicato Bisignani, che fu quattro volte deputata, poi ministra, infine capogruppo di FI, il partito di B., pregiudicato per frode fiscale e affiancato da una sfilza di pregiudicati per mafia, camorra, ’ndrangheta, corruzione, truffa, prostituzione ecc. Forse aveva perso pure lei il “barlume della ragione”, perché non fece mai una piega. Non si accorse neppure che sull’aereo di Stato che scarrozzava B. nelle missioni internazionali viaggiava stabilmente Lavitola, pagato per comprargli senatori un tanto al chilo e corrompere governanti di Saint Lucia in cambio di dossier anti-Fini. Già, perché il pregiudicato Lavitola nasce socialista con Craxi (pregiudicato) e poi forzista con B. (pregiudicato). Avete mai sentito qualcuno di questi tartufi rimproverare qualcuno per aver frequentato Craxi, B. e Lavitola? B., da pregiudicato, andava su e giù dal Quirinale per fare e disfare governi, appoggiando quelli del dem Letta e di Sua Santità Draghi. Qualcuno disse mai a Napolitano, a Mattarella, a Letta, a Draghi, che non stava bene ricevere il pregiudicato B., che per giunta frequentava e pagava il faccendiere Lavitola? Qualche giornalista storse il naso all’idea di farsi pagare dal pregiudicato B. dirigendo i suoi giornali o scrivendoci? Non risulta. Eppure sono gli stessi che oggi scoprono, per Ranucci e solo per lui, che non deve lavorare in Rai perché ha frequentato un pregiudicato, senza peraltro (almeno che si sappia) commissionargli reati, parlarne bene in tv o farci affari. Quindi, per maggiore chiarezza, la nuova regola del vivere civile va riformulata così: i pregiudicati sono santi finché non incontrano Ranucci.

venerdì 14 agosto 2026

Di questo passo...

 


Di questo passo, non avendo nessun simbolo da esporre se non ludibrio e fetecchie insulse, dopo averci provato col Maestrone Guccini appena defunto - con un coraggio da far invidia  a Massimo Decimo Meridio - adesso tocca a Don Milani!!! Ma ci rendiamo conto? 

Vedrete che il neroperdisempre s'approprierà a breve di Gramsci, il Che e Carlo Marx! 

Roba da non credere! 

Don Milani... ma andate a fare in c...! 

Lì no vero?

 



Natangelo

 



Il racconto di Cappellini

 


Lavitola, il sondaggio e il mestiere di giornalista

di Stefano Cappellini


Non capita spesso a un giornalista di poter scrivere di una notizia avendo partecipato in prima persona a un pezzo della storia. È il mio caso oggi. Della vicenda dell'attentato a Sigfrido Ranucci, di cui Valter Lavitola ha confessato l'altroieri di essere il mandante, conosco in forma diretta un frammento non marginale: la genesi del sondaggio con il quale Lavitola intendeva testare le potenzialità elettorali di Ranucci. Uno snodo importante, visto che nell'ordinanza di custodia cautelare, nella quale sono ricostruiti proprio alcuni di questi passaggi di cui sono testimone, il movente dell'attentato al conduttore di Report è individuato nella volontà di aprirgli la via verso una brillante carriera politica.


Naturalmente, le informazioni di cui dispongo sono già state utilizzate in alcuni articoli pubblicati in occasione dell'apertura dell'inchiesta su Lavitola all'inizio di luglio, quando ero ancora vicedirettore di Repubblica, e in altri pezzi seguiti all'arresto di Lavitola, dopo aver assunto la direzione di questo giornale il mese scorso. Penso abbia un valore giornalistico che adesso sia io a rimettere in fila un po' di fatti, anche per non lasciare che lo facciano persone con altri interessi e scopi.

Ho incontrato e parlato per la prima volta con Lavitola nell'agosto del 2023. Un amico organizzò una cena per la quale gli sono ancora grato, perché al tavolo con noi portò una grande stella della musica italiana. Propose di fissare l'appuntamento da Cefalù, il ristorante di Lavitola nel quartiere romano di Monteverde. Fu così che, al termine di questa cena, si appalesò lui: il ristoratore. Lavitola si sedette con noi e in breve tempo, giurerei sollecitato da me, cominciò a raccontare aneddoti sul suo noto ruolo in una storia che più di quindici anni fa appassionò gli italiani e infiammò la politica: la casa di Montecarlo lasciata in eredità da una nobildonna missina al partito e finita nelle disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Lavitola, all'epoca, faceva parte dell'entourage politico di Silvio Berlusconi ed era stato protagonista di più vicende ai confini, e più spesso oltre, del codice penale. Se quella serata era cominciata con l'idea di proporre una grande intervista biografica alla famosissima cantante, finì con l'idea che il colpo migliore sarebbe stata una intervista a Lavitola sulla vera storia di quei giorni. Dalla cena passò un po' di tempo senza alcun contatto, finché proposi a Lavitola di fare l'intervista. Accettò e il 20 marzo 2024 mi diede appuntamento al suo ristorante. Gli feci domande per quasi due ore e il 21 marzo uscì su Repubblica una intervista a mia firma così titolata: «Sì, ero un bandito. Incastrai Fini sulla casa ma sono pentito». Quella fu la seconda volta in vita mia in cui vidi Lavitola. Ma è la terza e ultima la più importante qui.

A metà febbraio 2026, non sono in grado di ricostruire con esattezza la data, Lavitola mi telefona dicendomi che ha una notizia importante da darmi ma che è necessario parlarne di persona. Alcuni giorni dopo, sono ragionevolmente certo sia stato prima della fine del mese, lo incontro nel suo ristorante. Dopo qualche chiacchiera sul quadro politico, Lavitola passa all'ordine del giorno. Racconta di essere in contatto con una persona di grande levatura e popolarità che potrebbe buttarsi in politica. Non dice che il tizio ha già deciso di farlo, dice che ci sta riflettendo. Aggiunge che il suo livello è tale che, qualora si decidesse a farlo, potrebbe aspirare al ruolo di candidato premier del centrosinistra. Cerco di farmi dare il nome, non senza avergli subito obiettato che vedo molto difficile che, per quanto credibile possa essere il suo uomo, il candidato premier del centrosinistra possa essere un nome diverso da Elly Schlein o Giuseppe Conte. Lavitola, pur con la sua ostentata cortesia partenopea, è inflessibile sulla rivelazione dell'identità. Mi dice che si tratta di una figura in grado di competere ai massimi livelli e che è ancora presto per dire chi sia, ma mi assicura che, se e quando sarà il momento, sarò il primo a saperlo. Però, aggiunge, c'è bisogno di qualche passaggio supplementare. Sostiene di aver avuto casualmente in visione un sondaggio fatto da un istituto americano, sulla cui esistenza effettiva non scommetterei un euro, nel quale il mister X risulta beneficiato di un gradimento altissimo. Adesso, dice Lavitola, serve un sondaggio italiano che potrebbe essere decisivo per convincere il misterioso personaggio a fare il passo e gettarsi nella mischia. Mi chiede consiglio su cosa sia importante domandare agli elettori e anche se posso suggerirgli un istituto al quale affidare la rilevazione. Rispondo che ce n'è almeno una mezza dozzina di affidabili e che sarà affar suo scegliere. Quanto al quesito, gli dico che le domande fondamentali sono due o tre: se gli elettori vedono spazio per un candidato della società civile non espresso dai partiti, su quali temi dovrebbe puntare e le sue potenzialità come sfidante di Giorgia Meloni. Ovvietà, in tutta evidenza. Lavitola mi chiede se mi dispiacerebbe buttar giù per iscritto le domande. Gli dico che, compatibilmente con impegni più urgenti, gli manderò un appunto.

Me ne vado dal ristorante chiedendomi, senza risposta certa, se si tratti di una pista buona o di una bufala. La valutazione delle fonti è fondamentale nel nostro mestiere ma nessuna fonte va esclusa a priori. Preso da altre questioni, dimentico di mandare l'appunto. Più di un mese dopo il colloquio sul candidato misterioso, esattamente il 7 aprile, Lavitola si fa vivo con un messaggio e chiede se, nonostante i miei impegni, posso ancora mandargli quella che lui chiama «la griglia» per il sondaggio. Quel giorno, per la prima volta, mi dice di aver chiesto consiglio anche all'ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli. Rispondo che ho da fare altro e che però gli manderò l'appunto nel giro di qualche giorno. Il 12 aprile mi scrive: «Vedrai che avrai una sorpresa che vale questa rottura di palle». Il 20 aprile, dopo avergli chiesto via WhatsApp una mail, gli mando un file con una decina di domande. Come impegno per provare a mettere le mani su una possibile notizia, è uno sforzo trascurabile oltre che una innocua cortesia. E per le cortesie non si controlla il casellario. Quanto al fatto che pochi mesi prima sia stato Lavitola a organizzare l'attentato a Ranucci, non è notizia a disposizione di alcuno che non sia Lavitola medesimo e i suoi complici.

Dal giorno dell'incontro e nei due mesi e mezzo successivi Lavitola mi contatta via chat tre volte. La prima il 29 aprile con una prima bozza del sondaggio che, confesso, nemmeno apro, non me ne importa nulla, voglio solo sapere il nome del candidato. In questa occasione Lavitola dice che la bozza è passata «al vaglio» di Mieli e Ranucci. So dalla stampa che quest'ultimo è un suo amico, dunque penso gli abbia chiesto consiglio. La seconda volta l'8 maggio, con un messaggio in cui dice di aver ingaggiato l'istituto che dovrà realizzare il sondaggio. La terza il 7 giugno quando mi manda alcuni screenshot delle bozze e io nemmeno gli rispondo. Il 9 giugno, per interrompere il mio silenzio, torna alla carica e mi invia lo screenshot di una chat che contiene un giudizio benevolo sull'impostazione del sondaggio e soprattutto mi rimanda un messaggio che era già contenuto nell'invio da me ignorato due giorni prima. Si tratta di un messaggio inoltrato, quindi non suo, in cui c'è scritto: «Due punti da correggere o integrare». Il commento di Lavitola a questo messaggio, con una insistenza e una sottolineatura che suona sospetta con il senno di poi, è il seguente: «Questo era Ranucci». Continuo a pensare che si tratti dei suggerimenti di un amico, ma ancora per poco, perché a questo punto, spazientito di non aver avuto risposta sull'unica cosa che mi interessa, chiedo in chat: «Quando puoi farmi il nome?». E la risposta di Lavitola stavolta arriva. Eccola, testuale: «Sigfrido Ranucci. Volevo farlo solo dopo il sondaggio, perché da un sondaggio fatto negli Usa, che non ho fatto vedere nemmeno a lui, risulta un numero pazzesco». Lavitola deve essersi dimenticato di avermi già parlato del fantomatico sondaggio Usa, e questo non depone a favore della credibilità del tutto, ma soprattutto non apprezza la mia risposta. Gli scrivo subito: «Per me è una follia». Mi chiede perché. Rispondo: «Non ha chance di decollare». Lui scrive: «Vediamo che succede con questo sondaggio. Quello americano era pazzesco. Per questo mi sono messo a pensarci». Con l'ultimo sforzo di cortesia ribatto che «sono curioso di vedere i dati, ma in primarie contro Schlein e Conte non può prevalere». Lavitola aggiunge che qualcuno gli ha detto che Prodi punta a far saltare le primarie e che quindi Ranucci potrebbe essere l'uomo giusto per mettere tutti d'accordo. La mia risposta: «Prodi non vuole le primarie ma non può essere certo Ranucci il suo candidato».

Esco da questo scambio con una risposta alla domanda con la quale ero uscito dall'incontro al ristorante: non è una cosa seria. Non torna la storia del sondaggio americano, non torna quella del sondaggio italiano, il candidato alla premiership non è plausibile e la fonte non attendibile. Per questo, dopo un minimo approfondimento, non scriviamo nulla. E meno male. Perché oggi un pezzo su Ranucci candidato sarebbe stato strumentalizzato dai molti sciacalli in circolazione come un tassello di complicità con il disegno di Lavitola. E chissà se non fosse anche un suo obiettivo reale, vedere pubblicata da un giornale autorevole la storia della candidatura prima che il cerchio delle indagini si stringesse intorno a lui.

Questa è la storia del sondaggio, per la parte che conosco. Ma ci sono gli ultimi due messaggi ricevuti da Lavitola che meritano di essere raccontati. Il 2 luglio, pochi giorni prima di essere perquisito come sospetto mandante dell'attentato, Lavitola mi scrive in chat sostenendo di essere in compagnia «della persona che si sta occupando del sondaggio», e che ha deciso di fermarlo viste le novità sulle indagini per la bomba. Nel frattempo, infatti, ci sono stati gli arresti dei presunti esecutori. Chiede conforto sull'idea di rimandare ad altro momento la rilevazione. Gli rispondo che mi sembra opportuno. Ma è il messaggio mandatomi all'1.34 del 7 luglio il più inatteso. È quello in cui mi dà la notizia di essere indagato per la bomba: «Credo che dopo l'interrogatorio mi arresteranno. (…) Spero molto che l'aver intrattenuto rapporti con me non ti venga a pregiudicare, anche se dato il tuo spessore mi sembrerebbe difficile, a meno che non decidessi di chiedermi di fare un attentato anche a te». Sono scosso dalla notizia dell'indagine su Lavitola, ma mi colpisce altro. Gli scrivo: «Rileggendo bene il messaggio devo chiedertelo: sbaglio o mi hai scritto che Ranucci ti ha chiesto di fargli l'attentato?». Sbaglio, è la risposta. «Stai scherzando? Ti volevo dire che se mi vuoi come attentatore io ormai sono noto». Dice che in giornata è disposto a parlare al telefono. Quel giorno la notizia dell'indagine su di lui per la bomba a Ranucci è la più importante. Lo chiamo qualche ora dopo proponendogli di fare un'intervista con un nostro cronista. Dice che l'avvocato gli ha proibito di parlare. Ma parla per rivendicare di essere estraneo ai fatti. Gli dico che su Gomes Tavares, il suo faccendiere camerunense, ci sono indizi pesantissimi. Lavitola giura così sulla sua innocenza: «Se è stato Gomes a mettere la bomba, allora sono stato io».

Sempre monitorato l'Egomane

 

Gli imbucati dell’estate 


di Marco Travaglio 

In questo Paese di vili, forti coi deboli e deboli coi forti, lo sport nazionale è il calcio dell’asino: l’attacco all’avversario a terra che non può difendersi. Ora tocca a Ranucci che, non essendo accusato di nulla, non deve difendersi da nulla (a parte la sciagurata amicizia con Lavitola, che però è affar suo: sono i politici, non i giornalisti, a dover rendere conto delle frequentazioni e comportarsi con “disciplina e onore”). Ogni giorno salta su qualcuno a dare lezioni di giornalismo a Report e/o Ranucci (specie quelli di Ruby nipote di Mubarak) o a fingersene vittima. Di Pietro dà un’intervista al Foglio, che l’ha calunniato per anni, per ricordare che “ciò che sta subendo Ranucci” lo subì lui “proprio da Report”. Vero: nel 2012 uno scombiccherato servizio su case e fondi elettorali segnò la sua fine politica. Peccato che Ranucci non fosse né l’autore né il conduttore, quindi non ci azzecca.

Fra gl’imbucati nel caso dell’estate non poteva mancare Renzi: “Sono stato massacrato per anni da Report sulla storia dell’autogrill, una vicenda allucinante su cui la verità è tutta da scrivere”, e “dopo la confessione di Lavitola potrei dire molto”, ma “preferisco rimanere garantista e lasciare ai bravi magistrati il compito di fare chiarezza”. Finale vittimistico passivo-aggressivo: “Meglio non pensare al metodo Report contro gli avversari, prendere gli occhiali e gustarsi l’eclissi”. Cosa c’entri la confessione di Lavitola con l’incontro fra lui e lo spione Mancini all’autogrill di Fiano il 23.12.20, mentre l’italomorente stava rovesciando il governo Conte-2, non è dato sapere. In effetti fu una “vicenda allucinante” (una delle tante della sua biografia), ma a fare chiarezza hanno già provveduto i “bravi magistrati” di Roma: così bravi da radere al suolo tutti i sospetti complottisti lanciati da Renzi. Il quale denunciò per “spionaggio di pubblici ufficiali” la insegnante che aveva ripreso il summit col telefonino e inviato il video a Report, perseguitandola con l’accusa di essere un’agente segreta inviata da oscure forze antirenziane. Poi denunciò Report per “violazione del segreto di Stato” per aver identificato nel dirigente Dis Mancini (salvato proprio dal segreto di Stato nelle inchieste su sequestro Abu Omar e spionaggio Telecom) il tizio che confabulava con lui. Naturalmente le denunce furono archiviate perché erano tutte fregnacce: la prof era solo una prof che “non risulta aver mai avuto rapporti diretti o indiretti” coi Servizi; e svelare l’identità di Mancini, “pressoché di dominio pubblico”, non violava alcun segreto di Stato. La prof fece il proprio dovere di cittadina e Ranucci di giornalista: l’unico che deve ancora dare spiegazioni, possibilmente un po’ meno ridicole dello scambio di “babbi” natalizi, è Renzi. Quindi sì, meglio guardare l’eclissi: la sua.