venerdì 20 febbraio 2026

Italia olimpica


 

Questa vicenda dolorosissima evidenzia ulteriormente gravi carenze specialistiche e organizzative. Dal 2023 era stata consegnata all’ospedale napoletano un contenitore di organi di nuova generazione, ma nessuno ancor oggi è in grado di utilizzarlo per eclatante incompetenza. Nessun corso, nessun preparazione. E stiamo parlando di trapianti. In un paese normale, oltre al dolore per il bimbo, scatterebbe un licenziamento a cascata, dal direttore sino al responsabile degli aggiornamenti, ammesso che esista. Nel nostro invece avverrà la solita e mefitica sceneggiata: scarico di responsabilità - mancata individuazione dei responsabili - processo a qualche sottoposto- avvocatoni - prescrizioni, con annesso l’annuale gioia per il miracolo di San Gennaro. Ma esiste nel sottobosco una più grave colpa, infingarda e subdola: l’agonia del sistema sanitario nazionale, il depauperamento delle risorse a scapito del privato, all’aumento delle spese militari, alla crescita del disavanzo dello Stato, vedasi i probabili cinque miliardi che dovremmo pagare per la vetrina di lor signori per le Olimpiadi. Quel bimbo che sta per lasciarci tuona nelle nostre coscienze, avvertendoci, se ancora ve ne fosse bisogno, che viviamo in un brutto e sconquassato paese. Vola sereno in alto piccolino! E scusaci tanto!

Spot

 



Paravento Olimpico

 


L'Amaca

 


L’ultimo evento generalista

di Michele Serra

Ci si avvicina a Sanremo con una certa ansia preventiva – la settimana prossima l’intero apparato mediatico nazionale sarà consacrato al Festival: fino allo sfinimento. Ma anche, bisogna ammetterlo, con una specie di sbalordito rispetto per quello che – al di fuori del calcio e dello sport in generale – è forse l’unico evento “generalista” rimasto nel nostro Paese.

Nessuno guarda più niente, legge più niente, ascolta più niente al di fuori delle proprie consuetudini tribali – il termine è brutale, lo so: ma è utile per indicare consumi culturali e informativi radicalmente divisi per gruppi non comunicanti, o poco comunicanti. L’idea che esista ancora un “luogo” condiviso, se non da tutti, da moltitudini di italiani, è in un certo senso rassicurante. E forse sottilmente ricattatorio: se un numero esorbitante di italiani (io tra loro) guarderà Sanremo, anche solo a tocchi e occasionalmente, magari è anche per il disperato bisogno di condividere con gli altri almeno un pezzetto di questo Paese, altrimenti frantumato, devoto a pratiche e idee sconosciute le une alle altre.

Con tutto il rispetto per la canzone, l’idea che la canzone sia l’unico territorio condiviso è un poco deprimente. Ma è meglio che niente. Se anche Sanremo (come i telegiornali, come i palinsesti, come tutto) decadesse dal suo ruolo unitario, e fosse banalmente una tra le tante fonti, confusa tra cento, tra mille, confermando la tendenza alla disgregazione, che è il contrario dell’aggregazione, non sarebbe una buona notizia. Se la tendenza alla frammentazione è irresistibile, e conformista: Sanremo è anticonformista.

Brutta UE

 

Bellicosa e Frivola: la Ue come gli Usa


di Barbara Spinelli 

Dopo aver pomposamente scoperto l’acqua calda, e cioè che il vecchio ordine internazionale è finito, i leader europei riuniti a Monaco per l’annuale Conferenza sulla Sicurezza hanno dato il meglio di sé e si sono collettivamente inginocchiati davanti al nuovo impero senza norme prefigurato dal presidente Trump.

Solo così si spiega l’entusiasmo con cui hanno ripetutamente applaudito il discorso del ministro degli Esteri Marco Rubio. Non è mancata, alla fine, una standing ovation che conferma l’ottusità di cui son capaci i governanti europei, quando sono in preda a quella che Barbara Tuchman, storica della Prima guerra mondiale, chiamava la “bellicosa frivolezza degli imperi senili” (I Cannoni d’Agosto).

Un anno prima, sempre alla conferenza di Monaco, il vicepresidente J.D. Vance s’era scagliato contro gli europei, accusandoli di calpestare la libertà di pensiero e di criminalizzare nei loro paesi le destre estreme. Rubio non ha detto cose diverse, pur elogiando con dovizia la comune storia transatlantica. Ha solo adottato, con impressionante successo, la formula Mary Poppins: “Basta un po’ di zucchero e la pillola va giù”.

La pillola accolta con giubilo è addirittura più amara, se solo si pensa ai motivi per cui, nel secondo dopoguerra, gli Stati europei decisero di unirsi per curare le malattie che per secoli avevano afflitto il nostro continente: guerre, cruente conquiste e occupazioni coloniali, nazionalismi autoritari.

Il nuovo ordine esposto da Rubio si sbarazza del “culto del clima”, della tolleranza sull’immigrazione e di tutti gli argini predisposti nel dopoguerra – Nazioni Unite con le sue varie agenzie, diritto internazionale con le sue numerose Convenzioni – e una volta fatta piazza pulita ripropone l’ordine sfociato in due guerre mondiali. L’ordine delle colonizzazioni predatorie, eroicamente imposte, secondo Rubio, “dai nostri missionari, pellegrini, soldati, esploratori”, disposti “per cinque secoli a traversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che s’estendevano in tutto il globo”. Ordine “sfiancato dalle atee rivoluzioni comuniste e da insurrezioni anticoloniali che hanno trasformato il mondo ricoprendo vaste aree della mappa con la rossa bandiera di falce e martello”.

Ordine infine che l’Onu “non sa far rispettare” (non per sua colpa, ma per i veti Usa in Consiglio di Sicurezza) e per fortuna c’è Trump a trattare sull’Ucraina, a imporre tregue a Gaza, a evitare l’atomica iraniana. Trump, che quando si “stufa” sgancia bombe (potrebbe rifarlo in Iran) o sequestra presidenti come Maduro. “Non viviamo in un mondo perfetto – così Rubio – e non possiamo continuare a permettere a coloro che minacciano i nostri cittadini e che mettono in pericolo la stabilità globale di nascondersi dietro le astrazioni del diritto internazionale”.

Quando parlano di “sistema di valori europei” e respingono la “lotta culturale Maga” e la sfrenata libertà di parola sbandierata dal movimento di Trump, i dirigenti europei pensano forse d’aver mostrato indipendenza dall’amministrazione Usa. È il caso di Friedrich Merz, che a Monaco ha constatato l’esistenza, in materia, di un “profondo fossato fra Europa e Stati Uniti”. Giorgia Meloni, avendo gran paura dei fantasmi, ha subito preso le distanze (“Non condivido le critiche alla cultura Maga!”) senza accorgersi che quelle di Merz o Macron sono parole-soffioni, che il vento volatilizza appena emetti un respiro.

Naturalmente non si può escludere che un giorno l’Europa diverrà il porcospino d’acciaio annunciato da Ursula von der Leyen, con Germania e Ucraina detentori degli eserciti più letali del continente. Ma ci vorrà molto tempo perché ciò avvenga, e se dovesse avvenire sarà la rovina. Perché le insurrezioni anticoloniali che Rubio colloca nel passato sono tuttora in corso, a cominciare dalla Palestina in parte annientata in parte annessa. Chi ha detto che gli imperi senili avranno la meglio sul Sud del mondo?

Nel frattempo – e il frattempo conta – l’Europa non esercita alcun ruolo fruttuoso: né come Unione, né nei nuovi formati E3 (Francia, Germania, Inghilterra) o E6 (Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Polonia). Non lo esercita in Ucraina, perché nei negoziati di Ginevra tra Usa e Kiev l’Europa non c’è, a dispetto di Macron secondo cui “dobbiamo assolutamente avere un posto a tavola”. È assente nel negoziato con l’Iran, che pure dovrebbe includere gli ex garanti dell’accordo stipulato da Obama e affossato da Trump (Francia, Inghilterra, Germania).

Come può l’Europa esigere posti a tavola, quando Kaja Kallas, mascherata non solo a Carnevale da Alto Rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza, afferma che la Russia al quarto anno di guerra resta minacciosissima e tuttavia “è a pezzi, ha l’economia in brandelli, è sconnessa dai mercati energetici europei e i suoi cittadini stanno fuggendo”.

Questo non significa che l’Europa non ha potere. Ma è il potere di nuocere e mentire, non di edificare, finalmente, architetture di sicurezza continentale con la Russia che ci sta accanto. Gli europei hanno inventato l’arte occidentale della diplomazia e non sanno più che sia, lasciando il posto a speculatori edilizi apparentati a Trump come Steve Witkoff e Jared Kushner. Figura stramba Kushner: sempre immobile nella sua maglia nera a girocollo e sempre impettito quando siede o sta in piedi, pare un replicante.

Anche quando avvertono, come Meloni, che parteciperanno “solo come osservatori” al Comitato d’Affari detto anche Board of Peace sul futuro di Gaza e Cisgiordania, guidato da Trump senza limiti di tempo, fingono di ignorare che simili organi neocoloniali soppiantano l’Onu e cancellano ogni parità tra i membri.

Citando il filosofo Peter Sloterdijk, Merz dice che “è finita la lunga vacanza europea dalla storia del mondo” e che tocca tornare al lavoro. Berlino vi è tornata sin dai tempi del socialdemocratico Scholz, quando investì centinaia di miliardi in armi e decise per la prima volta dal 1945 di schierare truppe contro Mosca in Est Europa: 4.800 militari entro il 2027 in Lituania.

In Ucraina, tutto vogliono i governi europei tranne la fine della guerra. Wolfgang Ischinger, regista della Conferenza di Monaco, non poteva essere più chiaro: “Fino a che continua la guerra combattuta con coraggio e vigilanza dagli amici ucraini, l’Europa si sente sicura”. L’Europa è anche contro il ritiro delle missioni Nato in Iraq e Kosovo, prospettato da Trump.

Merz accampa valori europei, ma il fossato Usa-Ue cui accenna non è così profondo. È stato il ministro degli Esteri francese Barrot a chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, autrice del rapporto Onu sul genocidio a Gaza, per una frase su “Israele nemico dell’umanità” mai pronunciata. La bufala è stata smontata (condannato è il sistema militare-industriale complice del genocidio) ma il ministro di Macron insiste, spalleggiato dai governi di Italia, Germania, Inghilterra.

Quanto al libero pensiero, è la Commissione europea su indicazione della Kallas che ha deciso di sanzionare, con ritiro di carta di credito e senza controlli giuridici e parlamentari, il pensiero di esperti come l’ex colonnello svizzero Jacques Baud, reo di putinismo. Sono Commissione e Parlamento Ue a giudicare “sicuri per il rimpatrio dei migranti” Stati che violano i diritti come Egitto e Tunisia. Un profondo fossato culturale sui valori, fra Stati Uniti ed Europa di oggi? I disvalori e la frivolezza bellicosa li accomunano, molto più di quello che proditoriamente ci danno a credere.

Asina

 

Separare le balle 

di Marco Travaglio 

Ogni giorno Giorgia Meloni pesca una sentenza senza leggerla e ce la spiega per convincerci a votare Sì alla sua “riforma” che non ha letto o non ha capito. Altrimenti non la spaccerebbe per un farmaco miracoloso che imporrà ai magistrati di decidere come vuole lei, visto che per farlo non le basterebbe riformare sette articoli della Costituzione: dovrebbe proprio abolirla. Martedì se l’è presa col giudice “politicizzato” che le avrebbe vietato di rimpatriare l’algerino irregolare Redouane Laaleg, 11 volte arrestato, 23 volte condannato e 2 volte espulso per “pericolosità sociale”, ma mai mossosi dall’Italia. Purtroppo nessun giudice ha vietato di espellerlo (se ha 23 condanne e 11 arresti è grazie ai giudici): è il governo che non lo espelle, un po’ perché il regime alleato di Algeri non collabora, un po’ perché gli incapaci del Viminale, anziché rispedirlo in Algeria, gli hanno comunicato il trasferimento a Brindisi e poi, con l’inganno, l’hanno portato nel centro vuoto in Albania (da cui non può essere rimpatriato, se non rientrando in Italia). E non gli hanno neppure notificato la misura. Così l’avvocato ha chiesto e ottenuto dal giudice Bile (così politicizzato che era consulente di B.) la condanna del governo inetto a pagargli 700 euro di danni.

Mercoledì la Meloni ha sventolato un’altra “sentenza assurda”: quella del Tribunale civile di Palermo che condanna lo Stato a risarcire un totale di 90 mila euro all’ong SeaWatch per il sequestro della nave capitanata da Carola Rackete che nel 2019 salvò dei migranti e poi irruppe in porto contro il divieto del Viminale, speronando una motovedetta della Gdf. Ma la sentenza non cita neppure la speronatrice. Si occupa di ciò che accadde dopo: il fermo amministrativo della nave. E non dice affatto che fosse illegittimo. SeaWatch ricorse alla Prefettura di Agrigento che, anziché replicare entro 10 giorni come impone la legge confermando o revocando il fermo, non rispose niente. Quei 10 giorni di silenzio-assenso resero nullo il fermo, ma la nave restò bloccata altri due mesi. Quindi il giudice ha dovuto risarcire SeaWatch per i 60 giorni di fermo illegale, che sarebbe stato legale se il prefetto l’avesse ribadito. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore, sostenendo però che le leggi sono ambigue e il ricorso andava rivolto alla Gdf. Purtroppo il modulo consegnato ai marinai diceva che dovevano ricorrere al prefetto: un altro errore del Viminale, che ci costa 90 mila euro (almeno in primo grado: il governo può fare appello). Fra l’altro, nelle cause civili ci sono i giudici, ma non i pm: la separazione delle carriere non c’entra una mazza. Per scoprirlo, la Meloni deve armarsi di santa pazienza e fare come chiunque voglia criticare le sentenze: cioè leggerle.