La solitudine di Klaebo
“Vivo per vincere dopo temo il vuoto”
La sequenza degli ori di Klaebo: sprint, sprint a squadre, staffetta nel 2018; sprint e sprint a squadre nel 2022; 10 km, sprint, skiathlon, sprint a squadre, staffetta nel 2026
di Giampaolo Visetti
Oggi nella 50 km l’atleta norvegese a un passo dal record di ori: 6 in 6 gare. «Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo»
«Ci sono due cose che mi fanno paura. Prima delle gare temo di ammalarmi. Dopo, mi spaventa il vuoto. Il tempo passa anche per me: quando smetterò di sciare dovrò sforzarmi di trovare la mia strada». Non è semplice diventare anche Johannes Hoesflot, dopo essere stato solo Klaebo. Questi Giochi non incoronano il fondista più vincente della storia: mostrano al mondo un campione che domina senza tradire fatica, attento a non esagerare, estraneo a frasi costruite per la memoria altrui. L’atteso oro nella 50 chilometri di oggi lo consegnerebbe alla mitologia delle Olimpiadi invernali: sei vittorie su sei gare, come agli ultimi Mondiali, 13 medaglie di cui 11 d’oro in tre edizioni. A 29 anni il rocketman norvegese non finge di sottovalutare quelli che definisce «certi buoni risultati».
A poche ore da un’impresa senza precedenti, che promette di proiettarlo nella dimora esclusiva delle invincibili divinità dello sport, da Duplantis a Pogacar e da Bolt a Phelps, insiste però sulla sua verità: «La mia testa — dice nel suo rifugio a Castello di Fiemme — è sempre fissa alla prossima sfida e sarà così anche a Giochi finiti. Vivo in una bolla e giorno per giorno, non ho alternative: mi mancano le risorse mentali per occuparmi di paragoni con persone a me ignote, o di record ancora da pesare. Pianificare una carriera è il passatempo di chi l’ha già conclusa».
Sulla tivù norvegese i suoi trionfi italiani toccano il non disprezzabile share del 90%. In Scandinavia l’inventore della “Klaebo-run”, capace di salire a venti chilometri orari pendii da scialpinisti, fino a oscurare Mart Bjørgen, Bjørn Daehlie e Ole Einar Bjøorndalen, in questi giorni sorprende però per una metamorfosi caratteriale. «Per la prima volta — ammette il nonno-allenatore Kare, che lo segue da quindici anni — Johannes si concede brevi sorrisi e qualche parola. Forse a scioglierlo è il calore italiano».
Il primo a confessare la debolezza di accettare il mondo è proprio lui. «Ai Mondiali di Trondheim — dice — mi hanno incitato 30 mila persone. Mi sentivo solo, ma ero a casa tra famigliari e amici. Ho capito che per resistere non posso escludermi dalla realtà. A Tesero accetto così la presenza degli altri, compresa la mia fidanzata. Ascolto tutti: il mio esilio nella disciplina presto finirà e avrò bisogno di imparare la tecnica di esistere».
Il cambiamento del modello Klaebo sarebbe questo: da un incrocio tra un asceta e un eremita, a un mistico stupito dalla terrena curiosità, disposto perfino a spiegare con gentilezza le fondate ragioni del suo silenzio. «Per sciare ad alto livello è necessario curare il fisico, la mente, la salute, la tecnica, i materiali e le cere per far scivolare gli sci. C’è molto da fare e la vita ti concede poco tempo tra i migliori: o pensi a questo, passando mesi da solo a lavorare in luoghi remoti, o affini la simpatia e rinunci a esplorare i tuoi limiti».
Dopo il quinto oro nella Team sprint un cronista norvegese ha cercato di infilarsi dell’inedita disponibilità espressiva e gli ha chiesto i “progetti per il futuro”. Risposta: «Tornare in albergo dal fisioterapista e andare a dormire». Domanda di riserva: come commenta le parole del suo allenatore, che la definisce il migliore sportivo della storia? «Il mio commento è: grazie».
Uno scontroso gigante di ghiaccio? «Al contrario — dice Klaebo — spero si capisca che vivo con la mascherina e mangio da solo perché non posso ammalarmi, che rinuncio a essere un ragazzo per chiarire chi è un atleta, che scio anche di notte perché la semplicità è nascosta nella complessità. Non si nasce forti, lo si diventa se non si smette mai di migliorare in modo rapido. Dire no fino all’istante dell’addio, è inevitabile».
Un solo cedimento: l’uomo che scia solo contro sé stesso confessa che «per la prima volta ai Giochi mi sto perfino divertendo». «A livello mentale sto meglio rispetto agli ultimi anni. Mi sembra di essere più maturo, aspetto e spreco meno energie». Nella 50 chilometri di oggi, l’ultimo verso di una poesia alla Henrik Ibsen: Johannes Klaebo solo, due ore a scivolare lontano da tutti nelle foreste innevate, per diventare un inafferrabile raggio di luce. «Vincere sempre — dice a occhi chiusi — resta un’eccezione quasi impossibile. Se mi succede cercherò di capire cosa significa».
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