giovedì 11 giugno 2026

Natangelo

 



Daje Taja!

 

Tajani come Totò: “vediamo ’sto netanyahu dove vuol arrivare” 


di Marco Travaglio 

Antonio Tajani, che sembra preso dalla strada come gli attori di Rossellini e messo a recitare il ruolo di ministro degli Esteri in un’epoca di quasi guerra mondiale, quando dice che qualcosa è “inaccettabile” vuol dire che può continuare benissimo ad accettarla.

A ottobre 2024, in occasione degli attacchi dei soldati israeliani contro le basi Unifil in Libano, tuonò: “È inaccettabile quello che sta accadendo”, per poi precisare: “Aspettiamo che facciano l’inchiesta e, visto che ci sono prove inequivocabili che sono stati i soldati israeliani a sparare contro le basi (qui si confonde, ndr), questa mattina c’è stato un altro incidente inaccettabile (e due, ndr) in una base in cui c’erano anche una settantina di soldati italiani”. Poi, esausto, rimarcò il concetto con un sinonimo: “Ritengo sia inammissibile”. Intervistato dal Tg1 a maggio 2025 nel cortile di casa per commentare i colpi sparati a Jenin in Cisgiordania dalle forze israeliane contro diplomatici europei, tra i quali un viceconsole italiano, scolpì: “È un errore inaccettabile”. Poi, forse temendo di essere stato troppo ultimativo, ammorbidì: “Le scuse vanno bene, però non si può sparare quando ci sono dei diplomatici”, altrimenti sì, ben venga. Poi ci ripensò: “Gli avvertimenti con le armi sono veramente inaccettabili”. Parlando al Senato a settembre 2025 non fece sconti a nessuno: “Voglio essere chiaro: quello che accade nella Striscia è sempre più inaccettabile”. Per questo motivo l’Italia ha delegittimato la Cpi che ha spiccato un mandato di cattura per Netanyahu e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha votato contro le tregue umanitarie e rafforzato i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use o di consegne nate da accordi precedenti al 7 ottobre 2023, data a partire dalla quale il tetragono Tajani sostiene di aver smesso di inviare armi all’Idf per sparare in testa ai bambini.

A gennaio di quest’anno, quando due carabinieri italiani in missione diplomatica in Cisgiordania sono stati fermati e minacciati col fucile puntato da un soldato israeliano, Tajani dovettero tenerlo fermo in tre: “Inaccettabile quanto accaduto ai carabinieri!”, infatti dopo non successe niente. E quando gli israeliani vietarono al cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di entrare a Gaza per la Domenica delle Palme, per poco Antonio non salì su un elicottero dalla Farnesina a Gerusalemme: “È inaccettabile avergli impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro”; e, per far capire che non scherzava, espresse “sdegno”. Per Tajani sono inaccettabili anche i bombardamenti sui civili in Libano da parte di Israele, che infatti li sta continuando in tutt’agio. “Inaccettabile” e financo “esecrabile” è stato il comportamento dell’altrimenti irreprensibile ministro Ben-Gvir, che umiliò gli attivisti della Flotilla privati dei loro diritti e catturati in acque internazionali (secondo Antonio “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”: poi vale il Deuteronomio). Ora che lo stesso Ben-Gvir, ricevuta la notizia di esser indagato dalla Procura di Roma per torture e sequestro, ha detto: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte” (dev’essere la famosa, sottilissima ironia yiddish), Tajani non ci ha visto più: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben-Gvir”; anzi, una ce l’ha (indovinate quale?), perché quelle parole “non sono degne di un ministro”, mentre lo è sterminare donne e bambini, sparare sulle ambulanze, eliminare medici, reporter e giornalisti. Tajani ricorda sempre più il Totò che prende le botte da un tizio che lo crede Pasquale: forse vuole vedere dove ’sto stupido di Netanyahu vuole arrivare. Inaccettabili saranno anche i voli Tel Aviv-Cagliari che portano soldati israeliani a scaricare lo stress nel Paese delle ciabatte, ospiti dei resort in Sardegna; ma aspettiamo la dichiarazione ufficiale per accettarli definitivamente.

Sempre al vostro fianco!

 

Voi ci siete, noi ci siamo 


di Marco Travaglio 

Alle liti temerarie di B., Previti, Dell’Utri, Renzi e famiglie eravamo abituati. Ma non ci era mai capitato che un personaggio ricco e potente come Cipriani jr., con agganci in mezzo mondo, ci chiedesse 250 milioni di dollari perché “il Fatto deve chiudere”. E non era mai capitato ad alcun giornale italiano. Oltre ai messaggi di solidarietà dei lettori, inversamente proporzionali a quelli dei “colleghi”, il miglior balsamo in queste ore complicate è l’ultimo report Audipress sulla diffusione dei quotidiani: ad aprile, mentre tutti gli altri crollano e il Giornale e il Tuttosport crescono dello 0,4%, il Fatto fa un balzo in avanti del 19% rispetto a un anno fa. Da aprile 2025 ad aprile 2026 le nostre copie vendute sono salite da 52.651 a 62.631: 10mila in più. Un balzo dovuto agli abbonamenti digitali (le edicole purtroppo seguitano a chiudere), che non compensa finanziariamente il trend negativo della carta, ma editorialmente è un vero miracolo. Quando il Fatto nacque, nel 2009, era in fondo alla top ten: ora è il terzo quotidiano generalista dietro Corriere e Repubblica, il quinto in assoluto contando Sole 24 Ore e Gazzetta dello Sport. Un traguardo esaltante, che ci avvicina alla soglia di sicurezza di quota 100mila.

Possiamo dirlo forte perché il merito è solo in minima parte di noi giornalisti del Fatto: eravamo gli stessi l’anno scorso, coi nostri pregi e difetti, eppure voi lettori eravate un quinto in meno. Il merito è dei 52mila che sono rimasti e dei 10mila che si sono aggiunti. È grazie a voi se siamo riusciti a rifiutare il finanziamento pubblico (a noi spettavano per legge 732mila euro), che gli altri continuano a incassare, almeno finché non sarà abolito. Ed è grazie a voi se affrontiamo più serenamente la guerra esistenziale che ci ha dichiarato il duo Cipriani&Minetti, con gran stuolo di boccaloni volontari. Alcuni lettori ci invitano a “stare attenti”, a “non metterci contro anche il Quirinale e i Pg di Milano”: non possiamo accontentarli, essendo nati per dire le cose vere che gli altri non dicono, non per “stare attenti”. Altri propongono sottoscrizioni per le spese legali: chi vuole aiutarci faccia o regali un abbonamento; alle sottoscrizioni penseremmo se qualcosa andasse storto. Ma confidiamo di dimostrare ai giudici di aver pubblicato solo notizie e testimonianze autentiche e verificate, correggendo eventuali inesattezze appena le scoprivamo e senza che nessuno ce lo chiedesse. Così le spese ce le pagherà chi ci ha denunciati (e magari sarà denunciato per lite temeraria). Abbiamo sempre offerto il diritto di replica a tutti: Cipriani e Minetti hanno preferito trascinarci in tribunale per farci chiudere. Proposito largamente condiviso da politici, potenti e “giornalisti” al seguito. Faremo di tutto per deluderli un’altra volta.

mercoledì 10 giugno 2026

Ucci Ucci!

 



Un ponte di guai

 


Natangelo

 



L'Amaca

 


La guerra è vecchia

di Michele Serra


C'è quell'immagine che gira ovunque, il missile iraniano ficcato nel terreno desertico vicino a Gerico. Un missile proprio a forma di missile, come lo disegnerebbe un bambino, come quello che Méliès immaginò infisso nell'occhio della Luna nel 1902, centoventiquattro anni fa. Qualcuno lo osserva e lo fotografa, è alto come un paio di uomini. Avrebbe potuto uccidere persone o distruggere una casa, per questo era stato lanciato, ma ora appare per quello che è: un patetico rottame, esposto al dileggio delle sue mancate vittime.

È appena caduto ma sembra un relitto che è lì da sempre, come certe barche spiaggiate. Ferraglia arrugginita, un chiodo infisso a caso da una mano incapace, uno spreco maldestro. Non ha nemmeno la solennità inquietante di un totem rovesciato, è solo un colpo fallito, uno degli infiniti sperperi della guerra. Della quale ci atterrisce la potenza tecnologica, la forza nuova e micidiale che attribuiamo ai suoi arsenali. Ma la guerra è anche (se non soprattutto) questa ferraglia sparpagliata, questa cilecca demente che spara centinaia, migliaia di proiettili qualche volta a segno, molte volte nel nulla.

Montagne di denaro regalate al vento. Dissipazione economica e rovina ambientale. Baccano dimostrativo.

La guerra è vecchia: questa è la didascalia ideale di quella foto così simbolica. La guerra è un relitto arcaico, puzza di ruggine e di bruciato, di fango e di macerie, la sua scintillante buccia tecnologica copre una polpa avvizzita. La guerra che fa esplodere gli smartphone a distanza è un lusso per i capi e i sottocapi che si fanno la pelle a vicenda come nei film di spie. Il grosso della guerra è ancora carne e metallurgia, trincea e fame, calcinacci e profughi in fuga con i bambini e i vecchi in spalla, come nell'Iliade. E razzi, a decine di migliaia, che partono belli lustri e si schiantano nella polvere.