La guerra è vecchia
di Michele Serra
C'è quell'immagine che gira ovunque, il missile iraniano ficcato nel terreno desertico vicino a Gerico. Un missile proprio a forma di missile, come lo disegnerebbe un bambino, come quello che Méliès immaginò infisso nell'occhio della Luna nel 1902, centoventiquattro anni fa. Qualcuno lo osserva e lo fotografa, è alto come un paio di uomini. Avrebbe potuto uccidere persone o distruggere una casa, per questo era stato lanciato, ma ora appare per quello che è: un patetico rottame, esposto al dileggio delle sue mancate vittime.
È appena caduto ma sembra un relitto che è lì da sempre, come certe barche spiaggiate. Ferraglia arrugginita, un chiodo infisso a caso da una mano incapace, uno spreco maldestro. Non ha nemmeno la solennità inquietante di un totem rovesciato, è solo un colpo fallito, uno degli infiniti sperperi della guerra. Della quale ci atterrisce la potenza tecnologica, la forza nuova e micidiale che attribuiamo ai suoi arsenali. Ma la guerra è anche (se non soprattutto) questa ferraglia sparpagliata, questa cilecca demente che spara centinaia, migliaia di proiettili qualche volta a segno, molte volte nel nulla.
Montagne di denaro regalate al vento. Dissipazione economica e rovina ambientale. Baccano dimostrativo.
La guerra è vecchia: questa è la didascalia ideale di quella foto così simbolica. La guerra è un relitto arcaico, puzza di ruggine e di bruciato, di fango e di macerie, la sua scintillante buccia tecnologica copre una polpa avvizzita. La guerra che fa esplodere gli smartphone a distanza è un lusso per i capi e i sottocapi che si fanno la pelle a vicenda come nei film di spie. Il grosso della guerra è ancora carne e metallurgia, trincea e fame, calcinacci e profughi in fuga con i bambini e i vecchi in spalla, come nell'Iliade. E razzi, a decine di migliaia, che partono belli lustri e si schiantano nella polvere.
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