Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 18 luglio 2023
Marina, Marina!
L'Amaca
Lo Stato che resiste
DI MICHELE SERRA
Si dice spesso che a salvarci, quando il livello dei governanti non è rassicurante, sia il Deep State, lo Stato profondo che lavora e assicura continuità a dispetto di chiunque occupi i Ministeri. I ministri passano, i governi pure, gli alti funzionari pubblici mandano avanti la baracca e garantiscono che non affondi. Vale per la Farnesina, per i ministeri economici, per l’ordine pubblico, vale per il funzionamento della macchina Italia a tutti i livelli, e ancora più per la salvaguardia dell’idea di Stato, logorata nei decenni dalla demagogia e dal populismo che consentono notevoli bottini elettorali.
Proprio al Deep State ho pensato leggendo le riflessioni del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, in un incontro pubblico. Tra le altre: «Se vogliamo garantire i diritti fondamentali della persona indicati e tutelati nella nostra Costituzione — come la salute dei cittadini, l’istruzione dei nostri figli, la sicurezza di tutti — servono risorse, e noi siamo chiamati a raccoglierle a vantaggio di tutti. Anche di chi si sottrae al loro pagamento».
Parole che suonano come risposta indiretta, anzi diretta, alle recenti dichiarazioni del Salvini (il cui ministero, tra l’altro, con il Fisco non c’entra un fischio) e della premier Meloni sulle tasse come «pizzo di Stato», inquadrabili nel vecchio adagio “non si devono mettere le mani nelle tasche degli italiani” così caro alle destre di ultima generazione.
Ignoro come e quando Ruffini possa essere sostituito o destituito dai nuovi padroni politici del Paese. Posso solo dire che mi conforta non poco saperlo là dov’è, e spero che ci rimanga a lungo, compatibilmente con il suo grado di sopportazione dei nuovi governanti.
Michele il Saggio
Clima, le destre sorde
Il caldo, in questi giorni, è quasi un peso fisico — la famosa “cappa d’afa” — e la sola occasione di sollievo sono le autorevoli raccomandazioni a bere molto e non fare la maratona alle due del pomeriggio, che almeno concedono un attimo di buon umore.
Meno divertente è l’idea che le forze politiche che ci governano, così come tutta la destra europea, abbiano appena votato “no” alla legge sul “ripristino della natura” fortunatamente approvata dal Parlamento europeo. Legge che, con tutti i suoi limiti di retorica e di buone intenzioni di ardua realizzazione, appartiene al campo della ragione: nel senso che prende atto dei guasti che lo sviluppo umano ha inferto alla natura, e cerca in qualche modo di rimediare.
Va detto, a monte di qualunque polemica politica, che vi è un indubitabile riscontro scientifico all’idea che l’uomo, per altro vicino ai dieci miliardi di viventi, sia la prima causa del surriscaldamento del pianeta. Che l’uso smodato di combustibili fossili abbia aumentato la temperatura della biosfera ben oltre le sue normali oscillazioni. Che dunque spetti a noi, se vogliamo essere ancora a lungo sopportati dalla Terra, cercare di porre rimedio: e non per un’astratta etica “ambientalista” (l’ambiente Terra può serenamente fare a meno di noi), ma per un calcolo decisamente pro-umano. Se vogliamo sopravvivere, come specie, dobbiamo rinfrescare e ripulire l’atmosfera, altrimenti la prossima Era sarà legittimo appannaggio dei bacarozzi, dei ragni, delle meduse e di altri nostri legittimi conviventi.
Perché questo discorso, di puro buon senso, non interessi alle destre di tutto il mondo, è un mezzo mistero.
Poi però c’è la metà misteriosa. Irrazionale. Se il pianeta si infoca, i ghiacci polari si sciolgono e le città costiere vengono sommerse, destra e sinistra vanno sotto alla stessa maniera. Non converrebbe dunque a tutti, per comune esigenza se non per amicizia o addirittura per fratellanza, lavorare insieme per cercare di risolvere il problema, o almeno di arginarlo? Perché diavolo la destra deve essere “negazionista”, sul clima? Su quali basiscientifiche e, aggiungo, su quali basi politiche, visto che nessuna ipotesi di società, nessun progetto di sopravvivenza può fare a meno di prendere atto che il riscaldamento del pianeta è una realtà, non un’ipotesi?
Questo governo, a sentirlo parlare, mette ansia e dunque mette caldo.
lunedì 17 luglio 2023
AHHHHRGH!!!
Fermi tutti! Ella ha scritto!
La Figliola per antonomasia ha inviato una letterina al giornale, mi vien da ridere, al giornale dicevo che si chiama "Il Giornale" e che una volta era di proprietà del "Papi" assieme a Tv e a quant'altro gli servì in vita per accumulare denaro, potenza e ogni altra virtù che in un paese democratico dovrebbe essere distribuita equanimemente per ragioni legate alla democrazia, parola questa desueta da moltissimi anni in queste lande.
Ma leggiamo la letterina:
Caro direttore,
ma la guerra dei trent'anni non doveva finire con Silvio Berlusconi? Dopo di lui, il tema giustizia non doveva tornare nei binari della normalità? No, purtroppo non è così. Ha aspettato giusto un mese dalla sua scomparsa, la Procura di Firenze, per riprendere imperterrita la caccia a Berlusconi, con l'accusa più delirante, quella di mafiosità. Mentre nel Paese il conflitto tra magistratura e politica è più vivo e violento che mai.
Siamo incastrati in un gioco assurdo, che ci costringe a un eterno ritorno alla casella di partenza. È una sensazione sconfortante, perché sembra che ogni ipotesi di riforma diventi motivo di scontro frontale, a prescindere dai suoi contenuti.
Sia ben chiaro, spetta solo a politica e istituzioni, nel rispetto del dettato costituzionale, affrontare problemi gravi come questo. Sento però la necessità di portare una testimonianza, e una denuncia, innanzitutto come figlia: la persecuzione di cui mio padre è stato vittima, e che non ha il pudore di fermarsi nemmeno davanti alla sua scomparsa, credo contenga in sé molte delle patologie e delle aberrazioni da cui la nostra giustizia è afflitta. È una storia che vede una sia pur piccola parte della magistratura trasformarsi in casta intoccabile e soggetto politico, teso solo a infangare gli avversari, veri o presunti. È così che certi pubblici ministeri invertono totalmente il percorso che la ricerca della verità dovrebbe seguire. Partono da un teorema, per quanto strampalato, e a questo adattano la realtà dei fatti, anche stravolgendola, per dimostrare la fondatezza del teorema stesso. Che poi alla fine questo non trovi il minimo riscontro importa poco. Perché nel frattempo gli organi di informazione amici avranno diligentemente pubblicato le carte dell'accusa, anche quelle in teoria segrete, facendo di tutto per presentarne le ipotesi come fossero verità assolute. L'avviso di garanzia serve così solo a garantire che l'indagato venga subito messo alla gogna: seguiranno le canoniche intercettazioni, anche le più lontane dal tema dell'inchiesta. Ma tutto serve a costruire la condanna mediatica, quella che sta loro davvero a cuore, prima ancora che il teorema dell'accusa venga vagliato da un giudice terzo. Un meccanismo diabolico, questa tenaglia pm-giornalisti complici, che rovina la vita ai diretti interessati ma anche condiziona, e nel caso di mio padre si è visto quanto, la vita democratica del Paese, avvelena il clima, calpesta i più sacri principi costituzionali. Eppure, e lo dico con tutta l'amarezza di cui sono capace, è un meccanismo diabolicamente efficace. Una condanna a un «fine pena mai» anche senza una prova, anche senza una sentenza, anche dopo la vita stessa.
Tomaso e Rupnik

