martedì 18 luglio 2023

Marina, Marina!

 

Marina, Marina! Quella lettera su Papi l'ha, ahimè, risvegliato...

La Marina mercantile
di Marco Travaglio
Il Giornale: “Marina dice basta”. Perbacco, roba grossa. Stiamo parlando di Marina B., primogenita del noto pregiudicato da poco scomparso, che manda un messaggio alla Meloni (e a chi altri?) perché “riformi la giustizia” e la renda “uguale per tutti” (prospettiva peraltro agghiacciante per il Gruppo, che con una giustizia uguale per tutti sarebbe rovinato da 40 anni). La signora naturalmente è libera di dire le scempiaggini che vuole, anche perché, a dispetto delle apparenze, è molto spiritosa. Ci vuole un bel sense of humour per essere a capo del maggior gruppo editoriale d’Europa e insultare i rari giornalisti che scrivono la verità sulle stragi chiamandoli “complici dei pm” (complice, nella lingua italiana, è chi sta coi ladri, tipo i frodatori fiscali; nella lingua arcoriana, chi sta con le guardie). O per definire “delirante” l’”accusa di mafiosità” a uno che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere (quello che accompagnava a scuola Marina e Pier Silvio perché non facessero brutti incontri) e che la Cassazione ha accertato aver “concluso” nel 1974 un “accordo di reciproco interesse” con “Cosa Nostra, rappresentata dai boss Bontate e Teresi” (altro che “non è emerso nulla di nulla”). O che “i conti Fininvest sono passati per anni al setaccio senza risultato” (a parte una mega-frode fiscale da 368 milioni di dollari accertata dalla condanna in Cassazione e tre falsi in bilancio certificati da giudici che hanno dovuto assolvere B. perché si era depenalizzato il reato). O che pm cattivi e “giornalisti complici” vogliono infliggere al caro estinto “la damnatio memoriae”.
Ma qui c’è un equivoco: la pena della Roma antica cancellava ogni traccia di un personaggio, come se non fosse mai esistito. Invece i pm cattivi e i giornalisti complici fanno di tutto per ricordare B. per quello che era: un frodatore, finanziatore della mafia e corruttore seriale. Se non lo fosse stato, la Marina non sarebbe presidente della Mondadori, scippata al legittimo proprietario De Benedetti da una sentenza comprata dagli avvocati di B. con soldi di B., che dovette poi pagare mezzo miliardo di danni. L’unica damnatio memoriae è quella imposta dai giornalisti complici dello scippatore (tipo quelli di Canale5 che linciarono il giudice Mesiano per porto abusivo di calzini turchesi), che consente alla presidentessa della refurtiva di pontificare come se nulla fosse. E di trovare addirittura qualcuno che la stia a sentire: Forza Italia attende con ansia le letterine di Marina e Pier Silvio, che decidono persino chi deve succedere a Papi in Senato, come se avesse comprato e lasciato in eredità pure il seggio parlamentare. La Repubblica del Banana finirà solo quando tal Marina dirà “Basta” e tutti risponderanno in coro: “E chi se ne frega”.

L'Amaca

 

Lo Stato che resiste

DI MICHELE SERRA

Si dice spesso che a salvarci, quando il livello dei governanti non è rassicurante, sia il Deep State, lo Stato profondo che lavora e assicura continuità a dispetto di chiunque occupi i Ministeri. I ministri passano, i governi pure, gli alti funzionari pubblici mandano avanti la baracca e garantiscono che non affondi. Vale per la Farnesina, per i ministeri economici, per l’ordine pubblico, vale per il funzionamento della macchina Italia a tutti i livelli, e ancora più per la salvaguardia dell’idea di Stato, logorata nei decenni dalla demagogia e dal populismo che consentono notevoli bottini elettorali.
Proprio al Deep State ho pensato leggendo le riflessioni del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, in un incontro pubblico. Tra le altre: «Se vogliamo garantire i diritti fondamentali della persona indicati e tutelati nella nostra Costituzione — come la salute dei cittadini, l’istruzione dei nostri figli, la sicurezza di tutti — servono risorse, e noi siamo chiamati a raccoglierle a vantaggio di tutti. Anche di chi si sottrae al loro pagamento».
Parole che suonano come risposta indiretta, anzi diretta, alle recenti dichiarazioni del Salvini (il cui ministero, tra l’altro, con il Fisco non c’entra un fischio) e della premier Meloni sulle tasse come «pizzo di Stato», inquadrabili nel vecchio adagio “non si devono mettere le mani nelle tasche degli italiani” così caro alle destre di ultima generazione.
Ignoro come e quando Ruffini possa essere sostituito o destituito dai nuovi padroni politici del Paese. Posso solo dire che mi conforta non poco saperlo là dov’è, e spero che ci rimanga a lungo, compatibilmente con il suo grado di sopportazione dei nuovi governanti.

Michele il Saggio

 

Clima, le destre sorde

DI MICHELE SERRA

Il caldo, in questi giorni, è quasi un peso fisico — la famosa “cappa d’afa” — e la sola occasione di sollievo sono le autorevoli raccomandazioni a bere molto e non fare la maratona alle due del pomeriggio, che almeno concedono un attimo di buon umore.
Meno divertente è l’idea che le forze politiche che ci governano, così come tutta la destra europea, abbiano appena votato “no” alla legge sul “ripristino della natura” fortunatamente approvata dal Parlamento europeo. Legge che, con tutti i suoi limiti di retorica e di buone intenzioni di ardua realizzazione, appartiene al campo della ragione: nel senso che prende atto dei guasti che lo sviluppo umano ha inferto alla natura, e cerca in qualche modo di rimediare.
Va detto, a monte di qualunque polemica politica, che vi è un indubitabile riscontro scientifico all’idea che l’uomo, per altro vicino ai dieci miliardi di viventi, sia la prima causa del surriscaldamento del pianeta. Che l’uso smodato di combustibili fossili abbia aumentato la temperatura della biosfera ben oltre le sue normali oscillazioni. Che dunque spetti a noi, se vogliamo essere ancora a lungo sopportati dalla Terra, cercare di porre rimedio: e non per un’astratta etica “ambientalista” (l’ambiente Terra può serenamente fare a meno di noi), ma per un calcolo decisamente pro-umano. Se vogliamo sopravvivere, come specie, dobbiamo rinfrescare e ripulire l’atmosfera, altrimenti la prossima Era sarà legittimo appannaggio dei bacarozzi, dei ragni, delle meduse e di altri nostri legittimi conviventi.
Perché questo discorso, di puro buon senso, non interessi alle destre di tutto il mondo, è un mezzo mistero.

Dico “mezzo” perché c’è una metà chiarissima: è il gretto interesse, il “qui e ora” di ogni avaro e di ogni stupido, per il quale il profitto immediato è l’unica misura percepibile, pazienza se per “salvaguardare la produzione” oggi si manda a ramengo la produzione domani, quella che riguarderà i figli e i figli dei figli. Conta quello che abbiamo in saccoccia: il resto, tutto il resto, è solo una scocciatura. Nelle vele della destra non solo italiana soffia un vento potentissimo, ed è quello degli affaracci propri. È un vento così forte, e così conveniente elettoralmente, che si arriva anche a capirne la ragione. Per chi bada al proprio metro quadrato, e ritiene che tutto il resto non loriguardi, Greta non può che essere una scocciatrice isterica (una femmina, poi), l’ambientalismo l’ultimo trucco della sinistra per boicottare il libero mercato, il cambiamento climatico l’ennesimo imbroglio dell’egemonia culturale della sinistra. C’è tutto Trump e tutto il suo amore per i combustibili fossili, per il carbone e per la prepotenza, in questo quadretto poco idilliaco, ma tracciato con chiarezza.
Poi però c’è la metà misteriosa. Irrazionale. Se il pianeta si infoca, i ghiacci polari si sciolgono e le città costiere vengono sommerse, destra e sinistra vanno sotto alla stessa maniera. Non converrebbe dunque a tutti, per comune esigenza se non per amicizia o addirittura per fratellanza, lavorare insieme per cercare di risolvere il problema, o almeno di arginarlo? Perché diavolo la destra deve essere “negazionista”, sul clima? Su quali basiscientifiche e, aggiungo, su quali basi politiche, visto che nessuna ipotesi di società, nessun progetto di sopravvivenza può fare a meno di prendere atto che il riscaldamento del pianeta è una realtà, non un’ipotesi?

Forse c’è una ragione “religiosa” non detta, nel negazionismo delle destre mondiali sulla questione climatica e ambientale. L’idea sottesa è che “Dio provvederà”, e dunque non vale dannarsi, bisogna solo sperare. Se l’idea è questa, non riguarda gli umani pensanti, e senzienti, che hanno responsabilità dei propri passi e dei propri errori. Ci siamo cacciati in questo pasticcio e siamo solo noi che possiamo, o non possiamo, uscirne. Il vecchio “Dio è con noi” delle destre di ogni epoca e di ogni Paese non ci salverà nel futuro, e non ci dà alcun refrigerio nel presente.
Questo governo, a sentirlo parlare, mette ansia e dunque mette caldo.

lunedì 17 luglio 2023

AHHHHRGH!!!

 

Fermi tutti! Ella ha scritto! 

La Figliola per antonomasia ha inviato una letterina al giornale, mi vien da ridere, al giornale dicevo che si chiama "Il Giornale" e che una volta era di proprietà del "Papi" assieme a Tv e a quant'altro gli servì in vita per accumulare denaro, potenza e ogni altra virtù che in un paese democratico dovrebbe essere distribuita equanimemente per ragioni legate alla democrazia, parola questa desueta da moltissimi anni in queste lande. 

Ma leggiamo la letterina: 



Caro direttore,

ma la guerra dei trent'anni non doveva finire con Silvio Berlusconi? Dopo di lui, il tema giustizia non doveva tornare nei binari della normalità? No, purtroppo non è così. Ha aspettato giusto un mese dalla sua scomparsa, la Procura di Firenze, per riprendere imperterrita la caccia a Berlusconi, con l'accusa più delirante, quella di mafiosità. Mentre nel Paese il conflitto tra magistratura e politica è più vivo e violento che mai.

Siamo incastrati in un gioco assurdo, che ci costringe a un eterno ritorno alla casella di partenza. È una sensazione sconfortante, perché sembra che ogni ipotesi di riforma diventi motivo di scontro frontale, a prescindere dai suoi contenuti.

Sia ben chiaro, spetta solo a politica e istituzioni, nel rispetto del dettato costituzionale, affrontare problemi gravi come questo. Sento però la necessità di portare una testimonianza, e una denuncia, innanzitutto come figlia: la persecuzione di cui mio padre è stato vittima, e che non ha il pudore di fermarsi nemmeno davanti alla sua scomparsa, credo contenga in sé molte delle patologie e delle aberrazioni da cui la nostra giustizia è afflitta. È una storia che vede una sia pur piccola parte della magistratura trasformarsi in casta intoccabile e soggetto politico, teso solo a infangare gli avversari, veri o presunti. È così che certi pubblici ministeri invertono totalmente il percorso che la ricerca della verità dovrebbe seguire. Partono da un teorema, per quanto strampalato, e a questo adattano la realtà dei fatti, anche stravolgendola, per dimostrare la fondatezza del teorema stesso. Che poi alla fine questo non trovi il minimo riscontro importa poco. Perché nel frattempo gli organi di informazione amici avranno diligentemente pubblicato le carte dell'accusa, anche quelle in teoria segrete, facendo di tutto per presentarne le ipotesi come fossero verità assolute. L'avviso di garanzia serve così solo a garantire che l'indagato venga subito messo alla gogna: seguiranno le canoniche intercettazioni, anche le più lontane dal tema dell'inchiesta. Ma tutto serve a costruire la condanna mediatica, quella che sta loro davvero a cuore, prima ancora che il teorema dell'accusa venga vagliato da un giudice terzo. Un meccanismo diabolico, questa tenaglia pm-giornalisti complici, che rovina la vita ai diretti interessati ma anche condiziona, e nel caso di mio padre si è visto quanto, la vita democratica del Paese, avvelena il clima, calpesta i più sacri principi costituzionali. Eppure, e lo dico con tutta l'amarezza di cui sono capace, è un meccanismo diabolicamente efficace. Una condanna a un «fine pena mai» anche senza una prova, anche senza una sentenza, anche dopo la vita stessa.

La scomparsa di mio padre non ha mutato nulla. Dopo oltre vent'anni di inchieste, dopo una mezza dozzina di indagini chiuse su richiesta degli stessi pubblici ministeri perché non c'era - non poteva esserci - alcun elemento di prova, e subito riaperte in modo da dilatare strumentalmente qualsiasi termine di scadenza, dopo che i conti della Fininvest sono stati passati per anni al setaccio senza risultato, ci sono ancora pm e giornalisti che insistono nella tesi, assurda, illogica, molto più che infamante, secondo cui mio padre sarebbe il mandante delle stragi mafiose del 1993-94. È qualcosa di talmente enorme che fatico perfino a scriverlo. Ma davvero qualcuno può credere che Silvio Berlusconi abbia ordinato a Cosa Nostra di scatenare morte e distruzione per agevolare la sua discesa in campo del gennaio 1994? Ed è credibile, poi, che abbia costruito una delle principali imprese del Paese utilizzando capitali mafiosi?

Io conosco molto bene l'uomo che era mio padre, il suo orrore per ogni forma di violenza, la sua profonda considerazione per ogni singola persona, nessuno sa meglio di me come la capacità di amare e il desiderio di essere amato fossero l'essenza stessa della sua vita. Ma se qualcuno non si accontenta del buon senso o di quel che sostiene una figlia, mi spieghi perché, dopo oltre un quarto di secolo in cui decine di pm hanno dedicato le loro giornate a mio padre, non è emerso nulla, nulla di nulla. Invece, non basterebbe una pagina di questo giornale, caro direttore, per elencare le leggi contro la criminalità organizzata varate dai governi Berlusconi. Contro Cosa Nostra nessun altro esecutivo ha mai fatto tanto. Ma tutto questo non basta. La lettera scarlatta giudiziaria che marchia l'avversario resta indelebile, gli sopravvive. E il nuovo obiettivo è chiaro: la damnatio memoriae.

No, purtroppo la guerra dei trent'anni non è finita con Silvio Berlusconi. E non riguarda di certo soltanto lui. Perché un Paese in cui la giustizia non funziona è un Paese che non può funzionare. Non m'illudo che, dopo tanti guasti, una riforma basti a restituirci alla piena civiltà giuridica. Ma penso, e spero, che chi ha davvero il senso dello Stato debba fare qualche passo importante. Non dobbiamo, non possiamo rassegnarci. Abbiamo diritto a una giustizia che, come si legge nelle aule di tribunale, sia «uguale per tutti». Per tutti, senza che siano certe Procure a decidere chi sì e chi no.

Marina Berlusconi 

Letto? Bene! 
E ora? La figliola s'incazza perché la giustizia parrebbe non fermarsi! 
E lo stalliere Mangano, poi scoperto boss mafioso che lavorava ad Arcore? I pagamenti fino agli anni novanta di tangenti pagate da Papi? 
E le leggi ad personam? 
E i denari nascosti in off shrore? 
E l'amico fraterno Marcello Dell'Utri condannato a sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa? 
E i primi finanziamenti per fare Milano 2 tramite la Banca Rasini di cui il padre di Papi era dirigente? 
E i 4 miliardi da spartirsi tra figli dopo che trent'anni fa la discesa in campo fu dettata dalla reale disfatta dell'impero? 
E la tangente di 23 miliardi all'amico Bettino? 

La prego Signora Marina: riscriva una lettera rispondendo a questi leggerissimi dubbi! 
Grazie! 

Tasse e furbi

 


Preparativi

 


Tomaso e Rupnik

 

Il caso Rupnik e il Vaticano: interrogativi sull’arte sacra
IL CELEBRE MOSAICISTA - Oltre 220 opere del gesuita, accusato di abusi sessuali e psicologici, ornano altrettanti luoghi di culto nel mondo. Ma nella Chiesa ora è scandalo
DI TOMASO MONTANARI
Il caso di Marko Rupnik mette in luce una grande questione, largamente elusa: quale può essere, oggi, il rapporto tra Chiesa e arte?
Non era forse mai successo che un singolo artista riuscisse a pervadere, non con il suo stile (lo avevano fatto Donatello, Michelangelo, Canova: e Bernini più di tutti) ma proprio con le sue opere (oltre 220, alcune grandissime) lo spazio liturgico di tutti i continenti: ebbene, il gesuita sloveno Rupnik ci è riuscito grazie a una indiscutibile capacità imprenditoriale, e soprattutto al favore degli ultimi tre papi. Dalla cappella Redemptoris Mater in Vaticano ai santuari di Lourdes e Fatima, dalla cattedrale di Madrid ai santuari dedicati a san Giovanni Paolo II a Cracovia e a Washington, dal santuario dell’Aparecida in Brasile alla Chiesa della Madonna della Croce del Sud a Brisbane, migliaia e migliaia di cattolici celebrano l’Eucarestia di fronte alle figure, tutte uguali, uscite dalla fantasia e dalla teologia di padre Rupnik.
Da qualche mese, tuttavia, cominciano a serpeggiare nella Chiesa i primi dubbi su questa sorta di arte ufficiale del cattolicesimo del XXI secolo. A farli emergere è stata la peggiore delle ragioni: la testimonianza concorde di oltre venti donne e il tenace lavoro giornalistico di Federica Tourn su Domani hanno accusato l’insigne artista-teologo di abusi psicologici e sessuali, perpetrati, lungo decenni, attraverso la sua influenza di direttore spirituale. Il suo ex superiore gesuita Johan Verschueren ha dichiarato che la credibilità delle accuse “è molto alta”: per alcuni abusi c’è stato un verdetto di colpevolezza da parte dell’Ordine, e quindi una serie di provvedimenti da parte della Congregazione per la dottrina della fede (che rese, per esempio, noto che Rupnik era incorso nella scomunica per aver confessato e assolto una sua vittima). Dopo l’aggravarsi del quadro (alcune donne hanno riferito di essere state indotte a rapporti a tre “in onore della Trinità”, e altre enormità) il 9 giugno scorso, l’artista è stato espulso dalla Compagnia di Gesù, e gli è stato revocato il dottorato ad honorem dell’Università pontificia del Paraná.
Di fronte a questa catastrofe, ci si è cominciati a domandare se sia possibile lasciare le sue opere là dove stanno: per esempio a Lourdes, dove si recano a pregare proprio le vittime degli abusi del clero. Pochi giorni fa, dal Vaticano è filtrata la notizia che una riunione del Dicastero delle Comunicazioni avrebbe stabilito “che nulla impedisce l’uso continuato dei mosaici di Rupnik: l’opera d’arte va giudicata per i propri meriti, e deve essere dissociata dalla vita personale dell’artista”.
La seconda parte della frase, così laica e secolare, apre una serie interessante e notevole di problemi. Nessuna opera sarebbe rimossa da un museo a causa dei misfatti del suo autore (almeno entro certi limiti, larghi ma non inesistenti): ma una chiesa non è un museo. Proclamando Beato Angelico patrono degli artisti, Giovanni Paolo II disse che “Cristo parla della ‘luce delle opere buone’. Andando oltre – nella sfera della vocazione artistica – si potrebbe parlare con buona ragione della “luce delle opere umane”. Questa luce è la bellezza; la bellezza infatti, come “splendore della forma”, è una luce particolare del bene contenuto nelle opere dell’uomo-artista. Anche sotto quest’ottica, si può comprendere e interpretare la frase di Cristo … : “Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produce frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere” … La Chiesa presenta lo stesso invito alla meditazione di tutti gli artisti dicendo: cercate adeguata proporzione tra la bellezza delle opere e la bellezza dell’anima”. Parole che non possono non pesare, oggi, come macigni.
Ma è la prima parte del sunto delle posizioni vaticane ad essere davvero interessante. Quali sono i meriti dell’arte di Rupnik? Nel famoso discorso di Paolo VI agli artisti (1964) la Chiesa riconobbe le sue mancanze verso l’arte del Novecento: “Siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza e – ciò che è peggio per noi – il culto di Dio sono stati male serviti”. Ebbene, i mosaici di Rupnik, che partono dalle icone bizantine (ma che in realtà mancano del tutto della loro capacità di rivelare, e fare sentire presente, il Prototipo) per omogenizzarle in una serialità da pop art che non ha davvero nulla di spirituale, appartengono alla patologia descritta da Montini, o ne sono la cura? Quelle figure tutte simili, dalle inquietanti pupille scure, sono davvero un’apertura all’arte di oggi, o sono un surrogato curiale imposto da Roma a tutta la cattolicità, uccidendo quella diversità, quell’esser personale, che è inseparabile dal fare arte? E su tutto questo che, finalmente, si dovrebbe discutere.