mercoledì 25 gennaio 2023

Tic toc

 

L’incubo atomico
Il ticchettio sinistro dell’orologio anti Apocalisse

di Gabriele Romagnoli

Se un orologio fermo ha ragione due volte al giorno, quello dell’apocalisse può averla almeno una volta. Si può soltanto sperare che non sia questa. Il Bollettino degli scienziati atomici ha appena spostato le lancette che, secondo le loro considerazioni e previsioni, avvicinano alla fine del mondo. Ora sono ad appena 90 secondi dalla simbolica mezzanotte che indica il traguardo dei tempi. Mai state così prossime, neppure durante la crisi dei missili di Cuba, le guerre del Golfo o dopo l’11 settembre. L’anno scorso, all’inizio del conflitto in Ucraina, erano a 100 secondi, due anni fa, in piena pandemia, a 120. Che cosa ha determinato questo avanzamento al punto più critico mai toccato? Il fatto che il comunicato sia per la prima volta in tre lingue è un indizio. Lo è perché al tradizionale uso dell’inglese sono stati accostati quello del russo e dell’ucraino. A dire: è lìche sta ticchettando il congegno, lì che sono state innescate le complicazioni dell’orologio e ancora lì sta proseguendo il conto alla rovescia che potrebbe lasciarci, quanto ancora? Novanta secondi sono un allarme e non una misura. Le valutazioni degli scienziati-orologiai sono una proporzione che ha parametri non definiti. Serve a scuotere le coscienze, come si fa allacciando al polso un cronometro che ha perso il battito. Sono attendibili? In parte. Ma la vera domanda è un’altra: è davvero questo il problema? È l’esattezza scientifica della misurazione o la sensazione che ne sta alla base e quest’ultima si fonda soltanto su quel che vediamo o piuttosto su quel che non vediamo?
Con ordine. Ogni annuncio di spostamento di queste letali lancette è accolto con reazioni opposte: da un lato sollievo (se arretrano o restano immobili) o timore (se vanno avanti) dall’altro scherno. Quest’ultimo atteggiamento è di chi ritiene si stia gridando “Al lupo! Al lupo!”, ma non si abbia alcuna prova della sua presenza all’orizzonte, né dei suoi movimenti. In affetti quando lo strumento fu creato, nel 1947, le lancette furono messe a 7 minuti dalla sovrapposizione per considerazioni empiriche, proprio come quelle che ne hanno poi determinato gli spostamenti. È evidente che l’orologio ha un valore metaforico. Non segue criteri codificati. Non è un mezzo, è un messaggio. È il modo in cui la comunità scientifica lancia un avvertimento. È come il monito delpresidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno o l’appello del papa all’Angelus. Quindici anni fa venne calcolato che se il movimento delle lancette fosse proseguito con la stessa velocità il mondo sarebbe finito nel 2157. Al passo attuale (dieci secondi per anno, quindici se valutiamo la media dell’ultimo biennio) si arriverebbe appena oltre il 2030. Ma non c’è costanza nella Storia.
Accelera senza preavviso. Viene determinata da fattori che sfuggono ai radar. “Scienza politica” è un ossimoro: mette insieme termini non accostabili. A quale legge obbedisce la strategia di Putin? Quale statistica può applicarsi al comportamento dell’Europa con una guerra alle sue porte? Neppure il cambiamento climatico ha una progressione certa, basterebbe una sterzata decisa dai governi di tutto il mondo, per quanto utopistica, a rallentare, fermare, se non invertire la corsa.
Eppure gli scienziati atomici hanno sentito il ticchettio avvicinarsi. Ancor più, non hanno invece sentito qualcos’altro che solitamente lo accompagnava. Anche noi possiamo udire lo stesso suono minaccioso: è nelle dichiarazioni che contengono la parola guerra accanto all’aggettivo “reale”, nelle volontà espresse di fornire nuovi armamenti, nelle contromosse che seguiranno. Che cosa non si sente, invece? La reazione di massa a quel che sta succedendo. Una miccia così pericolosa è ridotta a confine da talk show: di qua chi dà le colpe a questo, di là chi dà le colpe a quello. C’è stato più baccano intorno alle opinioni di un professore che alle azioni di un dittatore. Il suo avversario? “Mamma chi è quel signore?” “Un superospite di Sanremo”. Le manifestazioni? Meme su Tik Tok. E certo che l’orologio fa proprio così. Ma dai, mica esploderà davvero? Possiamo sempre guardarci l’ultimo Top Gun, perché a 90 secondi dal disastro Maverick sa sempre cosa fare per uscire dai guai. Oltre, potrebbe essere troppo tardi, perfino per Tom Cruise.

martedì 24 gennaio 2023

Come dargli torto?

 

BUONGIORNO
Cin cin, salute

di Mattia Feltri 

Sì, lo so: ha ragione Antonella Viola, il vino non fa bene. Con gli anni ho smesso di bere superalcolici, dopo cena talvolta mi piaceva bere una grappa, ma l'ho abolita da un sacco di tempo. Birra poca per il colesterolo. Ho smesso presto di giocare a calcio perché il calcio fa male, mi ha causato i legamenti lassi alle caviglie e una discopatia. Ho smesso pure di andare in bicicletta dopo avere sbagliato una curva. Ho smesso di giocare a pallavolo perché mi è venuto il ginocchio del saltatore. E col tennis per il gomito del tennista. Fra l'altro fumo. Ho ridotto di molto ma fumo. Compenso con la sigaretta elettronica ma il ministro Schillaci ha detto che fa male anche quella. Con la carne rossa ho quasi chiuso: diceva il professor Veronesi che niente fa male come la carne rossa. Ma una bistecchina ogni tanto me la faccio. O un piatto di ragù. Gli insaccati sono veleno. Buoni da morire ma, appunto, da morire. Un prosciuttino qui, una mortadellina là, ma con molto giudizio. Ecco, non sto al sole, che fa malissimo. Tra parentesi ho smesso anche coi social perché ha ragione pure Concita De Gregorio, sono come l'amianto. Mi piacciono la pizza, il pane, la pasta, ma sto attento perché le farine raffinate sono il peggior veleno della storia, ho letto in un report dell'Istituto dei tumori di Milano. Il fritto non più di una volta al mese, anche meno. Mi piace parecchio il tonno, ma c'è dentro il mercurio. Ho aumentato le verdure ma ripassate in padella non si può, vero? Comunque, mi sto sforzando tantissimo. Miglioro. Sono più virtuoso ogni anno che passa. Ma non so se farò in tempo a diventare perfetto o se mi suicido prima.

Nel Ventennio

 


Vent'anni dalla morte dell'Avvocato per antonomasia e il mondo platinato lo ricorda con immutata deferenza. Va da sé che Gianni Agnelli fu un abile condottiero industriale, con quella curiosità tipica degli uomini capaci di prendere decisioni immediate e sfuggevoli al contrasto d'opinione. 

Ma, come tutti, aveva dei difetti, a volte giganti. Primo tra tutti la fredda e calcolata ostinazione a curare i propri interessi, a volte, anzi spesso, ricattando lo stato, come le innumerevoli volti in cui gettò sul tavolo l'ipotesi di grandi licenziamenti che avrebbero avuto conseguenze critiche per l'occupazione nazionale. Quante volte la Fiat ricorse alla cassa integrazione negli anni duri e a volte di piombo? Tante, troppe. L'Avvocato non corse mai il rischio che ogni buon imprenditore dovrebbe mettere in conto durante le proprie attività; ogni qualvolta vi fu un calo di produzione non seguì l'insegnamento di un grande imprenditore, Olivetti, non pagò quasi mai di tasca propria, ricorrendo frequentemente alla cassa integrazione. Quando decise di costruire un ulteriore impianto nel sud, lo stato contribuì enormemente all'edificazione di Termini Imerese. 

Accatastò un enorme fortuna in gran parte nascosta all'estero, comprese le tonnellate di oro venute a galla grazie alla mai satolla figlia Margherita a cui i due miliardi e mezzo ricevuti in eredità (estikazzi) sembrano non bastare. 

Fu insomma un devastante accentratore di risorse che, solo grazie alla piaggeria nostrana, mai scomparsa, lo portarono a divenir emblema e simbolo della rinascita italiana. 

Conobbe potenti e ebbe una vita da eccelso latin lover, grazie e soprattutto per la sguaiata ricchezza ottenuta sulla pelle di milioni di lavoratori, da un lato riconoscenti per la fuga dalla povertà, dall'altra impelagati oltremodo in quella subdola forma di schiavismo autorizzato da quella grande idea di capitalismo, a detta di pochi, faro dell'umanità.   

News



ANSA 24.01.23 
Sbaglia pillole e crea un cantiere unico tra La Spezia e Aulla.
Il responsabile cantieri dell’Autocisa (nella foto) ha confuso le tempistiche di assunzione delle pillole che i medici gli hanno prescritto per lenire la mitomania di cui soffre, trasformandosi in “Unicum”, un eroe dei fumetti nemico delle autostrade sicure, per creare un enorme senso di marcia ad una corsia tra La Spezia e Aulla. Probabile indagine al riguardo e doverosa segnalazione al Guiness.

Per scherzo



Metodo economico per osservare la cometa di passaggio in questi giorni, al posto del costoso telescopio. L’ho provato e ho visto pure i Re Magi (Melchiorre tra l’altro è di un’antipatia rara)

Commento forte

 

Zelensky show: più per interesse che per il Paese
DI MASSIMO FINI
La Germania rilutta a svuotare i propri arsenali a favore di quelli ucraini, in particolare fornendogli i carri armati Leopard, che in tema di armatura pesante sono quanto di meglio ci sia al mondo. E ha le sue buone ragioni.
L’Ucraina a furia di essere rimpinzata di armi dai Paesi dell’Unione europea e dagli Stati Uniti è diventata il Paese più armato d’Europa e si prospetta, in un futuro prossimo venturo, come un pericolo per la stessa Unione europea che è la vera vittima di questa guerra tra Russia e Stati Uniti per interposta Ucraina. Gli americani hanno invece deciso di dare i loro Patriot a Zelensky. Il loro obiettivo è che la guerra duri più a lungo possibile, non solo per logorare la Russia, ma perché in un momento in cui la loro economia è in difficoltà, con i licenziamenti a catena nelle Big tech, hanno tutto da guadagnarci: gas venduto all’Europa a prezzi triplicati, i propri arsenali semi-svuotati che dovranno essere rimessi a norma rilanciando così l’industria degli armamenti americana. Non mi sembra che si possano accusare i russi di colpire volontariamente i civili, mirano alle strutture energetiche come si è sempre fatto da che guerra è guerra. I civili morti in Ucraina sono allo stato circa settemila in un anno. L’Italia nella Seconda guerra mondiale, durata però cinque anni, ha perso 193 mila soldati /civili, intendendo con ciò non solo quelli dell’esercito regolare, ma i civili che si sono arruolati nelle due opposte fazioni, e 25 mila civili propriamente detti. 

L’arroganza, insieme a un’innata volgarità, di Volodymyr Zelensky sta superando ogni limite. In video-conferenza con Davos, noto covo di benefattori dell’umanità, ha affermato: “Non è sicuro che Vladimir Putin sia ancora vivo, potrebbe essere una sua controfigura quello che compare sugli schermi”. Non mi pare che Vladimir Putin si sia mai espresso in termini così sprezzanti nei confronti del presidente ucraino. Anzi, segnali di apertura alle trattative sono venuti proprio da Putin e non da Zelensky che ha disposto per legge che con la Russia di Putin non si può trattare. Si illude Zelensky, e con lui gli occidentali, che Putin possa cadere. Alle sue spalle c’è la ‘moscoia’, cioè la grande Russia delle campagne che appoggia Putin perché ha ridato grandezza e dignità a un Paese che con Gorbaciov aveva ridotto la Russia a un sottoscala degli americani. Ma se mai Putin dovesse cadere sarebbe peggio, perché verrebbe sostituito da Medvedev, dai falchi del Cremlino, dagli ipernazionalisti russi alla Dugin che vogliono portare la cosa fino in fondo convinti come sono, forse non del tutto a torto, che gli americani e l’intero Occidente vogliano spazzare via dalle mappe geografiche la Russia, l’eterno nemico di sempre. Zelensky si esibisce dappertutto, scula ovunque in Europa e negli States, più per aumentare il suo prestigio che a favore della popolazione ucraina che non ne può più di questa guerra infinita. Zelensky andrà al Festival di Sanremo, cioè in Italia, che fra i servi dei servi degli Stati Uniti è la più serva. Brutto e sinistro segnale. A Sanremo ci andò anche Gorbaciov: “Distruggi un Impero e andrai a San Remo”.

Un finto ministro travagliato

 

Il sinistro della Giustizia
di Marco Travaglio
In uno strepitoso articolo sul Corriere, Luigi Ferrarella racconta tre storie di ordinaria “giustizia” che dovrebbero far riflettere un governo e un ministro seri, quindi non quelli attuali. C’è il procuratore capo di Piacenza che da due anni scrive al ministero perché copra i vuoti d’organico amministrativo (vicini al 50%) e, in mancanza di risposte, chiede a un’associazione di volontariato convenzionata col Comune “l’inserimento del nuovo pensionato L. B. che ha dato disponibilità a prestare attività presso questa Procura 2 o 3 giorni a settimana” per controllare le notifiche degli “avvisi di conclusione delle indagini” al posto di cancellieri e segretari mancanti. C’è la Procura di Milano che ha visto dirottare gli uffici della polizia giudiziaria dal palazzo di giustizia a uno stabile in periferia e, siccome i collegamenti telematici non sono sicuri, sono gli stessi pm a caricarsi in macchina montagne di fascicoli per portarli a destinazione. E c’è la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che, a corto di personale, si improvvisa centralinista.
Ma il cosiddetto ministro della Giustizia Nordio non bada a queste faccenduole, cioè dell’unico compito che gli assegna la Costituzione (“l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”)? Lui vola alto. Lui vuole separare le carriere dei magistrati perché non se ne può più di tutti questi pm che diventano giudici e viceversa: ben 21 toghe su 9 mila in un anno, una vera emergenza nazionale. Lui vuole salvare le legioni di italiani messi alla gogna e rovinati dai media con intercettazioni penalmente irrilevanti: il Garante della Privacy ha contato ben 20 casi in 27 anni, di cui quasi nessuno ha rovinato nessuno. Lui vuol tagliare le intercettazioni perché ci costano ben “200 milioni all’anno”. Cioè, per avere un’idea: un ottavo di quanto ci costano i 12 condoni del suo governo (gli unici della storia che, anziché portare soldi allo Stato, lo rapinano); poco più della metà della sola frode fiscale da 368 milioni di dollari dello scandalo Mediaset, costato la condanna definitiva a B.; lo zero-virgola-zero-qualcosa di tutti i miliardi recuperati dallo Stato grazie alle intercettazioni su reati mafiosi, finanziari, fiscali e contro la Pa (solo quelle per Messina Denaro hanno portato a sequestri per 200 milioni, ripagando le intercettazioni di tutte le Procure per un anno intero). Forse il costo delle intercettazioni è fuori controllo? Al contrario: il costo è sceso dai 255 milioni l’anno del 2009 ai 218 milioni del 2021, con un trend in calo costante. Nel 2005 lo Stato spendeva 2.297 euro per “bersaglio”: oggi 1.364. Per questo chiediamo, insieme a già 140 mila lettori, le dimissioni del ministro della Giustizia: per averne uno.