venerdì 20 gennaio 2023

Come oggi da trent'anni

 


Sono passati esattamente trent'anni da quando la Bellezza lasciò questo mondo, con la sua raffinata semplicità, il garbo innato, la soffice soavità concentrata nella figura di una delle più grandi attrici del cinema, Audrey Hepburn. 

In questo tempo di voracità di likes, di ricerca spasmodica di visibilità, di tictoc insulsi, di flash finti scoop per rigenerare figure destinate per pressapochezza al giusto anonimato, la figura di Audrey resta faro e sentiero per assaporare i veri valori sfocianti nell'Arte. 

Favolosamente ciao Audrey!  

Buonumoratevi




Un saluto




Gran bella serie

 

Una delle migliori serie fatte dalla Rai, perfetta nell'ambientazione, nei dialoghi, nel raccontare quegli anni, che consiglio, a chi non l'avesse vista, su Rai Play; un mix tra intimo e pubblico, sviscerante alcune tematiche ancor oggi irrisolte. Uno splendido Sergio Castellitto nei panni del generale, Antonio Folletto, uno dei migliori attori giovani nostrani, che con perfezione rappresenta quei ragazzi di allora che scelsero di lottare le BR, difendendo lo stato.
Mancava l'imprimatur della famiglia del Generale confermante l'autenticità di quanto riportato nella serie. Eccola.

Il “vero” generale della fiction Rai
IL RIGORE I - l regista Lucio Pellegrini, al posto delle dicerie, piazza la realtà vera, quella vissuta da chi c’era e ha visto, quella ignorata e seppellita sotto ossessioni e pregiudizi da giornalisti e politica
DI NANDO DALLA CHIESA
Una università tedesca, 2019. La professoressa (italiana) mi presenta ai suoi studenti: “Insegna Sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano, è figlio del generale Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia perché aveva le carte segrete di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana”. Ho un sobbalzo. Le carte di Moro.
Ecco, se esiste una retorica su mio padre, è esattamente questa. Inzeppata di “si dice” in automatico. Come si fa d’altronde a dimostrarsi giornalisti o politici liberi e anticonformisti se bisogna scrivere o parlare di Carlo Alberto dalla Chiesa? Semplice e gratis. Dicendo che aveva sottratto una parte delle carte di Moro, che tramava con un giornalista ricattatore di nome Mino Pecorelli, che “è provato che era iscritto alla P2” (lo ha scritto recentemente su queste pagine anche un magistrato di rango). Ed è il minimo sindacale del giornalista di inchiesta. Poi c’è l’abbuffata. Finalmente in queste ultime due settimane, 40 anni dopo, è arrivato l’anticonformismo vero. Quello de Il nostro Generale, la fiction Rai di Lucio Pellegrini che al posto delle dicerie e delle fantasie coatte piazza la realtà vera, quella vissuta da chi c’era e ha visto. Applicando il principio di Erodoto, che la storia si scrive con l’occhio più che con l’orecchio. Ricostruendo la realtà che tutti potettero vedere, ma molti preferirono ignorare per seppellirla sotto le loro ossessioni e i loro pregiudizi. Erano passati tre mesi dalla strage di via Carini (3 settembre 1982) quando una redattrice di un periodico cattolico mi disse che nella “sinistra democristiana” stava girando voce che mio padre fosse stato ucciso perché ricattava qualche potente con le carte di Moro, di cui era entrato in possesso con l’irruzione nel covo brigatista di via Monte Nevoso. Si era tenuto alcuni fogli che avrebbe dovuto dare ad Andreotti, capo del governo. “Girava la voce”. Mai provata da nessuno, non uno straccio di documento in interi decenni. Una commissione stragi del nostro Parlamento invece di pensare alle stragi, da Piazza Fontana a Brescia a Bologna, a cui dedicò uno sputo di ore, passò quasi tutto il suo tempo proprio su quelle “carte” e a indagare sul generale ucciso per produrre alla fine carte inservibili. E provò gran fastidio per Ferdinando Pomarici e Armando Spataro che, per rispetto della memoria del generale, avevano sentito il dovere di testimoniare nella loro qualità di magistrati presenti in via Monte Nevoso (si vedano i resoconti parlamentari). 

“Si dice”, “si dice”. Solo che mai alcuno ha risposto alla mia obiezione: come poteva pensare il generale che Andreotti (Andreotti!) non si sarebbe accorto della sottrazione di alcuni fogli, quando io noto subito la mancanza di una pagina in una tesi di laurea? E come poteva pensare, nel caso, che non sarebbe stato sollevato di peso e con ignominia dall’incarico? La verità è che si è confermata la sapienza del Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Ma quale lotta strenua e rischiosa per difendere la democrazia dal terrorismo. Meglio non ripassarla quella lunga e difficilissima storia. Perciò i liberi e anticonformisti si vergognano di spendere una parola sul generale. E perciò anni fa, in una nota trasmissione su Rai3, fecero la galleria delle persone a cui la storia della Repubblica doveva gratitudine. Ne misero a decine. Non lui però, che aveva fatto la Resistenza, vinto con i suoi uomini la lotta al terrorismo, guidato la lotta alla mafia fino a morirne in quel modo. Che altro doveva fare? Chissà che pensarono gli interpreti illuminati del pensiero anticonformista. Troppi misteri su quell’uomo. Gli stessi d’altronde che l’hanno ucciso in Sicilia. 

Non importa l’ostilità sprezzante o untuosa di un feroce sistema di potere, non importa la rabbia degli andreottiani di fronte ai propositi enunciati dal nuovo prefetto di combattere Cosa Nostra senza guardare in faccia nessuno. Tutti fatti documentati, accaduti davanti a un intero Paese. Solo che bisognerebbe trarne le conseguenze, e osare accusare pubblicamente. Meglio frugare nei cassetti, che danno aura di anticonformismo e non costano carriere. Ecco, Il nostro generale, ha tenuto conto di tutti i “si dice” e i “misteri”. Ma non ha ascoltato l’aria. È andato a vedere. Sulla domanda di iscrizione alla P2 si è rivolto al giudice Giuliano Turone, che con Gherardo Colombo violò il regno di Licio Gelli e scoprì gli elenchi della P2, il testimone più autorevole di tutti. E così ne ha dato finalmente spiegazione. Ha lasciato invece al suo chiacchiericcio quel maresciallo Incandela che Michele Santoro presentò in prima serata come “il braccio destro del generale Dalla Chiesa”; braccio destro da me mai sentito nominare e lì libero di raccontare panzane a manetta, come documentai ai magistrati di Palermo. Ha soprattutto e finalmente raccontato, la fiction, il punto di vista di chi ha lottato contro il terrorismo, uomini e donne coraggiosi che della lotta armata capirono più di quanto capissero molti miei colleghi nelle università (ecco che cosa potrebbe dire l’antiretorica…). Ha restituito la storia vera di quel periodo, in cui viene raccontato che il popolo insorse in massa contro il nemico. Mentre non bastò Moro. Ci volle la settimana terribile di Guido Rossa, l’operaio, e di Emilio Alessandrini, il giudice che aveva indagato su Piazza Fontana. E ha chiuso infine spiegando con poche e drammatiche pennellate quel che è accaduto a Palermo. Senza tonalità grigie. Tutto visibile e purtroppo irreversibile. Qualcuno ha visto il fantasma dell’antipolitica in certe parole del generale e dei suoi uomini. Io vidi mio padre alzarsi in piedi per rispondere al telefono a un ministro. Per rispetto. E però che cosa deve pensare della politica un uomo in trincea, di fronte alla scelta di sciogliere i nuclei antiterrorismo dopo i primi successi, di fronte a chi ha più paura delle polemiche che dei morti ammazzati? Che deve pensare di una politica incredula che il terrorismo stia arrivando anche a Roma, salvo ritrovarselo schierato in via Fani due anni dopo all’assalto della Storia? E che deve pensare di una politica che dopo l’assassinio di Pio La Torre lo usa come maschera per l’opinione pubblica e poi lo lascia al suo destino di cadavere eccellente? Semmai gli si deve riconoscere di avere, nonostante tutto, sempre creduto nello Stato in un Paese che nello Stato non crede, che è peggio dell’antipolitica. 

Uno Stato che lui mise in condizione di vincere. Facendo quel che in magistratura fece poi Giovanni Falcone. Rompere le burocrazie, immaginare un coordinamento centrale, reparti specializzati, lo studio palmo a palmo del territorio. Per questo subendo diffidenze e umiliazioni mentre intorno la democrazia barcollava, tra cattivi maestri e compagni che sbagliano, e perfino astensioni verso il nazismo mafioso che portò a morte Roberto Peci. Una lotta strenua, che ha lasciato in dote preziosa alle nostre forze dell’ordine il “metodo Dalla Chiesa” (grazie, generale Luzzi!), e che nel Paese del familismo amorale significò sacrificare oltre a sé i propri affetti più grandi. Tutto questo ho rivissuto grazie alla fiction e alla bravura di chi l’ha realizzata. Vidi allora quel mondo con occhi adulti: di figlio, certo, ma anche di sociologo ribelle. Adesso l’ho visto conoscendo il seguito. E forse per questo ne sono uscito ancor più smarrito. Ma almeno era la vita vera e sofferta (“intimamente sofferta” diceva) di mio padre. Non una libera e gioconda successione di “si dice”.

Arresti e dubbi

 

L’eleganza dello stragista Messina Denaro è l’Italia
TATUAGGI E “PIZZINI” D’AMORE - Narrazioni. Palestrato, rifatto eppure uguale a quello degli identikit: introvabile. Per Salvini ora che è dentro si può fare il Ponte sullo Stretto
DI DANIELA RANIERI
Vi sono dei dettagli di cronaca nella vicenda della latitanza e della cattura di Matteo Messina Denaro che disegnano l’antropologia di una nazione. Incredibili, allarmanti, comici, fatui o disperanti, italianissimamente italiani, eccone una silloge.
MMD, che andava al supermercato, al bar, al ristorante a viso scoperto, si è scattato un selfie con un medico. Il selfie ci tormenta. Chi ha chiesto lo scatto? Il boss al medico, per la riuscita delle cure? Sarebbe folle: la foto finisce su Facebook e qualcuno ti riconosce. Il medico al paziente sapendolo Andrea Bonafede? Incredibile. Il medico al paziente sapendolo MMD, come fosse una rockstar? Raccapricciante. (Corollario: nessuno è immune al narcisismo del selfie, nemmeno il maggior latitante italiano).
A proposito di narcisismo. Il ministro dell’Interno Piantedosi una settimana prima rispondendo a una domanda su un eventuale arresto di MMD: “Mi auguro di essere il ministro che raccoglierà il lavoro di altri, forze di polizia, magistratura…”, atteggiandosi molto: “Non posso dire niente…”. Dopo l’arresto: “Vivo l’emozione di essere il ministro che ha visto compiersi l’ultimo grande arresto di un grande boss di mafia e penso a più di 30 anni fa, allorquando muovevo i primi passi nell’amministrazione dell’Interno…”. Ci dica di più, ministro.
Da anni si favoleggia su una plastica facciale che ne avrebbe alterato i connotati (gli esperti: potrebbe aver modificato il vermiglio, l’arco di Cupido, gonfiato le labbra, “le più gettonate nei ritocchi estetici”), il che alimentava (e giustificava) il mito del criminale imprendibile. Niente affatto: MMD non aveva cambiato nemmeno la montatura degli occhiali. Era un identikit ambulante di sé stesso e nessuno lo ha mai identificato.
A scanso di equivoci, il boss, appena vede i carabinieri, gli dice: “Sono Matteo Messina Denaro”, per accertarsi di venire riconosciuto.
Una settimana prima: “Il giovane polacco presunto autore dell’accoltellamento alla stazione Termini preso in poche ore grazie al riconoscimento facciale”.
Il medico curante di MMD, già candidato con l’Udc e col Popolo delle libertà, era anche il medico curante del prestanome Andrea Bonafede. Prescriveva ricette e impegnative a due persone diverse con le stesse generalità? O solo al vero Bonafede, che poi le passava al boss? Ma chi si presentava allo studio? E chi esibiva il tesserino sanitario? Ricordatevene quando il medico vi fa problemi per qualche prescrizione.
“Si scambiava messaggini con le pazienti” (quanto a relazioni sociali era più disinvolto di molti di noi).
La carta d’identità di MMD era quella del geometra Bonafede, con la foto sostituita. Centinaia di film americani basati sul nulla: “Bastano un biadesivo e timbri da cartoleria”, dice l’impiegato comunale che ha vidimato la carta.
Vanità. MMD non diceva di essere un geometra, come da documento, ma un medico in pensione. “Un anziano una volta ha aggiunto una richiesta alla bizzarra spiegazione del super latitante che si fingeva dottore: ‘La prossima volta le devo chiedere un consiglio per un dolore alla gamba’. Il consulto non ci sarà”, riferisce Il Messaggero.
Un rappresentare delle Forze dell’ordine a La7: “In effetti a guardarlo bene sembrava simile alla sua renderizzazione, ma solo se lo guardavi molto attentamente, altrimenti sembrava una persona qualsiasi”. L’identikit era sui giornali e in tv da 30 anni. Decine di segnalazioni a Chi l’ha visto?, anche da Dubai, dove l’imprenditore siciliano Mister M. sembrava proprio MMD, come molti altri tranne lui.
“Il medico di Messina Denaro è massone, il Grande Oriente d’Italia lo sospende” perché indagato. Fosse parlamentare, resterebbe tranquillamente in carica.
“Se pure per strada l’avessi riconosciuto, non so se l’avrei denunciato. A me non ha mai fatto nulla” (voci raccolte dal Corriere). Sciascia, dove sei?
All’entrata nel carcere di L’Aquila gli chiedono: “Precedenti?”. E lui: “Fino a stanotte ero incensurato”. Ilarità sui giornali. (Tra le altre cose, è stato condannato all’ergastolo per aver fatto sequestrare, strangolare e sciogliere nell’acido in un bidone un ragazzino di 12 anni).
“Ricordo la sua pronuncia sbagliata quando diceva ‘pissicologo’”, riferisce Roberto, addetto della clinica.
“Ha tre tatuaggi: 8 ottobre 1981, la frase Tra le selvagge tigri e il motto Ad augusta per angusta”. Chi lo ha detto ai giornali? I funzionari del carcere? Lo hanno visto nudo? Contro la sua volontà? O glieli ha mostrati lui? Perché?
“Palestrato”.
Salvini twitta: “Dopo l’arresto di Messina Denaro, la svolta sarà il Ponte sullo Stretto”. L’unico legame tra ponte e mafia è quello che viene in mente alle persone raziocinanti, dunque non a Salvini, per il quale la mafia è scomparsa.
Giorgia Meloni parte immediatamente e inutilmente per Palermo. “È una giornata storica”, dice “in raccoglimento” davanti alla stele di Capaci, come avrebbe potuto dire anche da Roma. Proporrà, dice, il 16 gennaio come giornata nazionale della lotta alla mafia (sebbene sia più corretto “giornata nazionale degli arresti eccellenti spacciati come arresti del governo Meloni”).
Totò Schillaci che si trova nella clinica al momento dell’arresto. “Il capocannoniere ai Mondiali del 1990 con la maglia azzurra testimone inconsapevole”, dice l’Ansa.
Il giorno dopo il min. della Giustizia Nordio, per cui “i mafiosi veri non parlano al telefono”, tuona al Senato contro “l’abuso delle intercettazioni”, completamente fuori fase (MMD è stato preso anche grazie alle intercettazioni). I fan di Nordio (di destra e Sesto Polo): “Giusto intercettare i boss mafiosi. No agli abusi”. Non farebbero prima a dire “si può intercettare chiunque tranne me, i miei cari e i miei complici?”.
Il Procuratore generale di Palermo Lia Sava: “Veste Armani ma resta uno stragista”.
Vanità #2. “Un giorno venne in clinica con una camicia molto originale. Sul cotone erano dipinte delle angurie. Glielo dissi e lui rispose che valeva 700 euro. Rimasi stordito”, dice l’addetto della clinica.
Bruno Vespa a un inquirente: “Ma, secondo quanto voi potete capire, le donne andavano con Bonafede o con Messina Denaro?”.
Matteo Renzi su Twitter: “Ho letto che i carabinieri che hanno catturato Messina Denaro avevano in ufficio la poesia della piccola Nadia Nencioni. Per noi fiorentini “la piccola poetessa” come la chiamò Luzi è nel cuore della città per sempre. Qui il pezzo di #FirenzeSecondoMe in cui spiego il perché”. Incommentabile. Dalla bambina morta in una strage di mafia alla pubblicità al proprio documentario: quando uno ha il senso degli affari.
Incredibilmente, e con gran dispetto dei media padronali, Matteo Messina Denaro non percepiva il Reddito di cittadinanza.


giovedì 19 gennaio 2023

Le pagelle


Tatanasega: 6 - sufficiente solo perché ha compiuto due paratone. Per il resto è evidente che non riesce a rinviare da normodotato. Mike torna ti prego!


Calabria 6

Il capitano ha dato l’anima e da capitano ha sofferto per la figuraccia. Grazie!


Theo Hernandez S.V.

Purtroppo continua a giocare il cugino scemo. Speriamo di rivederlo presto.


Tomori 3 - 

Fuori di testa e dal gioco, si è fatto fregare da Lautaro come un pulcino qualsiasi. Servirebbe Freud per risollevarlo in psiche. Forse.


Kjaer 5 - 

Simon è al tramonto, ma mantiene lo status di eroe, essendo l’unico ad aver chiesto scusa ai tifosi.


Tonali 5 - 

Si è impegnato nello standard ma la bambola di Dzeko è tanta, troppa roba.


Bennacer 6 - 

ovunque, affannato ma mai domo. Un esempio.


Messias 4 - Probabilmente è rimasto in camera. Evaporante.


Diaz 4 - un frollìno inceppato, un folletto ammorbato, un funambolo in coda all’Inps.


Leao 4 - il solito gioco che ormai prevede pure Mazzarri. Si deve evolvere altrimenti diventa da circo. 


Giroud 4,5 - si è girato solo i pollici, qualche buono spunto ma non essendo servito si è spuntato.


De Kagheler 3 - l’Uomo Ombra, Batman, Macchia Nera gli fanno una pippa! Entra nel secondo tempo e scompare magistralmente. Uno dei pacchi più colossali, da accostare al sommo Blisset. Probabilmente gli servirebbe salire sul pullman promesso dall’ex presidente. 


Origi 5 - almeno s’impegna. 


Kalulu - 5,5 dopo la seduta di analisi post Lecce pare stia rinsavendo. Pare.


Pioli 4 - più prevedibile di un discorso con elenchi vari del Cazzaro, evidenzia una carenza di schemi che dall’”on fire” lo sta trasmigrando verso “in shit”

Infatti chiudendo gli occhi l’immaginazione si tramuta nella realtà imbolsita: Tatanasega passa a Tomori che passa a Calabria che la da a Tonali che la tocca a Leao che fa la solita finta e galoppa verso l’area per crossare palesemente ad minchiam. Solito canovaccio oramai stantio.