lunedì 9 gennaio 2023

Il Cazzaro e il Genio




Per dire...

 





Puntualizzazione

 


Montanari e Benedetto

 


La stampa italiana genuflessa per Ratzinger “santo subito”

LA MORTE DI BENEDETTO XVI - Da cattolico. Per il Pontefice defunto preghiera e rispetto, ma anche discernimento. Le beatificazioni invocate da devoti e meno devoti sono fuorvianti

DI TOMASO MONTANARI


Davvero Joseph Ratzinger santo subito? Più che l’invocazione da stadio dell’anonima folla, a colpire è la genuflessione pressoché generale della stampa italiana. Sembra smarrita una visione sanamente disincantata dei sistemi di potere in generale, e della Curia romana in particolare.

Mio padre, profondamente cristiano e cattolico, mi ha sempre detto che, al posto di quella di Longino, nella crociera di San Pietro si sarebbe dovuta scolpire la statua di Abraam giudeo. Questi, in una delle novelle del Decameron, è un ebreo parigino che comunica ai suoi amici cristiani che si sarebbe convertito alla fede in Cristo, ma solo dopo aver visitato appunto la Curia papale. Grande lo sconcerto degli amici: ben sapendo, dal papa in giù, “generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale ma ancora nella sodomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna. Oltre a questo, universalmente golosi, bevitori, ubriachi …; e … tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente l’uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose … a denari e vendevano e comperavano”. Ma Abraam proprio per questo si converte: “Mi par discerner lo Spirito santo esser d’essa, sí come di vera e di santa piú che alcuna altra, fondamento e sostegno”. In altre parole, se la Chiesa si reggeva nonostante tutta quella ipocrisia e corruzione, doveva proprio essere assistita dall’Alto!

L’amara ironia di Boccaccio riassume bene il disincanto che i cattolici più legati al Vangelo hanno sempre provato nei confronti di un formidabile sistema di potere tenuto in piedi in nome di Colui che ha contestato nel modo più radicale i meccanismi infernali di ogni umano potere. E forse oggi spetterebbe proprio a noi cattolici una critica sostanziale della figura di Joseph Ratzinger: fermi ovviamente restando il profondo rispetto per la persona, e l’ininterrotta preghiera per l’anima sua. Dal campo laico, sull’asserita grandezza del filosofo e del teologo (presentato dai giornali come una specie di somma di Agostino e dell’Aquinate…) aveva già detto parole coraggiose Umberto Eco nel 2011 (“Non credo che Ratzinger sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole”). Sulla serietà dello studioso ha scritto in questi giorni Silvia Ronchey, ricordando l’uso non solo strumentale, ma filologicamente e storicamente errato, delle parole di Manuele Paleologo su Maometto nel famigerato discorso di Ratisbona.

In generale, colpisce la beatificazione culturale da parte degli atei devoti di colui che ha diretto l’organo deputato alla repressione della libertà di pensiero nella Chiesa, quel Sant’Uffizio (diverso ora nel nome, non già nella missione) che, vituperato quando si rammenti la vicenda di Galileo, diventa invece una specie di libera accademia quando si tratti di celebrare Ratzinger. Anche ai cristiani ciò dovrebbe stare davvero a cuore: e del resto basta ascoltare la voce di Leonard Boff, o ricordare quella di Hans Kung, per sapere quanto inutile dolore abbia inferto la repressione del “pastore tedesco” (indimenticabile titolo del Manifesto il giorno dell’elezione di Benedetto XVI). Ma è forse sull’abdicazione che bisognerebbe riflettere. Che la Provvidenza abbia cavato bene dal male aprendo la stagione di Francesco è un fatto: ma sappiamo bene come i piani del quondam papa fossero opposti.

Soprattutto, colpiva quel ribaltamento dello spirito del Magnificat: Benedetto si dimise dicendo di non avere più forza umana. Quando – da David a Giuditta, a Maria… – è proprio la mancanza di forza, unita all’abbandono a Dio, a ribaltare la logica del mondo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, dirà Paolo. In quelle parole pareva invece radicato il sentire della Curia come potere tutto terreno: quasi neo-pelagiano nel fare, in fin dei conti, a meno di Dio (scriverà poi papa Francesco “ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa”). Impressione rafforzata dalla decisione di riservarsi con un ultimo decreto di pessimo gusto titoli e privilegi, rimanendo in Vaticano e facendosi obiettivamente usare dalla fronda reazionaria che è poi platealmente riemersa in queste ultime ore. Preghiera e rispetto, dunque. Ma anche discernimento: altro che “santo subito”…

domenica 8 gennaio 2023

In attesa

 


Visione travagliata

 

Prova d’appello
di Marco Travaglio
Un gruppo di intellettuali, fra cui i nostri amici Montanari e De Masi, hanno firmato un appello per un’alleanza in extremis fra 5Stelle e Pd nel Lazio contro la destra. L’appello sconta un buon tasso di ingenuità e utopismo: alle Regionali manca poco più di un mese. Ma lo spirito è sacrosanto: che senso ha che chi si oppone al governo Meloni corra l’un contro l’altro armato? Anche la domanda, però, sconta un buon tasso di ingenuità e di utopismo, perché oscura i fatti degli ultimi sei mesi: le ragioni profonde di una frattura che solo due anni fa sarebbe parsa lunare, ma oggi rende lunari gli appelli che la ignorano. Il Pd, sposando il governo Draghi non come soluzione emergenziale, eccezionale e temporanea, ma come scelta strategica di campo, ha buttato a mare l’alleanza col M5S che nel Conte2 funzionava bene. Ha aderito con foia alla decinquestellizzazione dell’Italia avviata da Draghi (bellicismo atlantista e riarmista, guerra a Spazzacorrotti, Superbonus, Reddito di cittadinanza, dl Dignità, salario minimo; ritorno a trivelle, fossili e inceneritori) e ora completata da Meloni&C..
Per salvare il (da loro) compianto governo dei Migliori e al contempo l’alleanza col M5S, a Letta&C. sarebbe bastato stralciare l’inceneritore di Roma dal dl Aiuti (che riguardava tutt’altro) e appoggiare alcuni dei 9 punti dell’Agenda sociale di Conte, così a luglio i 5Stelle avrebbero votato la fiducia. Invece il loro piano era annientarli: prima con la scissione assistita di Di Maio&C. (a cui promisero e concessero collegi elettorali), poi con la cacciata di Conte dal centrosinistra per stritolarlo nella tenaglia del Rosatellum e avviare un nuovo percorso con Calenda (che poi cambiò idea). Il 25 settembre gli elettori han deciso diversamente, vanificando l’ennesimo Conticidio. Ma quel progetto è rimasto intatto per Lombardia e Lazio: il Pd ha deciso i suoi candidati in solitudine (Majorino) o in tandem con Calenda (D’Amato), salvo poi strillare perché i 5Stelle correvano anziché estinguersi. Strilli comprensibili se il M5S valesse il 7%: ma i sondaggi lo danno al 17, mentre al 7 languono Calenda e Renzi. Bene ha fatto Conte a superare le ruggini e trovare un’intesa sui contenuti a Milano, sebbene nessuno gli avesse chiesto nulla su candidato e programma. Ma è a dir poco arduo immaginare un’intesa a Roma, la città dell’inceneritore: per giunta con D’Amato, scelto da quel Calenda che fa alleanze con chiunque, ma i 5Stelle li vuole morti. A meno che, folgorato sulla via di Santa Palomba, D’Amato&C. non convincano almeno Gualtieri a ritirare l’inceneritore. E non spieghino che razza di alleanza è quella in cui il terzo e il quinto partito portano il candidato e il programma, e il secondo partito porta i voti.

sabato 7 gennaio 2023

Travaglio!


L’elettore differenziato 

di Marco Travaglio

Ogni tanto, per empatia, ci mettiamo nei panni del tipo umano più vessato e frustrato d’Europa: l’elettore del Pd. In 15 anni, oltre a una decina di segretari, ne ha viste e subite di tutti i colori. E deve aver maturato uno stomaco d’acciaio e un fegato di ghisa, per digerire l’alleanza con B., il culto di CdB, Monti, Draghi e banchieri vari, la resi- stenza a Renzi e persino a Orfini, la depressione per Letta, il milita- rismo atlantista come valori asso- luti al posto della pace, l’ostraci- smo a Conte per regalare l’Italia a Meloni. Qualcuno nell’ultimo anno, a furia di insistenze dai ver- tici, ha avuto financo l’impressio- ne di intravedere, in una notte di luna piena, l’Agenda Draghi. Ora però anche l’elettore più di bocca buona fatica ad arraparsi per la sfida fra il presidente e la vicepre- sidente dell’Emilia Romagna. L’unico brivido è su data e moda- lità (in presenza o online, magari su Rousseau?), che cambiano o- gni giorno col tasso di umidità: l’evento verrà annunciato con messaggio Whatsapp la sera pri- ma, a sorpresa, come i rave party (fra l’altro vietati).
Intanto lo sventurato elettore assiste agli attacchi isterici dei ca- pi perché la destra che ha vinto le elezioni avvicenda i dirigenti pubblici nominati dal Pd che le a- veva perse. E mai una parola net- ta e definitiva contro le vere ver- gogne del governo. Pigolii sulle controriforme della giustizia. Sottili distinguo sul presidenzia- lismo (il Pd lo preferisce nella va- riante “semi”: come le demi-vier- ge, convinte che la verginità sia questione di centimetri). E strani balbettii sull’autonomia differen- ziata, cioè sulla secessione del Nord ricco dal Centro-Sud. L’i- deona delle Regioni leghiste, ap- prodata cinque anni fa ai referen- dum nel Lombardo- Veneto, fu sposata da Bonaccini e da Chiam- parino buonanima. Figurarsi con quale credibilità oggi l’aspirante segretario del Pd può contrastare il ddl Calderoli col passaggio di competenze su sanità e istruzione dallo Stato alle Regioni, se nel 2018 lo chiedeva pure lui. Infatti dice e non dice, per non dare l’im- pressione di pensarla come la pensa. Invece quel gran genio di Eugenio Giani, presidente tosca- no, come la pensa lo dice al Foglio (così lo sentono in pochi), tanto i voti li ha presi: “L’autonomia dif- ferenziata è di sinistra”. Perbacco. A questo punto l’elettore Pd an- drà da un prete, anche se non ci crede, per confessarsi e capire cos’ha fatto di male per meritare simili punizioni. Se è ancora gio- vane, gli resta una sola speranza: che il Pd faccia come gli attori che 55 anni fa interpretarono Romeo e Giulietta nel film di Zeffirelli e ora denunciano la produzione perché costretti a girare scene di nudo da minorenni. Se tutto va bene, la denuncia del Pd contro la ben più oscena secessione dei ric- chi arriverà nel 2077. O giù di lì.