giovedì 5 gennaio 2023

In ricordo

 


Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exerceri debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse’.

Vaticano 11 febbraio 2013

Sperimentate

 


A pensarci...

 


Ragogna!

 


Daje!

 


Mezzo secolo fa!

 

È il 5 gennaio 1973 e da Asbury Park parte la “corsa” rock di Springsteen
50 ANNI FA - Il Boss si presenta al mondo con il suo primo album, nonostante le resistenze della Columbia
DI STEFANO MANNUCCI
Una sberla. Quando Bruce Springsteen entra nella stanza, John Hammond vorrebbe arrossargli quella faccia butterata, le reminiscenze dell’acne coperte da una barba da naufrago, un cespuglio inestricabile per chioma. Lo sbruffoncello che si è presentato con il manager Mike Appel ha 23 anni e una chitarra disastrata. Hammond sospira: nel suo carnet ci sono Dylan e Billie Holiday, da talent-scout ha fatto le fortune della Columbia. Cosa fare con questo cazzone? “Ok, sentiamo qualcosa”, concede John. Incrocia le mani dietro la testa. Bruce attacca It’s hard to be a saint in the city. Basta quella. “È il tuo giorno fortunato”. Il calendario segna il 2 maggio 1972. Provino andato, il contratto verrà firmato in giugno. Un album d’esordio: il faccia-da-schiaffi può essere inquadrato come un cantautore di New York, un possibile nuovo Dylan, vista la fluviale, immaginifica virtù di testi che procedono di flash in flash, senza coerenza, affollati di personaggi post-beat, pre-punk, emuli di Brando, Dean, Elvis, mezze mignotte, papponi, sirene, vagabondi e stracciaculi di provincia. Un momento: provincia? Sì: Springsteen recalcitra a essere contrabbandato come il prossimo cantore del Village. Lui è del New Jersey! E quello è lo scenario delle sue canzoni, che per Hammond e il capo della Columbia Clive Davis dovrebbero essere in buona parte acustiche e folk, senza premere troppo sull’acceleratore rock’n’roll. Per queste ultime, si provvederà a registrarle, valutano i discografici, con consolidati session men. Bruce si impunta di nuovo: no, al mio fianco voglio i compagni di scorribande. Clarence Clemons, Garry Tallent, David Sancious, Vini Lopez. Mezza formazione di quella che diventerà, più tardi, la E Street Band. Viene convocato anche Steve Van Zandt, ma lo lasciano in panchina: la chitarra può suonarla lo stesso Bruce. Così l’apporto di Van Zandt al disco sarà solo un pugno all’amplificatore, un effetto di rimbombo all’inizio della ballata Lost in the flood. E come lo visualizziamo, questo epos decentrato che rifiuta la residenza a Manhattan? Semplice: glorificando Asbury Park, la cittadina della contea di Monmouth dove il giovane (natio di Freehold) vive in questi anni ruggenti, suonando nei club – lo Stone Pony, l’Upstage – con gli Steel Mill, i Castiles, la Bruce Springsteen Band. Le canzoni nascono nella sua incasinatissima stanza, o in un salone di bellezza abbandonato dove tortura una vecchia spinetta. Per la copertina basta una passeggiata sul boardwalk, il lungomare: Bruce pesca da uno stand una cartolina inumidita dalla salsedine, grafica anni 40, con il casinò, la giostra, il molo dove si va a rubar baci, in questo posto che prende il nome dal vescovo metodista Asbury, e dove peccare è dunque un obbligo. Sulla cartolina noti la scritta Greetings from Asbury Park, N.J., la stessa che oggi campeggia sul Paramount Theatre. Qui, davanti all’Atlantico, dove un giorno l’uragano Sandy tenterà di spazzare via case e cose, la fortuna te la devi sudare. Una prima versione dell’album viene bocciata dalla Columbia: troppi pezzi lenti, meglio toglierne alcuni e aggiungere potenziali singoli rock. A quel punto gli amici musicisti sono impegnati altrove, Springsteen si adopera da solo su quasi tutti gli strumenti per sfornare Spirit in the night e Blinded by the light. Ci siamo: il disco viene pubblicato il 5 gennaio 1973. È nata una stella? Mah: nei negozi del New Jersey se ne trovano poche copie, negli States se ne vendono appena 25mila. Blinded by the light conquisterà il primo posto solo nel ’76, e grazie alla versione di Manfred Mann. Che per un bizzarro fraintendimento vocale, canta come se la Ford Deuce della canzone fosse una “douche”, una lavanda vaginale. “Indovinate quale tra le due storie era la preferita dai ragazzi”, dirà la superstar Springsteen. Cinquant’anni dopo quel debutto, Bruce è atteso in tour in Italia. Si lavora per portarlo anche a Umbria Jazz. Tutto grazie a una cartolina d’epoca.

Eccolo!

 

Coma 22
di Marco Travaglio
Il governo Meloni leva il Reddito di cittadinanza ai disoccupati, chiamandoli “occupabili” per far credere che se volessero lavorerebbero. Il governo tedesco lo aumenta di 50 euro al mese sia agli inoccupabili, sia agli occupabili (termine intraducibile in altre lingue: all’estero si dice disoccupati) sia agli occupati mal pagati: oltre 5 milioni di percettori, contro i 3,6 italiani. Il governo Meloni tuona contro i truffatori del Rdc (l’1% degli importi versati). Il governo tedesco allevia le sanzioni. Il governo Meloni schifa il salario minimo legale di 9 euro l’ora. Il governo tedesco lo porta a 12. Il governo Meloni piagnucola perché le politiche attive del lavoro non funzionano, intanto licenzia i navigator e lascia i Centri per l’impiego con soli 8 mila addetti. La Germania ne ha 110 mila, il Regno Unito 67 mila, la Francia 54 mila.
Se il grande Joseph Heller fosse vivo, scriverebbe il sequel di Comma 22 sulla ridicola illogicità degli argomenti usati dai nemici del Rdc da quando fu varato da Di Maio (Conte-1, 2019). Si cominciò col dire che costava 40-50 miliardi l’anno, avrebbe sfasciato i conti, ci avrebbe portato fuori dall’Ue con la troika in casa, quindi non sarebbe mai nato: invece nacque e costò 8 miliardi l’anno. Allora si disse che era un incentivo a “stare sul divano” (copyright Renzi), come se l’Italia avesse il record non di disoccupati, ma di posti di lavoro vacanti: dopo tre mesi di Rdc, l’occupazione aumentò più che negli ultimi 10 anni. Allora si disse che era meglio non chiederlo per evitare terribili “assalti e caos alle Poste”. Che però non ci furono. Allora si disse che non lo voleva nessuno, anzi i pochi che l’avevano chiesto volevano rinunciare (per il Messaggero erano “130mila”) perché era troppo basso o perché era troppo alto e si vergognavano. Infatti, dopo tre mesi, c’erano già 1,4 milioni di richieste. Allora si disse che non c’erano i controlli, però i controlli dell’Inps ne scartarono 500mila. Allora si disse che il M5S comprava voti, soprattutto al Sud: infatti straperse le Regionali e le Europee, soprattutto al Sud. Allora i giornaloni scrissero contemporaneamente che il Rdc era una mancetta ridicola e uno scialo trimalcionico: “Un terzo degli italiani guadagna quanto il Rdc” titolò Rep che, essendo di sinistra, voleva risolvere il problema non alzando i salari, ma abbassando il Rdc. Poi si cominciò a sbattere in prima pagina mafiosi e criminali comuni col Rdc, come se il problema fosse il Rdc, non l’Italia piena di mafiosi e criminali comuni. Alla fine, non sapendo più dove arrampicarsi, si iniziò a menare scandalo perché chi prende il Rdc non lavora: oh bella, ma se tutti lavorassero nessuno avrebbe bisogno del Rdc! Idea: quelli che parlano di occupabili chiamiamoli manicomiabili.