mercoledì 4 gennaio 2023

Raggio di sole!

 


In ogni bassofondo della politica che si rispetti, di centro, di destra e di sinistra, ogniqualvolta avviene un cambio di casacca al potere, i vari responsabili, boiardi, presidenti di qualsivoglia società a partecipazione statale, vengono sostituiti, e questo sfanculando ogni commento, ogni bontà, ogni conduzione seria e precisa del personaggio scelto dal precedente governo; lo chiamano spoil system, riferendosi alla pratica statunitense dell'800, per darsi un tono; in realtà è un lurido esercizio di potere, indipendentemente dal colore politico italico. E Ronf Ronf Letta che ha criticato l'ultimo cambio scapestrato della Caciotta Nera, farebbe bene a guardarsi in casa propria, visto i trascorsi. 

Dunque la pseudo accozzaglia destrorsa capeggiata dalla signora cristiana, mamma etc, ha deciso di non rinnovare Giovanni Legnini come commissario post sisma in Umbria e di nominare al suo posto il senatore Guido Castelli di Fratelli d'Italia. Legnini a detta di tutti, pure dell'opposizione, stava lavorando bene, con senno e sagacia, ben visto da tutti e con ottimi traguardi raggiunti. Ma era stato messo lì dal PD. Apriti cielo! La maleodorante politica nostrana non può sopportare che qualcuno che non sia dei colori di casa ottenga dei successi. 

Per fortuna però un raggio di sole è entrato nella foschia intrallazzante di cui siamo portatori insani: il vescovo di Norcia-Spoleto, Mons. Renato Boccardo ha sbroccato tra gli alleluia di coloro, me compreso, che da tempo immemore sognavano una presa di posizione ecclesiale in merito agli innumerevoli misfatti con cui conviviamo: 

"la mancata conferma di Legnini è uno schiaffo alle popolazioni terremotate, figlia di una politica scellerata e di basso livello che passa sopra le teste della gente." 

Deo gratias! Suonate le campane in questo giorno di festa! Grande vescovo Boccardo, che si getta nella mischia giustamente per difendere principi e valori civili che quello che definiamo politica tende costantemente a ridurre a merce ammalorata per i canonici porci comodi! 

Prosit!  

Altra carogna!

 


Che bel governatore!

 



Ragogna!


 

Wilma!

 

Wilma! La clava!
di Marco Travaglio
Il 2023 è cominciato come meglio non si poteva, almeno per i cultori dell’età della pietra. Mentre il governo legalizza l’evasione fiscale, dà una mano a corrotti e corruttori a spese dei poveri, dei disoccupati e dei migranti, e criminalizza i ragazzi che vanno ai rave party o protestano per l’ambiente spruzzando vernice lavabile su Palazzo Madama, la cosiddetta informazione riesce a fare di tutto fuorché informare. I giornali montano una polemica al giorno su un leader incensurato perché indossa la giacca con pochette, ma anche perché indossa il dolcevita, perché visita i poveri e i disoccupati, ma anche perché passa il Capodanno a Cortina in un bell’hotel, senza spiegare mai di che cazzo stanno parlando. A meno che non ritengano che possano difendere i poveri solo i parlamentari poveri: nel qual caso, siccome i parlamentari guadagnano almeno 15mila euro netti al mese, tutti dovrebbero difendere i ricchi. Il Tg1, primo telegiornale del cosiddetto “servizio pubblico”, decide di non mostrare la protesta dei giovani ambientalisti a Palazzo Madama e se ne vanta pure: “Come Tg1 abbiamo scelto di non mostrarvi le immagini del loro atto dimostrativo per sottolineare come questo tipo di proteste non possa essere accettabile. Proteste che dai quadri nei musei si spostano a uno dei luoghi simbolo delle istituzioni”.
Fermo restando che questi atti dimostrativi di Ultima Generazione sono, a nostro avviso, sacrosante nel merito ma controproducenti nel metodo, gradiremmo sapere dai “colleghi” pagati con i soldi del canone in quale scuola di giornalismo abbiano imparato che le notizie “non accettabili” non si danno. E chi stabilisce quali sono accettabili e quali no? E se, puta caso, qualcuno protestasse con raffiche di mitra o a suon di molotov o di tritolo, il Tg1 darebbe la notizia della strage, o nasconderebbe anche quella in quanto “non accettabile”? O una sparatoria o un attentato è più accettabile di due spruzzi di vernice arancione? A noi, più che l’atto in sé, ha colpito la facilità con cui quei ragazzi inermi hanno potuto metterlo a segno al Senato. E pensiamo che sia una fortuna che fossero armati solo di bombolette spray, visto che a presidiare la sede della seconda istituzione dello Stato ci sono due soli carabinieri al portone, più altri due nella garitta di fronte col divieto di muoversi di lì qualunque cosa accada (possono sparare, ma non uscire). È questa la notizia “inaccettabile” della vicenda, più delle chiazze di vernice e degli strilli dei forcaioli strabici al governo, che condonano gli evasori e invocano la galera (possibilmente a vita) per i giovani attivisti. Ma per dare le notizie servirebbe un notiziario e al Tg1 non sanno neanche cosa sia.

L'Amaca

 

Il mostro che divora i ragazzi
DI MICHELE SERRA
I generali mandano le reclute a farsi ammazzare e i loro figli in vacanza alle Maldive”. Sembra la frase di un antimilitarista, di un disertore, di un anarchico, è invece una delle tantevoci dei siti nazionalisti russi, fiancheggiatori entusiasti dell’invasione dell’Ucraina. Sono indignati per la carneficina di coscritti (ragazzi di vent’anni) ammassati in una scuola del Donbass, facile bersaglio dei missili ucraini. Danno la colpa ai generali, non hanno il coraggio o la lucidità per fare il passo successivo e maledire il vero mandante, che è il loro amato governo nazionalista, e il vero mostro che divora i ragazzi, che è la guerra.
Chissà se si rendono conto di dire sulla guerra le stesse cose che ovunque, sempre, sulla guerra vanno dette: adulti di potere mandano ad ammazzare, e a farsi ammazzare, i figli del popolo. Sul Carso, nelle Ardenne, in Normandia, in Vietnam, ora in Ucraina o nelle tante guerre africane dimenticate, la carne da cannone è sempre la stessa. Ci sono una letteratura e una cinematografia sterminate sul furto delle vite di milioni di ragazzi (uno per tutti, lo struggente Ultimo spettacolo di Bogdanovich, sul quale aleggia la guerra di Corea).
L’età media delle truppe americane in Vietnam, incredibile ma vero, anzi terribile ma vero, era di 19 anni (fonte: miles.forumcommunity). Non so se esistano dati certi sull’età media dei russi in Ucraina, ma sempre di giovani e giovanissimi si tratta. Diceva Remo Remotti, pittore, attore e poeta, che la guerra dovrebbero farla i vecchi. Sul fronte e nelle trincee andarci loro, con le articolazioni già cigolanti e il respiro corto. Sarebbe meno scandaloso, il loro trapasso, di quello tra la giovinezza e la morte.

Robecchi

 

Strategie. La richiesta di ottimismo è la malattia infantile del melonismo
di Alessandro Robecchi
Ci sono parole fuori posto, che piovono male, che non c’entrano niente, così estranee al contesto che sembrano appoggiate lì per caso. O per convenienza, per ridicolo calcolo, o peggio per speranza, o peggio ancora come piccola assicurazione sui fallimenti futuri: parole che mettono le mani avanti. Una di queste parole, ricorrente al punto da essere noiosa, è “ottimismo”, non a caso sbandierata fieramente dal/la signor/a Giorgia Meloni nei suoi auguri (soprattutto a se stessa e ai suoi arditi) di fine anno. “Un 2023 di orgoglio e ottimismo”, augura il/la presidente del Consiglio, che vuol “sollevare questa nazione”, “rimetterla in piedi”, “farla camminare velocemente con entusiasmo”, e, ovvio, “dobbiamo farlo insieme”. Con il che si capisce bene il sottotesto: se voi non avete entusiasmo, ottimismo e non lo farete insieme, beh, un eventuale disastro sarà colpa vostra. Un classico.
Giorgia, donna, madre e cristiana, non è che inventa molto, diciamolo. Ancora ci ricordiamo quello là col sole in tasca, il Berlusca buonanima, che andava dicendo che i pessimisti si tirano addosso la sfiga da soli, e quindi non essere ottimisti non è un atteggiamento, ma un concorso attivo alla catastrofe. Vennero altri ottimismi, più organici all’ubriacatura liberale che piace tanto ai piani alti e altissimi del Paese. I primi giorni di Mario Monti fecero saltare l’ottimistometro nazionale, e pareva che fosse atterrata la Madonna in persona, il loden al posto del velo, per sistemare le cose con la sola imposizione delle mani della Fornero. Si è visto.
Altro sussulto di ottimismo sfrenato, la comparsa di Mario Draghi, quando pareva che l’Europa bussasse da ogni italiano con i contanti in mano dicendo “tenga buon uomo”, e i giornali titolavano sulla pioggia di miliardi in arrivo, praticamente già infilati nella nostra casella della posta. Si è visto anche lì, e basterebbe a mettere una moratoria di dieci anni sulla parola ottimismo, almeno in politica.
Quali motivi ci siamo oggi, essendo italiani, per essere ottimisti, è piuttosto misterioso. L’inflazione al dieci per cento, il lavoro che si precarizza sempre più, il welfare che svapora, le bollette, la guerra di altri che ci costa come se fossimo in guerra noi. Basta dare un’occhiata a ricerche e sondaggi per scoprire che il segno meno, in quanto a fiducia, domina incontrastato, e non sarà certo chiamare il Paese “Nazione” (o i camerati “patrioti”) che ci indurrà a cambiare idea. Di solito, l’ottimismo è un afflato piuttosto irrazionale (“Gli ottimisti sono la claque di Dio”, diceva mirabilmente Gesualdo Bufalino), mentre il pessimismo è mesto realismo. Una differenza che chiunque può capire se si sveglia con Giorgia ottimista, la benzina più cara, le autostrade più costose, il mutuo più stretto al collo, lo stipendio che vale meno e l’assistenza scomparsa per dare una mano ai presidenti delle squadre di calcio, i veri bisognosi del Paese.
Ma quando si invoca ottimismo – come il sor/sora Giorgia fa un po’ maldestramente, nel suo stile – si intende un’altra cosa. Si intende solitamente uno spirito collettivo, un vento che porta non solo consenso, ma convinzione, un’aria frizzante di partecipazione emotiva dei cittadini che oggi non si vede, non risulta, non c’è, e non ha motivo di essere.
Meloni faccia la sua strada in salita, non cerchi appigli, non invochi aiutini da casa come nei telequiz, non si appelli all’ottimismo della popolazione al quale ha finora contribuito soltanto bastonando i poveri e aumentando la benzina: non un grande contributo.