sabato 18 luglio 2026

Si ride!

 


Dove andremo a finire!

 


L'Amaca

 


Come inquadrare il discobolo

di Michele Serra


Le principali reti televisive europee, in collaborazione con la Federazione europea di Atletica, hanno messo a punto una specie di codice per evitare la diffusione di immagini «sessualizzanti» del corpo delle atlete. Si capiscono e si condividono le intenzioni: telecamere e regia non devono avere uno spirito «guardone»; devono documentare il gesto sportivo.

Detto questo, ci si domanda come sia possibile, nella prassi di una ripresa televisiva, non sessualizzare ciò che è sessualizzato per definizione: il corpo umano, specie se giovane e fisicamente prestante. Incluso, ovviamente, quello maschile. Lo sport è una manifestazione del corpo in purezza. Epica del corpo in movimento. Riuscire a mettere tra parentesi la bellezza e l'eros è una missione proibitiva — ammesso che sia desiderabile — a meno che si pretenda di individuare un limite «oggettivo» tra fascinazione del gesto sportivo e fascinazione del corpo che lo esprime. Davvero questo limite esiste?

Il discobolo (rifarsi ai padri classici è sempre d'aiuto) fu intenzionalmente «sessualizzato» dal suo autore Mirone, oppure è il corpo nudo in sé, raccolto e controllato nel momento che precede lo slancio, a essere erotico? Mirone era uno sporcaccione o un servitore della bellezza? E venendo all'oggi, come evitare (e anche: come biasimare) che il pubblico smisurato che assiste alle gare sportive lo faccia, oltre che per partecipazione agonistica, anche per partecipazione estetica?

È il solito vecchio problema del politicamente corretto: voler mettere sotto controllo vecchie pratiche di sopraffazione, di abuso, di mercificazione del corpo femminile: principio virtuoso. Ma rischiare, nel farlo, di censurare o di sterilizzare le complicate relazioni tra gli umani: effetto vizioso. L'eros esiste anche nello sport, e non c'è inquadratura che possa sfuggire al sospetto di illustrarlo.

Cattiveria

 



Fa molto riflettere

 

Quando le parole diventano bombe 


di Valentina Pazé

“Ma la guerra portando via le comodità delle consuetudini di ogni giorno, è maestra di violenza e rende conforme alle circostanze l’indole dei più. Nelle città, dunque, infuriava la guerra civile (…).

Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte a ogni stimolo”.

(…) Oggi come ieri, quando Tucidide descriveva la caduta di ogni freno inibitore nella lotta fratricida tra gli abitanti di Corcira, la guerra, “maestra di violenza”, ha bisogno di cambiare il significato delle parole per rendere accettabile ciò che non lo è. Niente di cui stupirsi: sappiamo bene che la guerra si combatte anche con la propaganda. Attraverso un “uso specioso della parola” che può assumere forme diverse, dallo stravolgimento dei significati consolidati alla messa al bando di alcuni vocaboli nel contesto di particolari narrazioni.

Qualche tempo fa su Le Monde diplomatique, in un articolo dedicato a documentare le forti pressioni israeliane sui mezzi di informazione francesi, Alain Gresh osservava come la parola “bombardamento” non fosse mai stata usata in nessuna delle 74 pagine dedicate da Le Parisien a raccontare i fatti di Gaza (dall’8 ottobre al 20 dicembre 2023), e come lo stesso giornale sia riuscito a non mostrare mai, in quell’intervallo temporale, neanche un volto di un civile palestinese, a fronte della generosa copertura mediatica del dramma degli ostaggi israeliani e delle loro famiglie. In Italia, a marzo 2024, uno dei principali quotidiani di casa nostra, il Corriere della Sera, è riuscito a evocare nello stesso editoriale, in sequenza, lo “scempio inumano” di Hamas, la “carneficina” di Putin in Ucraina e le “operazioni a Gaza di Netanyahu” (quando i morti ammazzati dai soldati israeliani nella Striscia erano già più di 30 mila). “Da subito – ha osservato Raffaele Oriani – il linguaggio è stato terreno di conquista, e non solo in Italia”: in Gran Bretagna, una ricerca di Opendemocracy.net sul primo mese di copertura giornalistica di Bbc One rileva che la parola “assassinio” è stata usata 52 volte per le vittime israeliane, mai per le vittime palestinesi, mentre per la parola “massacro” lo sbilanciamento segna 35 a 1. (…) In generale, in questa “guerra” gli israeliani vengono uccisi, i palestinesi muoiono, e se al principe William scappa di dire che a Gaza “too many have been killed”, ci pensa l’Ansa a rimediare traducendo “troppi morti a Gaza”.

Ci sono poi le parole contese, o interdette, il cui uso è subordinato a una speciale autorizzazione. Due, in particolare, con riferimento a Gaza, sono state oggetto di straordinari stiracchiamenti semantici, degni di quelli che il mitico Procuste infliggeva alle proprie vittime: dilatata a dismisura, fino a coprire qualsiasi critica nei confronti delle politiche israeliane, “antisemitismo”; amputata fino a renderla utilizzabile solo ed esclusivamente per riferirsi allo sterminio degli ebrei nella Seconda guerra mondiale, “genocidio”.

(…) C’è una questione che non potremo evitare di affrontare nei prossimi mesi e anni: il ritorno in grande stile della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Un ritorno che per un verso sembra assumere la forma novecentesca del conflitto che si combatte sul campo, nelle trincee, con perdite ingenti di vite umane anche tra i soldati, alle quali capi di Stato e generali ci invitano ormai a prepararci, accettando il rischio di “perdere i nostri figli” in battaglia. Un ritorno che, per altro verso, avviene in un contesto profondamente mutato rispetto a quello delle due guerre mondiali: in un mondo pieno di testate nucleari e di armi rese letali dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi di geolocalizzazione satellitare. Un mondo, inoltre, in piena involuzione dal punto di vista politico, in cui la classica distinzione tra democrazie e autocrazie sfuma per lasciare il posto a una quantità di regimi ibridi, in cui parlamenti e istituzioni di garanzia contano sempre meno e decisioni cruciali da cui dipende il destino di milioni di persone sono appese agli umori instabili di politici megalomani e affaristi senza scrupoli. (…) Sono sotto gli occhi di tutti le violazioni plateali dell’ordine internazionale “liberale”, che già da tempo si reggeva sulla finzione di regole formalmente uguali per tutti, ma sostanzialmente piegate alle convenienze degli Stati egemoni. Alla tenuta di questo ordine proprio l’impunità assoluta garantita agli autori e ai complici del genocidio a Gaza ha inferto un colpo decisivo, forse mortale. Il che spiega l’ampio spazio dedicato in queste pagine alla Palestina, vero e proprio laboratorio di un futuro distopico, in cui tutti i comportamenti vietati dal diritto internazionale sono stati normalizzati: dall’assassinio di coloro con cui si sta fingendo di negoziare al bombardamento degli ospedali, dalla demolizione sistematica di abitazioni e infrastrutture civili alla pratica del double tap per massimizzare il bilancio dei morti includendo i soccorritori, fino al ricorso ad armi proibite come le bombe da una tonnellata sganciate in aree densamente popolate o quelle al fosforo bianco usate nel sud del Libano, dove Netanyahu dichiara senza timore di reazioni che intende replicare il “modello Gaza”. Per altro verso, le manifestazioni oceaniche di solidarietà con la Palestina e di sostegno alla Global Sumud Flotilla, nell’autunno del 2025, rappresentano un segnale di speranza e l’inizio, forse, di una reazione della società civile globale contro tutte le guerre. E tutti i re, e le regine, che le decidono.

(…) Trovare alternative alla violenza non è facile. Richiede impegno, capacità di mediazione, disponibilità all’ascolto e al compromesso: quella che dovrebbe essere la sostanza della politica, anche sul piano delle relazioni internazionali. Le alternative alla guerra ci sono, ma vanno cercate e costruite per tempo, con un’attenzione particolare alla prevenzione e alla costruzione delle condizioni strutturali della pace. Perché sarebbe davvero troppo pretendere un mondo pacifico e armonioso in presenza di abissali diseguaglianze e di muri e barriere che impediscono a gran parte dell’umanità di accedere alle risorse indispensabili per una vita dignitosa. (…) Se nel labirinto della storia la via verso la convivenza pacifica non è facile da trovare, ad aiutare gli sforzi di immaginazione può essere la consapevolezza che esistono “vie bloccate”: strade che non portano da nessuna parte (o, peggio, conducono sull’orlo dell’abisso) e vanno dunque escluse a priori, espunte dal novero delle possibilità. Era quanto sosteneva Norberto Bobbio negli anni sessanta, riferendosi alle guerre combattute con l’arma atomica. Oggi l’interdizione andrebbe estesa alla guerra tout court, sempre suscettibile di evolvere in conflitto nucleare. Mettere al bando la guerra, pensarla come una via bloccata. Sempre. Come la tortura, la pena di morte, la schiavitù. Brutture di altri tempi, da bandire dalla storia. È la condizione perché si aprano altre porte, si escogitino altri modi per risolvere le controversie internazionali. Cerchiamoli.

Cretinismo

 

Una grazia tira l’altra 


di Marco Travaglio 

Il derby della clemenza senile fra Mattarella&Minetti e Nordio&Roggero è l’ennesima prova di ciò che scriviamo da quando il Quirinale miracolò la pappona di B. creando un precedente devastante: non si grazia chi non ha scontato parte della pena, non ha cambiato vita e racconta frottole per farsi salvare. Il caso del gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver sparato alla schiena a tre ladri in fuga che non potevano fargli nulla e averne trucidati due svuotando il caricatore nel corpo di uno e prendendolo a calci, potrà essere valutato fra 4-5 anni, quando il giustiziere cuneese avrà scontato almeno un terzo della pena, riconosciuto la gravità del suo crimine e chiesto scusa alle famiglie delle vittime, che meritavano la galera, non la morte. La grazia non è un quarto grado di giudizio per ribaltare le sentenze sgradite al governo prima ancora di essere scritte (qui manca persino la motivazione della Cassazione, per cui non si sa cosa commentino questi analfabeti). E un atto “umanitario” eccezionale, esclusivo di Mattarella e non di Nordio (ma chi lo ricordava sul caso Minetti se ne scorda sul caso Roggero, e viceversa). E serve a lenire gli effetti ritenuti eccessivi di una condanna giusta. Può essere il caso di un 72enne che rischia di finire i suoi giorni in cella per aver perso la testa dopo una rapina: 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario sono il minimo di legge. Ma fra qualche anno, se non avrà avuto i domiciliari per l’età e si sarà ravveduto, nessuno si scandalizzerà se il Colle deciderà di chiuderla lì. Purché la grazia non suoni come smentita alla condanna e lasciapassare per altri aspiranti Roggero. Sennò dovremo stare alla larga dai negozi, per non ritrovarci sotto il tiro di qualche Charles Bronson della mutua che spara ad altezza uomo ‘ndo cojo cojo. Fra l’altro Roggero è recidivo: nel 2005 irruppe in piena notte a casa del fidanzato della figlia che le aveva alzato le mani, lo prese a pugni, puntò la pistola contro di lui, sua madre e suo padre urlando “Non finisce qui, bastardo!”. Poi patteggiò 2 mesi di carcere senza entrarci. Il gip gli vietò di portare l’arma fuori dal negozio: se gliel’avesse proprio ritirata, i due ladri uccisi nel 2021 sarebbero in galera, ma vivi.

Ora i nostri sgovernanti, dopo 4 anni di flop sulla sicurezza, vorrebbero cambiare un’altra volta la legittima difesa per scrivere nel Codice ciò che non esiste in alcun Paese, ma solo nei film di mafia e di Far West: chi subisce un torto spara a vista e si fa giustizia da sé (bel garantismo, bel rispetto per le forze dell’ordine). Lo proclamò Salvini nel 2019 lanciando la sua schiforma, che ovviamente diceva tutt’altro: Roggero gli credette e ora è in galera. L’unica riforma sensata sarebbe un’attenuante speciale per i cretini che ancora credono a questi cazzari.

venerdì 17 luglio 2026

L'Amaca

 


La parte del cattivo

di Michele Serra


Il successo di personaggi che fanno aperta professione di ignobiltà e violenza verbale (blogger, influencer, giornalisti, politici: ci sono esempi arcinoti pure nel nostro piccolo, in Italia) dipende dal fatto che sono effettivamente persone ignobili e violente, oppure dalla richiesta di quel «ruolo in commedia» da parte di un vasto pubblico? Si gioca la parte del mascalzone perché lo si è o perché quella parte ha successo, e rende fama e denaro?

È probabile che l'indole aiuti. Difficile diffondere contenuti di odio se si ha una certa dose di rispetto per gli altri. Ma è sicuro che il successo e il denaro facciano da galvanizzatore. Magari il «cattivo» avrebbe una personalità più composita, ma decide di mettere in risalto il suo lato carogna perché scopre che il pubblico è in visibilio.

Faccio queste considerazioni dopo avere letto (sul Post) un lungo articolo su un documentario di Netflix che indaga sulla «manosfera» (l'ambiente social dove il maschilismo più becero detta legge; molto popolare nella destra americana). Quasi tutte le star della manosfera — maschi bianchi giovani — sembrano relativizzare l'aspetto «etico» e culturale delle porcherie che scrivono. Le scrivono perché «piacciono alla gente». Se ne sentono, diciamo così, meno responsabili, perché l'adesione di massa, oltre a renderli ricchi, li rassicura. Se siamo in tanti a pensarla così (per esempio, a pensare che gli omosessuali sono malati, o degenerati) perché non dirlo?

Il famoso «coraggio di andare controcorrente» che molti di costoro sbandierano (anche in Italia), è dunque un alibi. Fare il cattivo serve a procurarsi una folla di follower, anche se raschiata dal fondo del barile. Quella folla non solo garantisce denaro: fa anche sentire protetti, come una scorta virtuale. Le idee (buone o cattive) sono una faccenda strettamente personale: in genere costa fatica farsele. Più comodo assecondare quelle degli altri, che sono già pronte.