Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 19 febbraio 2026
Francesca la Saggia
Daje!
Guardoni non trombanti
di Marco Travaglio
Da due giorni leggo e rileggo una meravigliosa frase di Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di FI: “Non partecipare al Board of Peace sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione”. Tajani ha questo di bello: dice cose così insensate e demenziali che è difficile anche replicargli. E non solo perché fa morire dal ridere. È come se parlasse in un’altra lingua, che però non esiste in natura. Non passa giorno senza che lui e il suo governo facciano qualcosa di contrario allo spirito e pure alla lettera dell’articolo 11: tipo inviare armi all’Ucraina e a Israele per risolvere con la guerra due controversie internazionali: proprio ciò che l’articolo 11 proibisce al comma 1. Il comma 2 invece vieta all’Italia di entrare in alleanze od organizzazioni che non garantiscano la “parità con altri Stati”. Come appunto il Board of Peace, una specie di consiglio di amministrazione per Gaza presieduto da Trump con pieni poteri e a vita. Il problema non è l’aspetto affaristico e coloniale dell’iniziativa, che purtroppo non ha alternative (dove sono i governi europei che un anno fa annunciavano l’imminente riconoscimento della Palestina? E, a parte schifare il Board, quali soluzioni propongono?). E neppure il presunto aggiramento dell’Onu, che anzi lo ha approvato in Consiglio di sicurezza con la risoluzione 2803 del 17 novembre. È che chiunque partecipi sarebbe suddito di Trump e non socio alla pari. Quindi non è restarne fuori che è contro lo spirito e pure la lettera dell’articolo 11: è entrarci. Infatti, mentre dice l’ennesima scempiaggine, Tajani annuncia che l’Italia entrerà come “osservatore”. Però ci metterà dei soldi (ovviamente nostri). Come pagare il biglietto d’ingresso in un club di scambisti per poi fare il guardone dal buco della serratura: pagare ma non trombare, geniale. Una cosa è certa: comunque vada, pur di compiacere Trump, faremo una figura barbina.
A questo punto vi sblocco un ricordo. Due anni fa, in vista delle Presidenziali Usa, non c’era talk show in cui il conduttore e gli ospiti non inchiodassero Conte alle sue responsabilità: doveva per forza scegliere fra Trump e Biden (poi rimpiazzato dalla Harris per palese incapacità d’intendere e volere), come se votasse negli Usa, e al suo sacrosanto rifiuto partiva il tweet di Trump che nell’estate del 2019 lo chiamava “Giuseppi”. Il che bastava e avanzava per fare di lui un fottuto trumpiano (anche se a Trump aveva detto di no sul golpe Guaidó e la Via della Seta), pur restando un lurido putiniano, nonché complice di Xi Jinping, Khamenei, Hamas e Maduro. Invece ora che i Melones ci coprono di ridicolo come cheerleader di Trump, non vola una mosca. Forse perché prima erano le cheerleader di Biden: par condicio, anzi par linguicio.
mercoledì 18 febbraio 2026
L'Amaca
Come sbiancare la storia
di Michele Serra
La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.
Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).
È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione. L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.
Flora, un barlume di speranza
Tabanelli "Abito nel bosco a scuola vado in seggiovia
Il salto? Non ricordo nulla"
Intervista a Flora Tabanelli oggi su Repubblica di Matteo Macor
Flora e il bronzo a 18 anni nello sci acrobatico con un trick quasi inedito:
«L’avevo provato solo due volte, la prossima sfida è la maturità»
È già la nostra scoperta continua, Flora Tabanelli da Bologna, giovanissima delle montagne antiche dell’Appennino modenese. Ha vinto la prima medaglia italiana della storia del suo sport sorridendo di timidezza, e poi l’ha festeggiata sciabolando la bottiglia della festa con uno sci. È arrivata alla prima, vera gara della vita con un crociato rotto che si opererà ai primi di marzo, e l’ha quasi vinta puntando sul salto più rischioso. Si scrive con i mostri sacri del suo mondo, «l’amico di famiglia» Alberto Tomba e «il mio esempio» Federica Brignone, ma si dice fiera «prima di tutto» della sua storia unica di ragazza cresciuta nei boschi. «A venti minuti e una seggiovia di distanza – è l’immagine che racconta già tutto dell’impresa – dalla mia scuola».
È per quello, che è un bronzo che vale oro, quello del big air olimpico? Perché viene da lontano?
«Vale oro perché il salto su cui ho puntato tutto l’avevo provato solo due volte prima, l’anno scorso. Ci ho provato, mi piacciono le sfide, mi piace poter dimostrare quanto valgo. Mi son detta: se va bene andrà benissimo, se va male va bene comunque. Mi ricordo di essere partita, concentrata sugli sci, poi più niente».
C’è tempo per pensare, prima di tentare un trick del genere, lassù in cima a 53 metri di salto?
«Lassù si blocca il tempo. A vederlo da fuori poi il trick è una rotazione velocissima, ma dalla mia prospettiva è completamente diverso: sono in aria e il volo non finisce mai, non finisce più».
Eppure il tempo della carriera corre. Che effetto fa, pensare a dove è iniziato tutto?
«Io son qui grazie a mio fratello Miro, che da piccoli ci costruiva i primi salti nella neve e mi chiedeva di filmarlo sugli sci nella nostra casa sui monti, o al rifugio che gestiscono i miei genitori a Lago Scaffiolo, dove siamo cresciuti. Ho avuto la migliore infanzia che si potesse avere».
Con quale insegnamento di fondo, tra tutti?
«Siamo cresciuti nella natura, senza una tv, il primo smartphone in prima liceo, a giocare tra tre fratelli per prati e i tappeti elastici davanti a casa. Ai tempi faceva strano non avere quello che avevano tutti gli altri, ma adesso capisco il perché. Da piccola piangevo, all’idea di dover camminare ogni giorno per arrivare a casa: “Se non vuoi salire resti qua”, mi diceva mia mamma. Ho imparato a conquistarmi ogni cosa, ci ha forgiato».
Cosa c’è, dopo aver vinto tanto, nell’orizzonte di Flora Tabanelli?
«Vorrei godermi un po’ di tempo libero, disegnare, suonare il piano, ma devo operarmi e rimettermi a studiare, dopo aver chiesto un po’ di pausa per concentrarmi sulle Olimpiadi. Quest’anno ho la maturità, poi mi piacerebbe iscrivermi a Matematica. È difficile, ma ci voglio provare. Un po’ come il trick che mi ha dato il bronzo».
Un volo che in tv hanno visto 2,5 milioni di italiani. Cosa avranno capito, del suo sport?
«Che è bello inseguire i propri sogni, banale. Anche tra le difficoltà, anche tra i dubbi, anche se si puntano solo per un fatto personale: per divertirsi, per dimostrare qualcosa a noi stessi».
Anche la medaglia di una diciottenne, in un Paese anziano come l’Italia, dimostra qualcosa?
«Non lo so, se la cosa si possa trattare come un tema di confronto generazionale. Preferisco notare come questi in Italia siano stati i Giochi delle donne: è bel un messaggio, a prescindere dai colori delle medaglie conquistate».
Compreso il suo bronzo?
«Ci ho dormito insieme, infilato stretto sotto il cuscino».



