Di Pietrantonio
Noi, inerti davanti a quella vita che non abbiamo salvato
di Donatella Di Pietrantonio
L’errore umano, la cura che diventa danno, l’attesa. Il dolore privato e quello condiviso nella storia che ha fermato il Paese
Il ghiaccio ustiona. Sembra un ossimoro, ma è la verità. Il contatto prolungato del ghiaccio con i tessuti umani produce effetti paragonabili a quelli delle alte temperature. Sulla nostra pelle, per esempio, la più nuda di tutte le pelli. Provate con un cubetto del freezer premendolo sul dorso della mano. Questo diceva il professore a noi studenti di odontoiatria, spiegandoci le istruzioni da dare ai pazienti sottoposti a manovre chirurgiche. Dopo le estrazioni dentarie la borsa di ghiaccio tenuta sulla guancia induce la vasocostrizione, limita il sanguinamento, ma va usata con moderazione. Pochi secondi e via, poi di nuovo, per un massimo di mezz’ora. Quante volte l’ho ripetuto mimando il gesto: premere sul viso e allontanare.
Se vale per la pelle figuriamoci per una struttura delicata come il pericardio, la sierosa che riveste il cuore. Se lo sappiamo noi dentisti figuriamoci quanto dovrebbero saperlo le figure mediche e professionali che a vario titolo trattano, conservano, trasportano un organo così prezioso: espiantato da un corpo che perde la vita, trapiantabile ma solo in un lasso di tempo di poche ore in un altro corpo che aspetta la guarigione, la salvezza, un futuro.
In Riparare i viventi l’autrice francese Maylis de Kerangal ci ha raccontato con una intensità senza pari la sequenza concitata e insieme esattissima di atti medici necessari a spostare un cuore momentaneamente fermo ma vitale dal donatore al ricevente. In ogni punto di questa sequenza l’errore umano è una possibilità reale, da tenere in conto. E allora come si fa a evitarlo o almeno a ridurne le conseguenze in tempo utile? Oltre all’applicazione di un protocollo scientificamente validato, non dovrebbero essere più di uno e rigorosi i livelli di controllo sulla procedura?
Nei trapianti moltiplicare gli occhi che guardano sarebbe già una garanzia, anche in quelle fasi non proprio chirurgiche ma preparatorie. Il successo di un intervento non dipende solo dalle competenze e dall’abilità del chirurgo, ma da una costellazione di dettagli organizzativi e tecnici che concorrono in maniera sinergica al risultato finale. Può essere decisiva l’idoneità di un contenitore: il più avanzato tecnologicamente è il Paragonix SherpaPak di cui pure l’ospedale Monaldi di Napoli è dotato. Purtroppo si è preferito lasciarlo lì e trasportare il cuore pediatrico in una specie di box da pic-nic. Motivo: il personale non era stato formato all’uso del contenitore ideale. A leggerne le schede tecniche vengono i brividi: ogni dispositivo è integrato con un’app digitale per il monitoraggio della temperatura; «studi clinici hanno dimostrato una riduzione del 43% della disfunzione primaria del trapianto (PGD) rispetto al ghiaccio».
Continuare a leggere fa rabbia e fa male: mantiene l’organo al di sopra del punto di congelamento, riducendo il rischio di lesioni da freddo. Utilizzati in 18.000 casi di trapianto nel mondo, questi dispositivi migliorano i tassi di sopravvivenza post-trapianto.
Non so se è tutto vero, ma se fosse vera solo la metà ostinarsi a usare contenitori paragonabili ai miei tupperware sarebbe da criminali. Non parliamo poi del ghiaccio che si è rivelato insufficiente, non parliamo del ghiaccio secco che è stato aggiunto. Dell’assenso a procedere in sala operatoria, non proprio espresso ma forse solo percepito.
Mi viene in mente il countdown che precede il lancio dei missili. Non serve a far salire la suspense, come qualcuno potrebbe credere, non è servito a ispirare la meravigliosa Space Oddity di David Bowie. A ogni numero che si scala corrisponde la verifica di qualche parametro necessario al successo della missione. Se qualcosa non va il conto alla rovescia si interrompe, si provvede a un ripristino. Quante volte si sarebbe dovuto fermare il countdown per questo bambino, quante volte.
Una catena di errori, pressappochismo, superficialità ha portato ieri alla sua morte in conseguenza del trapianto che avrebbe dovuto, al contrario, salvarlo. Non lo ha ucciso la malattia, ma la cura.
Le responsabilità individuali saranno accertate e giustizia, forse, sarà fatta, come amiamo ripeterci. Il Paese, che si divide su tutto, si è ricompattato in questo grande rituale della solidarietà alla famiglia, preghiera per il bambino, in questo lavacro collettivo che ci fa sentire più umani mentre si mescolano dolore e spettacolo, bollettini e scoop, e ci si ritrova intorno alla definizione lacrimevole e ottocentesca di “cuore bruciato”.
Credo molto nella responsabilità dei singoli e non mi piace usare argomenti generali per giustificare le colpe personali. Ma le responsabilità della morte di Domenico non sono solo individuali, sono anche sistemiche. La nostra sanità pubblica che era tra le migliori al mondo è la stessa che lo ha curato per due anni e non ha saputo proteggerlo nel momento per lui più importante. Questo caso è anche sintomatico dello stato attuale del nostro sistema sanitario.
Il cuore è nel nostro immaginario il più nobile e vitale degli organi. Un cuore pediatrico, poi, è sacro. Sono rari ed è giusto così, perché i bambini non dovrebbero mai morire. Neanche quelli che ricevono un cuore.
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