lunedì 23 febbraio 2026

Parola di regista

 

Davide Ferrario: “Da Fargo a Gomorra: le serie tv sono riciclaggio”


di Federico Pontiggia 

Al lungometraggio esordì nel 1989 con La fine della notte, quarant’anni più tardi Davide Ferrario cambia oggetto: La fine della fine, saggio-pamphlet per Einaudi, punta le serie, che tra prequel, sequel, reboot e spin-off non sanno più dirci addio. Lanciato il guanto, “sfido chiunque a fare i nomi dei registi delle sue serie preferite”, l’autore di Tutti giù per terra e Dopo mezzanotte apostrofa Fargo, giunta alla quinta stagione, “perfetto esempio di riciclaggio”, del famoso film dei fratelli Coen del 1996, e sanziona Gomorra, laddove “Ciro Di Marzio muore alla fine della terza stagione in un modo che sembra inequivocabile, eppure riappare come niente fosse all’inizio della quinta”.

Ferrario, l’importante era finire, oggi invece?

L’importante è continuare. La serialità si basa per sua natura su questo: anche quando termina, una serie prosegue in qualche altra maniera, nelle filiazioni di qua e di là. Un universo che non finisce mai.

Mutazione del linguaggio?

E delle aspettative, determinate dall’economia. Il linguaggio si adatta a dei mutamenti materiali, che sono quelli del consumo di storie. Il fine è sempre quello: fare soldi. Il cinema è un’arte e un’industria, per un secolo circa ha prodotto un canone che era il film, e prevedeva una fine: la serialità ha cambiato tutto.

Netflix.

La prima volta che ci sono entrato, mi ha fatto un’impressione infernale, condivisa da quanti mi confessano che ci mettono più tempo a scegliere un film che a vederlo. È una specie di enorme supermercato, Netflix, volevi comprare una scatola di pasta e ne esci mezz’ora dopo con tutt’altro: è l’offerta che detta quello che prendi.

Lei in piattaforma ha cercato – senza trovarlo – Brivido caldo di Lawrence Kasdan del 1981: confessi, è un nostalgico.

Ho un atteggiamento ambiguo. Essendo nato e cresciuto nel Novecento, ho un po’ di nostalgia per dei tempi che tutto sommato considero preferibili. Dall’altra parte, capisco che il mondo – non che progredisca – si evolve. Il virtuale, tutta la tecnologia digitale che ha dato questa accelerazione pazzesca negli ultimi vent’anni al senso dell’umano, per cui adesso l’intelligenza artificiale, è un’evoluzione darwiniana, come fu l’estinzione dei dinosauri: loro diventarono uccelli, noi stiamo diventando qualche cosa d’altro.

Migliore?

Ogni tanto mi imbatto in vecchi filmati, interviste negli anni Sessanta a un contadino, un operaio italiano che parla meglio di un liceale attuale, che è più strutturato per quel che vuol esprimere. Oggi non si capisce la complessità delle cose. Mi inquieta parecchio la quotidiana difficoltà con tutte le persone, anche in casa, di articolare dei discorsi che siano vagamente più complessi del “fuori c’è il sole” o del vocabolario di cento termini corrente. Ecco, c’è questa incapacità di descrizione del mondo.

Quali conseguenze?

Penso ai maschi, hanno perso gran parte del potere che avevano, e non sanno come declinare il loro disagio: non hanno proprio le parole, e neanche i gesti, l’alfabeto umano per dirlo. E quindi passano alla violenza, che è la forma più banale e anche più, ahimè, normale di reazione.

Analfabetismo funzionale.

Guardiamo a Trump, è un analfabeta, evidente. Credo lo rivendichi anche lui, basti vedere i suoi tweet. Ma ha una grande forza, che tutti dipendiamo da lui ogni giorno: non perché è il più potente, ma perché ha messo in piedi uno show che non si sa mai cosa succede l’indomani. E quell’imprevedibilità lì è esattamente quella delle serie.

Al netto del fermo-immagine cui ci stiamo consegnando: scrive, “se guardo Tutti giù per terra, che ho girato nel 1996, non c’è nulla in quel film che sia percepibile come anacronistico rispetto ​ all’oggi in termini di look, tematica, stile: giusto l’aspetto dei computer e dei telefoni cellulari”.

Tutta questa voglia di novità che c’era nel Novecento, di ricreare il mondo da zero, dov’è finita? Tutti giù per terra continua a essere molto visto, me ne parlano ragazzi di vent’anni e fa anche piacere, ma è triste pensare che si riconoscano in un film di trent’anni fa: è come se il mondo si fosse fermato.

Eterno revival?

È la ruota del criceto: sembra di muoversi, ma si è all’interno dello stesso ciclo, anche dell’immaginario. È impressionante rivedere ogni anno uno Spider-Man, le Tartarughe Ninja, i Pokemon Go. Non passa mai niente.

La fine della fine, appunto.

Alla fine non hai bisogno di una fine, perché il mondo ti si presenta continuamente in questa maniera sfuggente: non c’è un senso, c’è un fluire e ci stai dentro.


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