giovedì 19 febbraio 2026

Francesca la Saggia

 

“Colpiscono me purché non si parli di Palestina”

DI FRANCESCA ALBANESE

Da oltre due anni, un meccanismo sempre più evidente domina il discorso pubblico che circonda il mio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato. È vieppiu soggetto a vitrioliche polemiche create a arte. Non sono le critiche a preoccuparmi: lo scrutinio è legittimo. Il dissenso è prevedibile, senza eccezioni o quasi: nel mondo dei diritti umani solo chi fa poco o male il proprio lavoro, riceve poche critiche. Ciò che è nuovo – e corrosivo – nel mio caso, per intensità e costanza, e corrosivo, è la distorsione sistematica del mio mandato, del mio operato e delle mie dichiarazioni al fine di fabbricare scandali e screditare il mio contributo di esperta indipendente Onu sui diritti umani.
Sono l’ottava persona e la prima donna a ricoprire questo incarico; conferito dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che consiste nell’indagare le violazioni del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato da Israele dal 1967. L’attenzione su Israele non è una mia scelta o un’ossessione personale, bensì il perimetro del mio incarico. I miei omologhi su Afghanistan o Iran non vengono accusati di essere “ossessionati” o “monotematici” perché conducono inchieste sul Paese oggetto del loro mandato. Perché allora non mi occupo anche di Hamas o dell’Anp? Me ne occupo in misura proporzionale a ciò che osservo. La risoluzione Onu 1993/2A del ’93 che istituisce il mio mandato fa riferimento a Israele in quanto potenza occupante e ai diritti senza protezione dei palestinesi sotto occupazione. È quindi naturale che sia Israele a essere il principale oggetto di scrutinio nel territorio su cui esercita autorità. Documento i fatti e mi esprimo in punto di diritto. I miei critici sostengono che la focalizzazione su Israele sia sintomo di pregiudizio da parte dell’Onu e di mancanza di neutralità.
Nel luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha definitivamente affermato che la presenza di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e deve cessare in modo perentorio e incondizionato. La data ultima per conformarsi a quest’obbligo era settembre 2025. La Corte ha anche riscontrato discriminazione sistemica, violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid, insieme a politiche di annessione. Non si tratta di slogan per attivisti, ma di conclusioni giuridiche. Nel corso del mio mandato ho documentato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, ancora senza indipendenza e protezione, dedicandogli il mio primo rapporto nel settembre 2022. Nei rapporti successivi ho documentato la sistematica e arbitraria privazione della libertà che colpisce i palestinesi da generazioni, la situazione dell’infanzia palestinese. È stata però la mia analisi sulla complicità delle imprese nel genocidio a suscitare la reazione più dura, fino alle sanzioni adottate dagli Stati Uniti nei miei confronti. Nel mio rapporto più recente ho descritto il genocidio a Gaza come un crimine collettivo, sostenuto con la partecipazione diretta, l’aiuto e l’assistenza di altri Stati, parte di un sistema di complicità globale. Italia inclusa. Anzi, in prima fila. Tra quelli nominati ci sono Stati che oggi mi attaccano apertamente, distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso a Gaza da oltre 860 giorni e dal regime di apartheid coloniale che continua a espandersi, a Gaza come in West Bank e Gerusalemme est colpendo l’intero popolo palestinese.
Il mio lavoro si inserisce nel solco tracciato dai miei predecessori, come John Dugard, Richard Falk e Michael Lynk, che hanno documentato, per oltre vent’anni politiche descritte come apartheid, facendosi dare degli “antisemiti” e “sostenitori del terrorismo”. Le conclusioni del lavoro sui diritti umani, chiunque ne sia l’autore, sono scomode, perché la verità giuridica, quando incide su rapporti di potere consolidati, non può che esserlo. L’ultima campagna contro di me si inserisce in una strategia che dura da decenni: silenziare, intimidire e delegittimare chiunque difenda i diritti del popolo palestinese. Analoghe operazioni di diffamazione hanno colpito in passato altri relatori speciali sulla Palestina, attraverso l’attribuzione di dichiarazioni manipolate o false, finalizzate a ottenerne la rimozione, da parte di gruppi quali UN Watch che, pare, abbia diffuso per prima il video manipolato contro di me. Da anni tali attori promuovono narrazioni che tendono a silenziare la realtà palestinese e, al contempo, di attenuare o giustificare le violazioni attribuite a Israele. All’interno dell’Onu sono considerati poco o nulla. Ma in molte capitali occidentali, la sostanza giuridica delle conclusioni formulate nell’ambito del mandato viene raramente affrontata. Si concentra l’attenzione sulla persona. Si estraggono frammenti di discorsi, si eliminano i contesti, si modificano i toni, si diffondono insinuazioni atte a suscitare indignazione. Non è un caso: è un metodo. Tale tecnica è stata impiegata per insinuare che avrei giustificato le atrocità del 7 ottobre, negato crimini quali la violenza sessuale occorsa in quel terribile giorno, o minimizzato la sofferenza degli ostaggi e delle loro famiglie. Nulla di ciò corrisponde al vero. Colpisce, tuttavia, che gli esponenti politici che dedicano tempo ed energia ad attaccare la mia persona non abbiano riservato neppure una frazione di tale veemenza a coloro che ammettono che a Gaza siano state uccise 75.000 persone e sono accusati di crimini internazionali dinanzi alle principali corti internazionali.
La critica è elemento essenziale della democrazia. La menzogna la corrode. In una fase in cui le istituzioni globali sono sottoposte a pressioni crescenti, le scelte compiute oggi incideranno in modo determinante sulla loro credibilità futura.

Daje!

 

Guardoni non trombanti


di Marco Travaglio 

Da due giorni leggo e rileggo una meravigliosa frase di Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di FI: “Non partecipare al Board of Peace sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione”. Tajani ha questo di bello: dice cose così insensate e demenziali che è difficile anche replicargli. E non solo perché fa morire dal ridere. È come se parlasse in un’altra lingua, che però non esiste in natura. Non passa giorno senza che lui e il suo governo facciano qualcosa di contrario allo spirito e pure alla lettera dell’articolo 11: tipo inviare armi all’Ucraina e a Israele per risolvere con la guerra due controversie internazionali: proprio ciò che l’articolo 11 proibisce al comma 1. Il comma 2 invece vieta all’Italia di entrare in alleanze od organizzazioni che non garantiscano la “parità con altri Stati”. Come appunto il Board of Peace, una specie di consiglio di amministrazione per Gaza presieduto da Trump con pieni poteri e a vita. Il problema non è l’aspetto affaristico e coloniale dell’iniziativa, che purtroppo non ha alternative (dove sono i governi europei che un anno fa annunciavano l’imminente riconoscimento della Palestina? E, a parte schifare il Board, quali soluzioni propongono?). E neppure il presunto aggiramento dell’Onu, che anzi lo ha approvato in Consiglio di sicurezza con la risoluzione 2803 del 17 novembre. È che chiunque partecipi sarebbe suddito di Trump e non socio alla pari. Quindi non è restarne fuori che è contro lo spirito e pure la lettera dell’articolo 11: è entrarci. Infatti, mentre dice l’ennesima scempiaggine, Tajani annuncia che l’Italia entrerà come “osservatore”. Però ci metterà dei soldi (ovviamente nostri). Come pagare il biglietto d’ingresso in un club di scambisti per poi fare il guardone dal buco della serratura: pagare ma non trombare, geniale. Una cosa è certa: comunque vada, pur di compiacere Trump, faremo una figura barbina.

A questo punto vi sblocco un ricordo. Due anni fa, in vista delle Presidenziali Usa, non c’era talk show in cui il conduttore e gli ospiti non inchiodassero Conte alle sue responsabilità: doveva per forza scegliere fra Trump e Biden (poi rimpiazzato dalla Harris per palese incapacità d’intendere e volere), come se votasse negli Usa, e al suo sacrosanto rifiuto partiva il tweet di Trump che nell’estate del 2019 lo chiamava “Giuseppi”. Il che bastava e avanzava per fare di lui un fottuto trumpiano (anche se a Trump aveva detto di no sul golpe Guaidó e la Via della Seta), pur restando un lurido putiniano, nonché complice di Xi Jinping, Khamenei, Hamas e Maduro. Invece ora che i Melones ci coprono di ridicolo come cheerleader di Trump, non vola una mosca. Forse perché prima erano le cheerleader di Biden: par condicio, anzi par linguicio.

mercoledì 18 febbraio 2026

Come dargli torto?

 



Vota si per Ella!

 



Ellekappa

 



L'Amaca

 

Come sbiancare la storia 

di Michele Serra 

La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.

Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).

È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione. L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.

Flora, un barlume di speranza

 



Tabanelli "Abito nel bosco a scuola vado in seggiovia

Il salto? Non ricordo nulla" 


Intervista a Flora Tabanelli oggi su Repubblica di Matteo Macor 

Flora e il bronzo a 18 anni nello sci acrobatico con un trick quasi inedito:
«L’avevo provato solo due volte, la prossima sfida è la maturità»

È già la nostra scoperta continua, Flora Tabanelli da Bologna, giovanissima delle montagne antiche dell’Appennino modenese. Ha vinto la prima medaglia italiana della storia del suo sport sorridendo di timidezza, e poi l’ha festeggiata sciabolando la bottiglia della festa con uno sci. È arrivata alla prima, vera gara della vita con un crociato rotto che si opererà ai primi di marzo, e l’ha quasi vinta puntando sul salto più rischioso. Si scrive con i mostri sacri del suo mondo, «l’amico di famiglia» Alberto Tomba e «il mio esempio» Federica Brignone, ma si dice fiera «prima di tutto» della sua storia unica di ragazza cresciuta nei boschi. «A venti minuti e una seggiovia di distanza – è l’immagine che racconta già tutto dell’impresa – dalla mia scuola».

È per quello, che è un bronzo che vale oro, quello del big air olimpico? Perché viene da lontano?
«Vale oro perché il salto su cui ho puntato tutto l’avevo provato solo due volte prima, l’anno scorso. Ci ho provato, mi piacciono le sfide, mi piace poter dimostrare quanto valgo. Mi son detta: se va bene andrà benissimo, se va male va bene comunque. Mi ricordo di essere partita, concentrata sugli sci, poi più niente».

C’è tempo per pensare, prima di tentare un trick del genere, lassù in cima a 53 metri di salto?
«Lassù si blocca il tempo. A vederlo da fuori poi il trick è una rotazione velocissima, ma dalla mia prospettiva è completamente diverso: sono in aria e il volo non finisce mai, non finisce più».

Eppure il tempo della carriera corre. Che effetto fa, pensare a dove è iniziato tutto?
«Io son qui grazie a mio fratello Miro, che da piccoli ci costruiva i primi salti nella neve e mi chiedeva di filmarlo sugli sci nella nostra casa sui monti, o al rifugio che gestiscono i miei genitori a Lago Scaffiolo, dove siamo cresciuti. Ho avuto la migliore infanzia che si potesse avere».

Con quale insegnamento di fondo, tra tutti?
«Siamo cresciuti nella natura, senza una tv, il primo smartphone in prima liceo, a giocare tra tre fratelli per prati e i tappeti elastici davanti a casa. Ai tempi faceva strano non avere quello che avevano tutti gli altri, ma adesso capisco il perché. Da piccola piangevo, all’idea di dover camminare ogni giorno per arrivare a casa: “Se non vuoi salire resti qua”, mi diceva mia mamma. Ho imparato a conquistarmi ogni cosa, ci ha forgiato».

Cosa c’è, dopo aver vinto tanto, nell’orizzonte di Flora Tabanelli?
«Vorrei godermi un po’ di tempo libero, disegnare, suonare il piano, ma devo operarmi e rimettermi a studiare, dopo aver chiesto un po’ di pausa per concentrarmi sulle Olimpiadi. Quest’anno ho la maturità, poi mi piacerebbe iscrivermi a Matematica. È difficile, ma ci voglio provare. Un po’ come il trick che mi ha dato il bronzo».

Un volo che in tv hanno visto 2,5 milioni di italiani. Cosa avranno capito, del suo sport?
«Che è bello inseguire i propri sogni, banale. Anche tra le difficoltà, anche tra i dubbi, anche se si puntano solo per un fatto personale: per divertirsi, per dimostrare qualcosa a noi stessi».

Anche la medaglia di una diciottenne, in un Paese anziano come l’Italia, dimostra qualcosa?
«Non lo so, se la cosa si possa trattare come un tema di confronto generazionale. Preferisco notare come questi in Italia siano stati i Giochi delle donne: è bel un messaggio, a prescindere dai colori delle medaglie conquistate».

Compreso il suo bronzo?
«Ci ho dormito insieme, infilato stretto sotto il cuscino».