mercoledì 8 aprile 2026

Lezione di politica internazionale

 

Manco le basi 

di Marco Travaglio 

Dice bene Guido Crosetto al Corriere: “È una situazione che non ha precedenti nei decenni recenti” e rischiamo “che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più… L’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia… Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla”. Poi però, non essendo un passante o un commentatore super partes, ma il ministro della Difesa di un Paese Nato, dovrebbe agire in conseguenza e in coerenza con la premessa. Questa follia senza precedenti impone scelte senza precedenti: a cominciare dal divieto di usare le basi italiane in questa follia, per fare tutto il possibile per impedire follie ancor peggiori. Cioè un’offensiva di terra o un attacco atomico di due potenze nucleari (Usa e Israele) contro un Paese che vuole diventarlo (l’Iran). Invece Crosetto si presenta alla Camera per dire che le basi restano a disposizione della sporca guerra di Usa&Israele perché “nessun governo di nessun colore politico” le ha mai vietate. Oh bella: ma se questa guerra “non ha precedenti”, richiede decisioni che non hanno precedenti. Altrimenti è una guerra come tutte le altre, e non lo è. Anche quelle fatte o provocate dalla Nato in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina violavano il diritto internazionale e facevano danni immani. Ma almeno se ne conosceva il movente: imporre cambi di regime e di confini che gli Usa e i loro complici ritenevano convenienti ai propri interessi, salvo poi fallire.

Quella all’Iran nessuno sa perché sia stata scatenata e a chi convenga, se non a un solo essere umano sulla terra: Benjamin Netanyahu che, senza guerre, finirebbe in galera e per evitarlo ha sterminato decine di migliaia di persone, rendendo per giunta Israele molto meno sicuro. Non conviene agli Usa né a Trump, ogni giorno più impopolare per la clamorosa giravolta da isolazionista-mediatore a premio Nobel per la Guerra. Non conviene all’Europa, che al solito pagherà il prezzo più alto (su energia, profughi e terrorismo). Non conviene all’opposizione iraniana, che anzi vede l’ala più oltranzista del regime rafforzarsi con la resistenza ai due nemici esistenziali e nella propaganda sull’atomica unico deterrente di autodifesa. Se ne giovano solo Cina e Russia, in una tragicomica eterogenesi dei fini. Tutto questo Crosetto lo sa, infatti denuncia “la volontà di distruggere altri Paesi”. Ma poi inverte soggetto e complemento oggetto: “L’Iran vuole distruggere Israele”. No, ministro: è l’opposto. Perciò, checché ne dica lei, siamo in guerra. E dalla parte sbagliata: con l’aggressore contro l’aggredito.

martedì 7 aprile 2026

Click!

 


Nella foto un pupazzo totalmente insignificante ed in balia di un famigerato boia sionista. Alla sua destra un coniglio di peluche.

Stop violenza

 



L'Amaca

 

Il cinema delle fettuccine

di Michele Serra

Le scelte della commissione ministeriale incaricata di distribuire fondi pubblici al cinema italiano sono pura satira contro il governo: no Bertolucci, no Archibugi; di un film su Regeni (zecca rossa) chi se ne frega — vuoi mettere il biopic su Gigi D’Alessio e quello sul re delle fettuccine? Vuoi mettere il nuovo progetto di Pingitore? Volendo portare il tutto a sintesi: vuoi mettere Novecento con il Bagaglino?

Sembra una parodia spietata della cultura di destra; invece è proprio la cultura di destra del nostro Paese, che con poche eccezioni (alla luce dei fatti: eroiche) incarna, spietatamente, un complesso di inferiorità devastante, che toglie lucidità di giudizio e impedisce dignità nei comportamenti.

Il ministro Giuli, che qualche libro ha l’aria di averlo letto, verifichi le scelte della “sua” commissione ministeriale e dica se si sente rappresentato da una faziosità così smaccata da risultare, alla fine, ridicola.

Ridicola, peraltro, risalendo alle radici del problema, è anche l’intenzione di premiare, nelle opere finanziate, «l’identità culturale italiana»: provincialismo becero se applicato al cinema in generale, e al cinema italiano in particolare, internazionale per fama e per ispirazione.

O è sconsigliabile, per un regista italiano, girare un film su Parigi o sul Tibet? O sullo stoccafisso invece che sulle fettuccine?

Il nazionalismo, che esprime un pensiero rattrappito in qualunque campo, è particolarmente insensato se applicato alle arti. Nessun artista è così misero e sprovveduto da pensarsi così piccino. Date a Buttafuoco, Veneziani e Cardini il compito di commissariare (con spietatezza) la cultura di destra. Ne avremmo grande sollievo anche noi di sinistra.

Sempre loro

 

Le primarie secondarie 


di Marco Travaglio 

Fino all’altro giorno il Pd predicava le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier progressista. Poi, letti i sondaggi che danno Conte favorito sulla Schlein e unico competitor in grado di battere la Meloni e di guidare il prossimo governo, contrordine compagni: primarie? Chi ha mai parlato di primarie? A leggere i giornaloni, sembra che le abbia inventate Conte. Eppure il partito nato nel 2007 all’insegna delle primarie è il Pd. Che ancor prima di nascere, nel 2005, le sperimentò per scegliere il candidato premier dell’Unione: si presentarono Prodi, Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio e Scalfarotto, votarono in 4,3 milioni e stravinse col 74,1% il favoritissimo Prodi, che l’anno seguente batté B.. Poi però il Pd impose sempre il suo segretario come candidato premier senza primarie: Veltroni nel 2008, Bersani nel 2013, Renzi nel 2018, Letta nel 2022. Ma solo perché lo schema era sempre quello del partito egemone sui partitini-cespuglio. E tutti e quattro i pretendenti fallirono.

Ora invece il Pd ha un possibile alleato, il M5S, a pochi punti di distanza (14 contro 21-22%), con un leader più popolare del suo, che per giunta ha già fatto due volte il premier lasciando un buon ricordo trasversale. Quindi le primarie avrebbero ancor più senso di quelle del 2005, pura investitura plebiscitaria del candidato già designato. Per la prima volta i cittadini sceglierebbero il candidato premier in una sfida vera, senza rete. Come nel 2023 alle primarie del Pd, quando gli elettori ribaltarono la scelta degli iscritti su Bonaccini segretario e gli preferirono la Schlein. Infatti l’11 novembre scorso Elly dichiarava: “Ci sono modalità a cui io sono apertissima, come le primarie di coalizione, e si fa così in una coalizione così ampia e articolata”. Il 17 settembre la Serracchiani le promuoveva come “uno strumento che sta nel Dna del Pd”. Il 22 dicembre il presidente Bonaccini le lanciava come “un ottimo strumento di scelta”. Il 31 dicembre la prodiana Zampa tagliava corto: “Si è sempre detto che le primarie creano fratture nell’elettorato e nel partito, ma non è mai stato vero. Servono per misurarsi con idee diverse. Non bisogna avere paura della competizione democratica. All’inizio si creano dei momenti di tensione molto grande, non sono una passeggiata, ma se fatte in tempo utile c’è spazio poi per una ricomposizione”. Ora è tutto un distinguo tra “federatori esterni”, “papi stranieri”, “primarie” di programma e altre supercazzole, senza che nessuno spieghi cosa diavolo sia cambiato rispetto a pochi mesi fa. Così la gente penserà che le primarie vanno bene solo quando si sa di vincerle. Invece, quando si sa di perderle, diventano secondarie: meglio abolire gli elettori.