DI CORRADO AUGIAS
Vivaldi, Bach e Händel si dirigevano da soli. Poi le cose si complicarono con Mozart e Beethoven.
Allora nacque la figura del maestro sul podio
E si fondò quel necessario patto di fiducia tra lui e i suoi musicisti
Insomma, diciamolo francamente: a che serve un direttore d'orchestra?
Nel silenzio immobile di una sala da concerto dove le sole cose in movimento sono il braccio destro dei suonatori di arco e le mazze del timpanista che tambureggiano, talvolta con frenesia, le caldaie d'ottone che ha davanti, in questa immobilità sospesa, dicevo, c'è solo lui che, sul podio, si agita, accenna, indica qua e là, chiude gli occhi, li apre, batte o non batte un tempo, flette sulle ginocchia, in una parola mima a gesti – in realtà dovrebbe anticiparli – i suoni che si vanno levando dalla compagine che ha di fronte.
La risposta semplice alla domanda che ci siamo posti è dunque: che fa il direttore d'orchestra? Dirige l'orchestra. Controdomanda: ma una buona orchestra, con un bravo primo violino non potrebbe, per così dire, dirigersi da sola?
Andiamo con ordine. Una volta era così. Vivaldi, Bach e Händel eseguivano le loro opere imbracciando lo strumento o seduti quasi fossero primi inter pares con gli esecutori. Date le dimensioni di quelle orchestre, che raramente superavano i trenta elementi, e la semplicità della musica (che nulla toglie alla bellezza, sia chiaro) dirigevano o dal violino o dalla tastiera del cembalo.
Con Mozart già le cose si complicano. Il genio di Salisburgo amava molto l'improvvisazione, questo richiedeva grande concentrazione da parte dei suonatori. La rivoluzione però avviene con Beethoven. Intanto cresce con lui il numero degli esecutori, poi le partiture si fanno più complesse, nella sua genialità Ludwig Van inserisce accordi mai usati prima, dissonanze, note ribattute, ripete fino a sette volte la stessa cellula ritmica. Con lui la musica entra nella modernità.
Il primo violino che dà con l'archetto qualche indicazione ai colleghi non basta più. S'impone la figura di un elemento estraneo all'esecuzione materiale dei suoni che coordini tutti gli altri. La tragedia di Beethoven fu che quando provò egli stesso a farsi direttore, la sordità incalzante gli impedì di udire completamente i suoni per cui si rese necessario che un vero direttore, alle sue spalle, desse le giuste indicazioni di tempo ed espressive. Una brutta sera Beethoven si girò, scoprì il trucco, e fuggì dal teatro rosso di vergogna e di umiliazione.
Si comincia a intravedere la risposta alla domanda iniziale con le parole tempo, espressione. Certo che una buona orchestra potrebbe eseguire un brano di repertorio anche senza direttore, ma la presenza del direttore – anzi del maestro concertatore come giustamente si diceva una volta – serve a fissare e coordinare quei due elementi che sono interdipendenti e variabili.
Si dirà: ma non è già tutto scritto in partitura? Non esistono i metronomi? Esistono ma non bastano, la scrittura musicale, per nostra fortuna, ha dei margini d'approssimazione che possono variare di volta in volta. Lì entra il direttore, il vero direttore intendo.
Qualunque mestierante può salire sul podio, dare un attacco, battere il tempo come si faceva una volta addirittura con un bastone. Il grande compositore barocco Giovanni Battista Lulli, poi naturalizzato francese (Jean-Baptiste Lully) batté per errore il bastone sul suo alluce mentre dirigeva un Te Deum per la guarigione di Luigi XIV, fu colpito dalla cancrena, ne morì.
L'atto fisico del dirigere si può imparare con relativa facilità, poi però subentrano aspetti intangibili, oso dire spirituali, forse esagerando. Una compagine orchestrale è il miglior giudice per valutare la solidità di un direttore; dopo dieci minuti tutti sanno già chi hanno davanti, se vale pena di seguirlo o se è meglio restare fissi sulla partitura e trascurare i suoi gesti.
Si è dato il caso, di particolare severità, di suonatori che hanno addirittura sbagliato di proposito qualche nota per rendersi conto se quello/a là sul podio se ne accorgeva. In poche parole, direi che l'essenza dell'arte del dirigere sta nella capacità di possedere la visione generale della partitura (torna la parola concertazione) comunicandola agli altri. Lì, ogni direttore, ogni vero grande direttore, dice la sua.
Riferisco un famoso aneddoto, un direttore ospite che stava provando il Tristano di Wagner alla Scala, chiese a Victor De Sabata se prendeva per qualche minuto in mano la bacchetta mentre lui andava al centro della sala a controllare la sonorità. Il suono che ascoltò era completamente diverso da quello che lui aveva prodotto fino a quel momento. Il grande De Sabata aveva immediatamente imposto all'orchestra la sua cifra, il suo stile.
Il numero dei maestri da cui le grandi orchestre nel mondo consentono di essere dirette è molto ridotto. Non è snobismo ma una specie di salvaguardia. Sempre vale la regola che i grandi direttori creano grandi orchestre, quelli deboli ne causano un rapido declino.
Poi certo c'è lo stile personale. Ci sono i direttori che dirigono solo con gli occhi e altri che si sbracciano. Von Karajan non ci metteva nemmeno gli occhi perché dirigeva a memoria e a occhi chiusi; Leonard Bernstein al contrario arrivava a fare qualche saltello sul podio, sempre magicamente a tempo perfetto per cui la sua ricaduta a terra coincideva al millesimo con il tempo forte d'una battuta.
Non ci sono cattive orchestre, diceva polemicamente, Gustav Mahler, ma solo cattivi direttori. Toscanini batteva il tempo con la precisione di un metronomo; Furtwängler al contrario aveva un gesto così vago, ondeggiante, che non s'è mai capito come facesse l'orchestra ad attaccare in tempo perfetto.
È questo felice bailamme che assicura la vita alle stagioni concertistiche. Non varrebbe tanto la pena di riascoltare per l'ennesima volta una sinfonia già ascoltata chissà quante volte, se non fosse la curiosità di sentire come se la caverà un nuovo direttore. Discorso che vale ancora di più per la musica lirica dove s'aggiunge la difficoltà supplementare degli attacchi ai cantanti oltre che all'orchestra, ovvero dell'uso di una gestualità che vale per le voci e di un'altra leggermente diversa per l'orchestra.
Una cosa è certa, come in tutti i lavori di squadra, nessun direttore può lavorare se non ha la fiducia dell'orchestra. È sempre così, l'allenatore di calcio deve avere la fiducia dei giocatori, il direttore di un giornale deve avere la fiducia dei suoi redattori. Un direttore, sfiduciato dall'orchestra, dovrebbe avere il buon senso di fare il famoso passo indietro che non è un segno di resa ma di buon senso e di buona educazione nel rispetto per le funzioni degli altri e per le proprie.
Nessun commento:
Posta un commento