martedì 23 giugno 2026

We love!

 


Mentre cadono come birilli i pseudo premier di sinistra, ultimo quello britannico che sta agli ideali cari ad epoche passate come io ai tatuaggi, un ex capo del governo nostrano, flaccido ed inconsistente come le sue azioni, posta “America we love” per commentare la foto di quattro ex presidenti Usa, responsabili di guerre predatorie tramutate in campagne di libertà, un po’ come quando Hollywood ci faceva detestare gli indiani tramutati in assassini e spietate canaglie invece che popolo evaporato dal potere a stelle e strisce e confinato in prigioni a cielo aperto. Il we love lettiano è il simbolo dell’evaporazione dell’ideale di sinistra, annacquato, smielato da questo capitalismo tecno-rapto deviato in grado di far soccombere chicchessia con sirene finanziarie. L’abbiamo una banca del profumato di allora ne è la triste conferma. Adieu!

Palinsesti estivi

 

Dal “Sionista” fino all’“Ignavo”: i format televisivi dell’estate 


di Andrea Scanzi 

Questa settimana termineranno gli ultimi programmi di punta ancora in onda del palinsesto serale, da Otto e 1/2 a È sempre Cartabianca. Torneranno a settembre, come Accordi & DisaccordiDi MartedìIn altre parole o Piazzapulita. D’estate i palinsesti televisivi cambiano radicalmente, compresi i talk show, e questo addolora i fedelissimi della politica parlata. Per fortuna, oltre a programmi ormai collaudati come In onda di Marianna Aprile e Luca Telese su La7, da lunedì prossimo andranno in onda nuovi format che promettono grandi ascolti e qualità sopraffina. Siamo in grado di anticiparli. Tenetevi forti. Eccoli!

Il sionista. Otto ore di approfondimento giornaliero, su Rai1, dalle 23 alle 7 del mattino. A condurre questo format, benedetto anche da Fiamma Nirenstein, il coraggiosissimo Davide Parenzo, che per l’occasione rinuncerà al suo passatempo preferito: fare il punching-ball alla Zanzara. Si vocifera che il programma avrà anche una rubrica fissa di Maurizio Molinari, dal titolo “Ben-Gvir ha un caratteraccio, ma gode pure di cattiva stampa e questo non è bello”.

Cappellacci e Cappellini. È il nuovo programma di Rai2. Andrà in onda tutti i mercoledì dalle 3 alle 5 del mattino, per non disturbare nessuno e non alzare (involontariamente) la media ascolti sin qui ottenuta – come ospite più o meno fisso – dal conduttore Stefano Cappellini. Il vicedirettore di Repubblica (non è una battuta: è vicedirettore sul serio) si occuperà di ciò che più gli sta a cuore: la lotta al rossobrunismo (qualsiasi cosa voglia dire), dare consigli non richiesti per far perdere in eterno il centrosinistra (che con lui non c’entra niente), ripetere che chiunque è meglio dei grillini (a partire da Renzi e Calenda), accusare tutti di putinismo e – soprattutto – esibire quel bel carisma dirompente, quell’eloquio travolgente da mattatore al contrario e quella contagiosa simpatia acchiappa-share che da sempre lo caratterizzano (all’insaputa di lettori e spettatori, ovviamente). Si vola!

Io la amo di brutto. Una sobria serie tv dedicata a Giorgia Meloni, scritta e interpretata da Italo Bocchino, con Povia nella parte di Donzelli e la colonna sonora in aramaico di Amedeo Minghi. L’opera verrà presentata al Festival di Cannes, con un’anteprima ad Atreju moderata dall’imparziale direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci.

L’ignavo. Un progetto fortemente voluto da Francesco De Gregori: tre ore di prima serata su Rai1 senza che accada nulla, nessuno dica nulla, nessuno faccia nulla e nessuno pensi nulla. La scenografia riprodurrà il Vestibolo di Dante, il luogo che il Sommo Poeta trovava prima di attraversare l’Acheronte, popolato da coloro che venivano disprezzati tanto da Dio quanto da Lucifero. Il programma, che in un primo momento doveva intitolarsi Rumore di niente, verrà condotto da Fiorello.

Affondiamoli tutti. Una garbata, ponderata e misurata riflessione di Mario Sechi sulle ribellioni odiosamente proditorie e vergognosamente pleonastiche dei bolscevichi in forza alla Flotilla.

Come stare sulle palle a tutti e non accorgersene. Finalmente il biopic ufficiale di Matteo Renzi. Aldo Grasso, dopo averlo visto in anteprima, ha scritto: “Non si vedeva un biopic così potente dai tempi di Toro scatenato”. La regia sarà di Ivan Scalfarotto. Secondo Il Riformista, il film “è già in odore di Oscar”. C’è grande attesa.

Altri format di cui molto già si parla: L’inesistente (un progetto multimediale di Angelo Bonelli); Spezzare le reni al centrosinistra (una trilogia onirica di Piero Fassino, Emanuele Fiano ed Enrico Letta); Il nero e il nero (a cura di Ignazio La Russa); Non esagerate su Gaza (il nuovo monologo di Erri De Luca). Sarà un’estate infuocata!

Molto meglio!

 



L’Amaca

 

L'evoluzione della bestia 

di Michele Serra

Si può mentire? Dipende se la menzogna serve, funziona, fa prevalere chi la pronuncia. Si può imbrogliare? Come sopra: se l’imbroglione vince, certo che si può. Aggiungete alla lista del “si può fare, basta che funzioni” altre possibili azioni considerate in genere disoneste o vergognose, e avrete l’essenza umana (prima ancora che politica) del trumpismo: sottomettere il prossimo a qualunque costo e con qualunque mezzo, perché è il fine che giustifica i mezzi.

Non lo dicono gli oppositori di Trump. Lo dicono, anzi lo rivendicano, i componenti del suo staff di comunicazione social, molto abili nella pratica del rage baiting (adescamento/provocazione per suscitare rabbia): si pubblicano contenuti urtanti o falsificanti o illeciti, per esempio usando la canzone di un artista progressista come colonna sonora dei rastrellamenti dell’Ice, per provocare i “buonisti” (direbbero i trumpiani delle nostre parti), le “anime belle”, l’opinione pubblica dem, i giornali e gli intellettuali attenti al rispetto dei diritti. Il contenuto diventa virale, ed è solo questo che importa. La reputazione di chi lo pubblica non ha alcuna rilevanza: quello che conta è l’effetto mediatico.

Torna in mente “la Bestia” di Salvini, ma eravamo al paleolitico rispetto alla potenza di fuoco che oggi può garantire l’IA. Colpisce, soprattutto, il cinismo e la disonestà di un modo di comunicare che annulla le categorie del vero e del falso, della lealtà e della truffa, pur di ottenere visibilità — senza contare la soddisfazione di avere fatto imbufalire l’avversario politico. Come spiega il capo dello staff, Kealen Dorr (traggo la citazione dal Post) bisogna “essere spudorati nel perseguire gli obiettivi dell’amministrazione con ferocia, rapidità, incisività”. L’onestà? Chi se ne frega.

A guardar bene

 

I 4 della Buona Morte 


di Marco Travaglio 

L’altro giorno, mentre a Londra crollava Starmer, ultimo astro della “sinistra” guerrafondaia, Renzi abbandonava momentaneamente la navetta Roma-Riad e volava a Chicago per l’autocelebrazione del più clamoroso bluff del “progressismo” mondiale: Barack Obama, quello che doveva chiudere il lager di Guantanamo, tuttora aperto; poi doveva garantire al mondo un futuro di pace (gli diedero persino il Nobel sulla fiducia), ma negli otto anni della sua presidenza gli Usa bombardarono sette Paesi (Afghanistan e Iraq, da cui si guardarono bene dal ritirarsi, e poi Siria, Libia, Somalia, Yemen, Pakistan: migliaia di vittime civili). Il disastro in Nordafrica dovremmo ricordarlo bene perché lo stiamo ancora pagando: le “primavere arabe” sostenute manu militari da Obama produssero, oltre all’assassinio di Gheddafi e alla caduta di Mubarak, lo sfascio della Libia e il golpe di al Sisi in Egitto (le elezioni le avevano vinte i Fratelli Musulmani, quindi non valevano). E la destabilizzazione dell’Ucraina contro la Russia e l’Europa iniziò con Bush jr. e proseguì con Obama, col suo vice Biden e la mestatrice Victoria Nuland che finanziò Maidan al grido di “Fuck Europe!”. Il lupo travestito da agnello, di recente omaggiato dalla Schlein, ha inaugurato l’Obama Presidential Center, costato la miseria di 850 milioni di dollari, insieme a Bush jr., Clinton e Biden.

Trump non era invitato perché ha fatto una sola guerra illegale in cinque anni, mentre i quattro predecessori ne hanno scatenate o provocate o coperte una dozzina: Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Ucraina, Gaza e Libano (le ultime due seriali), per citare solo le più famose e senza contare le stragi impunite tipo Cermis, le torture da Abu Ghraib a Guantanamo, i rapimenti nei Paesi sudditi (l’Italia condannò gli agenti Cia della rendition di Abu Omar, ma Napolitano e Mattarella li graziarono subito per ordine di Obama). Quattro criminali di guerra con milioni di morti sulla coscienza che, se esistesse il diritto internazionale, sarebbero ricercati dalla Cpi come Putin e Netanyahu. Invece passano per i buoni e danno lezioni al cattivo Trump, che tenta invano di eguagliarli. E, mentre la Volpe di Rignano si beava di quella bella compagnia facendo ciaociao con la manina, Enrico Letta ripostava la foto dei Quattro della Buona Morte con la bandierina Usa e un commento alla bava: “America we love”. Cioè faceva sapere che ama Bush jr., Clinton, Biden e Obama. Poi, naturalmente, tutti a contestare la Meloni perché stava fino all’altro giorno col presidente che di morti ammazzati non ne ha ancora fatti abbastanza. Tanta brava gente di sinistra si chiede che ci faccia Renzi nella coalizione progressista. Ma sbaglia la domanda: quella giusta è che ci faccia il Pd.

lunedì 22 giugno 2026

Santa Cabrini

 

Chiesa. Leone XIV e Santa Cabrini, la patrona dei migranti: quando gli italiani venivano linciati


di Fabrizio D'Esposito 

Undici italiani. Tra loro ambulanti e operai, un imprenditore e un politico locale. Si chiamavano: Antonio Abbagnato, James Caruso, Antonio Marchesi, Pietro Monastero, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Charles Traina, Rocco Geraci e Loreto Comitis. Furono uccisi, due impiccati e nove a fucilate, nel più grande linciaggio di massa degli Stati Uniti. Era il 14 marzo del 1891, nel carcere di New Orleans, in Louisiana.

Gli undici uomini furono linciati per razzismo. Gli italiani erano considerati dagli americani i peggiori di tutti. Peggio dei neri, peggio dei polacchi, per fare degli esempi. Per loro veniva invocata l’espulsione e il moto xenofobo aveva il sostegno di tanti giornali. Una situazione identica a quella di oggi da noi, a parti ribaltate. Basta scorrere i titoli dei quotidiani di destra, soprattutto dopo un fatto di sangue causato da un immigrato, meglio se nero. Anche nel marzo del 1891, a New Orleans, a scatenare il linciaggio fu un omicidio. Quello del capo della polizia, sospettato di essere legato a una delle due famiglie mafiose in guerra tra di loro. Gli arrestati accusati del delitto furono undici. Ma il processo si concluse con delle assoluzioni.

Gli italiani rimasero in prigione e l’allora sindaco di New Orleans fomentò una rivolta razzista. In migliaia si misero in corteo e raggiunsero il carcere. I cadaveri furono esposti. Alcune donne intinsero il proprio fazzoletto nel sangue degli uccisi per avere un macabro souvenir del linciaggio. Le scuse della città di New Orleans sono arrivate solo nel 2019. Scrisse madre Francesca Cabrini: “Per me, servire il mio Paese significa farlo amare ai bambini affidati alle nostre cure. Significa educarli a non vergognarsi di essere italiani; significa favorire lo sviluppo di giovani che dimostreranno al loro Paese di adozione che l’immigrazione italiana non è un elemento di pericolo”.

Madre Cabrini è santa dal 1946. È patrona dei migranti. Sabato, dopo la visita a Pavia dal suo sant’Agostino, Leone XIV è andato a Sant’Angelo Lodigiano, oggi in provincia di Lodi. Il paese di Santa Cabrini. Nel suo discorso, papa Prevost ha esordito così: “Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, patrona dei migranti, prima santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917”. Una domanda retorica, poi: “Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?”.

Come ha raccontato la storica Lucetta Scaraffia nella sua biografia di madre Cabrini, Tra terra e cielo(Marsilio, 2017, con prefazione di papa Francesco), la futura santa era nipote di Agostino Depretis, il presidente del Consiglio della Sinistra storica post-unitaria. Oltre a una profonda fede, aveva spirito d’avventura e doti manageriali. Fondò l’ordine missionario del Sacro Cuore di Gesù e arrivò negli Stati Uniti nel 1889, con un gruppetto di consorelle. La loro missione fu assistere i migranti italiani, i più poveri di tutti e vittime di una persistente campagna d’odio. Ma non ditelo a Vannacci.

domenica 21 giugno 2026

L'Amaca

 


Letteratura e cartellino rosso

di Michele Serra


Michele Mari, candidato al premio Strega, ha detto una cosa poco amichevole su Michela Murgia. L'ha detta «in un contesto privato», come tiene a specificare: era in un pulmino che trasporta gli scrittori della cinquina qui e là per l'Italia (fare lo scrittore, a volte, è peggio che lavorare).

La circostanza non ha impedito ai responsabili dello Strega di stilare un severo comunicato nel quale si puntualizza che «la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega». Mi sono chiesto quale istituto, o fondazione, o associazione, o gilda, o partito, o consesso umano, a parte il Ku Klux Klan, consideri invece compatibile con il proprio spirito le espressioni denigratorie e i giudizi lesivi sulla dignità delle persone. A parte questo, mi sono anche chiesto se non sia il caso di codificare meglio la grande quantità di casi (ormai ce n'è uno al giorno) nei quali si biasima o si deplora o si censura qualcuno per avere detto qualcosa.

Badate bene: non sono tra quelli che pensano che «non si può più dire niente», e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato «politicamente corretto». Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l'autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d'accordo?