Godo come un riccio con Silvestri nel vederli schiumare, come il nazistello! Si gode tanto!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
Godo come un riccio con Silvestri nel vederli schiumare, come il nazistello! Si gode tanto!
Le sedicenti trattative di pace
di Michele Serra
L'avvento di Trump, e più in generale i modi e i tempi del linguaggio politico che ne deriva, rendono urgente una riforma grafica dei giornali. Bisogna rimpicciolire, e di parecchio, il corpo dei titoli, perché i titoli cubitali e assertivi, quelli che possono contenere solo poche parole, sono ormai congenitamente falsi, e solo quelli più riflessivi, e dunque più lunghi, possono avvicinarsi alla realtà delle cose.
Per esempio: "trattative di pace con l'Iran" non è più un titolo proponibile. Non è affidabile né per chi lo scrive né per chi lo legge. Si dovrebbe scrivere: "Trump sostiene di avere avviato trattative di pace con imprecisati interlocutori iraniani, ma non c'è alcuna conferma che questo sia vero". Così stanno le cose: potrebbe essere vero ma potrebbe essere falso, uno dei tanti falsi che costellano la carriera politica di questo signore, una sparata propagandistica per rabbonire quella parte consistente di opinione pubblica (anche americana) che non capisce e non approva questa guerra.
Se è vero che il giornalismo, per essere credibile, deve fare le pulci al potere, e deve difendere una sua indipendenza anche linguistica, nel momento in cui la frottola, l'iperbole, lo slogan vuoto sono pratica corrente del potere, il giornalismo deve, per prima cosa, smontare quel meccanismo. Parlare chiaro, parlare serio, adottare toni e volumi all'altezza del ruolo. Il proclama tronfio e ridicolo del leader imbonitore va impaginato per quello che è: non un fatto, solamente un movimento labiale.
Del sonoro No di primavera si parlerà a lungo, ma vorrei lasciare ai più esperti analisi e riflessioni sul doloroso frontale del governo contro il popolo italiano e sul fatto che in quattro anni nemmeno una riforma è stata portata a casa dalle sgangherate Sturmtruppen della destra: Giorgia zeru tituli, insomma. Mi concentrerei invece su una cosetta laterale ma per niente secondaria, la rivelazione gloriosa del fatto che la gente non è così scema come la si dipinge, una faccenda che travalica il referendum sulla giustizia e apre nuove inedite prospettive. Per mesi e mesi il refrain è stato questo, con alcune gustose varianti: il quesito è difficile, è roba tecnica, da giuristi, cosa vuoi che ne capisca la sciura Maria, o i ragazzini che finiscono il liceo, bisogna intortarli con un getto costante di schiuma fuffogena. E quindi vai di Garlasco, Tortora, bambini nel bosco, intimidazioni, insulti, magistrati cattivi. Tutte cose dritte e semplici, che il popolo capisce, non gli articoli della Costituzione, che sono roba da avvocati.
Non è un pensiero nuovo, anzi è l’ovvia conseguenza di anni e anni di impoverimento e grottesca semplificazione del discorso pubblico. È il vecchio ritornello che si sente a ogni piè sospinto in tivù: “La gente a casa non capisce”. Ed è su questa granitica certezza – la gente che non capisce – che si è trasformato qualunque discorso in meme e slogan, ogni posizione in caricatura, ogni ragionamento in macchietta e battutina. Se voti Sì tornano a casa i ragazzi che lavorano all’estero. Se voti Sì non ci saranno più aggressioni e clandestini. Se voti Sì niente più terremoti e incidenti stradali. Salvo poi trasecolare se “la gente a casa”, invece, capisce eccome e si comporta di conseguenza, probabilmente con un surplus di astio generato dalla domanda: “Ma ci prendono per scemi?”.
Eh, sì, la gente, alla fine, capisce. E non solo gli articoli della riforma, ma anche il clima che sta alla loro base, il tentativo di sbilanciare i poteri in favore dell’esecutivo, il combinato disposto di chiagni e fotti, per cui si fa la faccia truce per i reati da sfigati (il regno di Giorgia cominciò con una straordinaria stretta sui rave party, per arrivare ai decreti Sicurezza) e la serena tolleranza per i reati della classe dirigente (l’abuso d’ufficio, la corruzione, il traffico d’influenze). Invocare più galera e pene esemplari per Tizio e Caio, specie se si oppongono in piazza, e contemporaneamente teorizzare clemenza per il potente Sempronio, non è una bella cosa. Puoi tirare in ballo i bambini nel bosco, la cronaca nera, il via vai grottesco dai centri di detenzione albanesi, la magistratura politicizzata, scegliere dall’infinito campionario delle semplificazioni, ma alla fine il disegno grande la gente lo vede. In questo scenario, la figura della “casalinga di Voghera” (intesa negli anni Sessanta come cittadino-massa inconsapevole e ignorante) l’hanno fatta i propagandisti del Sì, mentre a casa, la vera casalinga di Voghera, che in confronto a loro è laureata in Semiotica, meditava su come respingere l’assalto della banalizzazione, e votava di conseguenza.
Accanto alla buona notizia del No nelle urne, dunque, ce n’è un’altra: più della metà della popolazione resiste al bombardamento mediatico, sopravvive all’occupazione governativa dei media, sguscia dalle maglie del consenso obbligatorio che tutto semplifica e banalizza. Bene. Sulla scheda c’era scritto “No”, ma si leggeva anche “Non ci caschiamo” e “Il Tg1 è bello, ma non ci vivrei”.
Alla maratona di Mentana, lunedì pomeriggio, sono minuti frenetici: gli exit poll danno in vantaggio il No, ma i sondaggisti avevano collegato l’alta affluenza alla vittoria del Sì: quindi, di fronte al 60% di votanti, si ingaggia una colluttazione tra la compagine governativa, ufficiale e ufficiosa, e il principio di realtà. Paolo Mieli ostenta un atteggiamento blasé: la sconfitta del Sì, per cui ha votato, gli provoca un ghigno flemmatico rivelatore di un materassino di 7-8 cm di pelo sullo stomaco. Gli altri giornalisti, del Foglio e della Stampa, sono lì a ricordarci i voti degli italiani all’estero, che possono praticamente ribaltare tutto. Ci vuole Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, intercettato mentre si allontana da Montecitorio fischiettando come i piromani, a ricordare che di solito quei voti sono del Pd.
A pochi giorni dal voto la Meloni è andata da Fedez per prendersi il voto dei giovani; smagati editorialisti ci hanno spiegato che la difesa dei magistrati era un pregiudizio giurassico che i giovani avrebbero smantellato col loro voto “né di destra né di sinistra”; infatti, secondo Opinio, il No tra i giovani supera il 61%. A spasso per Roma, Matteo Renzi cerca i microfoni dei cronisti: la vittima è Alessandra Sardoni, che deve sorbirsi i motteggi di uno che, dall’alto del suo 2,2%, avrebbe potuto capovolgere l’esito del voto ma non l’ha fatto, anche se tutti sanno che ha votato Sì (sul Foglio aveva scritto: “Chi è nato giustizialista può pure sforzarsi di sembrare garantista ma non ce la fa. E la cultura di FdI ha ben poco di garantista”, dal che si evince che la riforma era pure troppo blanda per lui e che avrà calcato la X sul Sì con tanta forza da bucare la scheda). Ribadisce che gli piace la separazione delle carriere, ma non il modo in cui la legge era scritta: avrebbe potuto prestare a Nordio l’expertise di Verdini come Padre costituente, ma evidentemente, facendo costui avanti e indietro tra casa e il carcere di Sollicciano, dove era tornato per essere evaso dai domiciliari, era complicato. “Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare”, dice: infatti lui dopo aver perso il referendum ha lasciato la politica come aveva promesso. Per un attimo viene in mente lo scenario nel caso fossero passate entrambe le riforme costituzionali, la sua e la Nordio: un Senato di sindaci e consiglieri regionali che nomina le componenti laiche dei due Csm e dell’Alta corte; metti: un Bandecchi, sindaco di Terni, che sceglie i membri dei massimi organi della magistratura. Sulla governativa Rai1, Antonio Noto dà i risultati e in studio cala il gelo tra i due conduttori, di cui non conosciamo il nome (devono averli contrattualizzati ai primi exit poll disastrosi, altrimenti in studio ci sarebbe Vespa a officiare il rogo simbolico-rituale della magistratura).
Intanto la maratona de La7, esaurito il tema referendum che non interessa più a nessuno, si trasforma in un processo a Conte che ha evocato le primarie: il sospetto è sempre che voglia riandare al governo, roba da matti. Nordio a SkyTg24 se la prende coi sondaggisti che l’avevano illuso circa l’alta affluenza=vittoria certa del Sì. La conduttrice gli chiede se pensa che Delmastro debba dimettersi. Lui, testuale: “Sa, andare a cena in un ristorante, se ho ben capito, non è che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario”; ancora non gli è passata la voglia di raccontare minchiate. Insieme con Meloni, accetta la volontà del popolo: perché avrebbero anche potuto, volendo, chiedere a Trump di prestargli Jake Angeli detto lo Sciamano per guidare l’assalto a Palazzo Chigi dei sostenitori del No. Calenda, che si è battuto come un leone su X e in tv per il Sì (infatti manco i suoi pochi elettori gli hanno dato retta: il 32% ha votato No), evoca l’Urss pubblicando il video di una cinquantina di magistrati che cantano Bella ciao in una saletta del tribunale di Napoli: “Questo è solo l’inizio”, avverte, poi ci saranno i gulag; era meglio vedere Tajani festeggiare cantando “chi non salta comunista è” davanti al Palazzaccio. Marina Berlusconi è inconsolabile e vive uno “psicodramma” (Rep): ha aspettato la chiusura delle urne, giusto una formalità, per “dedicare la vittoria al babbo”, e invece pure il 18% degli elettori di FI ha votato No. Non ce l’ha con Tajani: “Ha fatto quel che poteva”, davvero, poveraccio.
Premio della critica a Italo Bocchino, il quale va da Lilli Gruber a Otto e mezzo a fare campagna per il Sì che ha appena perso. Sulle prime sembra uno di quei cinghiali che si incontrano capottati lungo i tornanti di montagna; poi pian piano riprende vigore, forse ha chiesto alla moglie medico estetico di insufflarlo di botox o plasma per dimenticare (lo ha detto lui, noi credevamo che quella pelle a sederino di bebè fosse la sua naturale). Intanto si è fatto la frangetta, come tutte noi nei momenti di disperazione. Grazie agli italiani, dunque, ma non dimentichiamo i pronostici di Salvini.