Vince il No. La casalinga di Voghera batte Giorgia che resta a “zeru tituli”
Del sonoro No di primavera si parlerà a lungo, ma vorrei lasciare ai più esperti analisi e riflessioni sul doloroso frontale del governo contro il popolo italiano e sul fatto che in quattro anni nemmeno una riforma è stata portata a casa dalle sgangherate Sturmtruppen della destra: Giorgia zeru tituli, insomma. Mi concentrerei invece su una cosetta laterale ma per niente secondaria, la rivelazione gloriosa del fatto che la gente non è così scema come la si dipinge, una faccenda che travalica il referendum sulla giustizia e apre nuove inedite prospettive. Per mesi e mesi il refrain è stato questo, con alcune gustose varianti: il quesito è difficile, è roba tecnica, da giuristi, cosa vuoi che ne capisca la sciura Maria, o i ragazzini che finiscono il liceo, bisogna intortarli con un getto costante di schiuma fuffogena. E quindi vai di Garlasco, Tortora, bambini nel bosco, intimidazioni, insulti, magistrati cattivi. Tutte cose dritte e semplici, che il popolo capisce, non gli articoli della Costituzione, che sono roba da avvocati.
Non è un pensiero nuovo, anzi è l’ovvia conseguenza di anni e anni di impoverimento e grottesca semplificazione del discorso pubblico. È il vecchio ritornello che si sente a ogni piè sospinto in tivù: “La gente a casa non capisce”. Ed è su questa granitica certezza – la gente che non capisce – che si è trasformato qualunque discorso in meme e slogan, ogni posizione in caricatura, ogni ragionamento in macchietta e battutina. Se voti Sì tornano a casa i ragazzi che lavorano all’estero. Se voti Sì non ci saranno più aggressioni e clandestini. Se voti Sì niente più terremoti e incidenti stradali. Salvo poi trasecolare se “la gente a casa”, invece, capisce eccome e si comporta di conseguenza, probabilmente con un surplus di astio generato dalla domanda: “Ma ci prendono per scemi?”.
Eh, sì, la gente, alla fine, capisce. E non solo gli articoli della riforma, ma anche il clima che sta alla loro base, il tentativo di sbilanciare i poteri in favore dell’esecutivo, il combinato disposto di chiagni e fotti, per cui si fa la faccia truce per i reati da sfigati (il regno di Giorgia cominciò con una straordinaria stretta sui rave party, per arrivare ai decreti Sicurezza) e la serena tolleranza per i reati della classe dirigente (l’abuso d’ufficio, la corruzione, il traffico d’influenze). Invocare più galera e pene esemplari per Tizio e Caio, specie se si oppongono in piazza, e contemporaneamente teorizzare clemenza per il potente Sempronio, non è una bella cosa. Puoi tirare in ballo i bambini nel bosco, la cronaca nera, il via vai grottesco dai centri di detenzione albanesi, la magistratura politicizzata, scegliere dall’infinito campionario delle semplificazioni, ma alla fine il disegno grande la gente lo vede. In questo scenario, la figura della “casalinga di Voghera” (intesa negli anni Sessanta come cittadino-massa inconsapevole e ignorante) l’hanno fatta i propagandisti del Sì, mentre a casa, la vera casalinga di Voghera, che in confronto a loro è laureata in Semiotica, meditava su come respingere l’assalto della banalizzazione, e votava di conseguenza.
Accanto alla buona notizia del No nelle urne, dunque, ce n’è un’altra: più della metà della popolazione resiste al bombardamento mediatico, sopravvive all’occupazione governativa dei media, sguscia dalle maglie del consenso obbligatorio che tutto semplifica e banalizza. Bene. Sulla scheda c’era scritto “No”, ma si leggeva anche “Non ci caschiamo” e “Il Tg1 è bello, ma non ci vivrei”.
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