Le sedicenti trattative di pace
di Michele Serra
L'avvento di Trump, e più in generale i modi e i tempi del linguaggio politico che ne deriva, rendono urgente una riforma grafica dei giornali. Bisogna rimpicciolire, e di parecchio, il corpo dei titoli, perché i titoli cubitali e assertivi, quelli che possono contenere solo poche parole, sono ormai congenitamente falsi, e solo quelli più riflessivi, e dunque più lunghi, possono avvicinarsi alla realtà delle cose.
Per esempio: "trattative di pace con l'Iran" non è più un titolo proponibile. Non è affidabile né per chi lo scrive né per chi lo legge. Si dovrebbe scrivere: "Trump sostiene di avere avviato trattative di pace con imprecisati interlocutori iraniani, ma non c'è alcuna conferma che questo sia vero". Così stanno le cose: potrebbe essere vero ma potrebbe essere falso, uno dei tanti falsi che costellano la carriera politica di questo signore, una sparata propagandistica per rabbonire quella parte consistente di opinione pubblica (anche americana) che non capisce e non approva questa guerra.
Se è vero che il giornalismo, per essere credibile, deve fare le pulci al potere, e deve difendere una sua indipendenza anche linguistica, nel momento in cui la frottola, l'iperbole, lo slogan vuoto sono pratica corrente del potere, il giornalismo deve, per prima cosa, smontare quel meccanismo. Parlare chiaro, parlare serio, adottare toni e volumi all'altezza del ruolo. Il proclama tronfio e ridicolo del leader imbonitore va impaginato per quello che è: non un fatto, solamente un movimento labiale.
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