martedì 14 luglio 2026

Futurista a chi?

 

Questo Vannacci non è futurista 


di Pino Corrias

Zang. Tumb. Tumb. Appello – ai soli sopraffini cronisti – per l’interdizione della parola “futuristi” quando si parla di Vannacci, il generale, e della sua truppa di vannacciani e alemanni che imbracciano il nome di “Italia Futura”, per avanzare alla conquista del bagnasciuga dei sondaggi. Si proibisca alle cronache delle gazzette di chiamarli “futuristi”, visto che alacremente marciano all’indietro con il dito indice sguainato.

Il Futurismo è stato una raffica d’invenzioni contro il passato. I vannacciani sono un rosario di vecchie idee appena ricotte nel sovversivismo piccolo borghese, alla ricerca del capro espiatorio più debole.

Il Futurismo inventò libere parole in libertà. Loro rimasticano quelle ingessate nel Ventennio. Il Futurismo inseguiva la velocità, il rischio, l’azzardo, la scomposizione del mondo vecchio per colorarne uno nuovo. Loro espongono come massima avanguardia una vestaglietta gender sventolata dal generale sulla spiaggia di Viareggio.

Marinetti lanciava il futuro come una granata alfabetica. Qui si restaurano naftalina, gerarchie e nostalgia.

Boccioni, Balla, Depero, Russolo, spalancavano finestre sulla soffocante Italia giolittiana degli eterni compromessi. Qui si chiudono le persiane per rimpiangere le penombre di Guido Gozzano, i tarli sul divano e le ragnatele tra il rosolio e la nonna.

Basta profanazioni. Le parole hanno una biografia: “Futuristi” appartiene a un’avanguardia adulta che ha cambiato l’arte, la lingua, il modo di guardare il mondo. Non a un movimento che scambia il domani con l’altroieri.

Chiamateli, chiamiamoli, in qualunque altro modo. Tradizionalisti. Nostalgici. Retroguardia. Perfino passatisti, che per un futurista era il peggiore degli insulti.

Chiamateli vannacciani, considerandoli adatti alla mai tramontata commedia di Mario Monicelli, “Vogliamo i generali”, ma solo nella forma patetica del remake.

Lasciate in pace Boccioni e Marinetti che corrono ancora sulla tela e in pagina. Non meritano di diventare farsa, indossando gli stivali del passo dell’oca.

Terrore a pagamento

 

Chi la fa l’aspetti 


di Marco Travaglio 

Il fotomontaggio di un giornale iraniano con la Meloni in tuta arancione tipo Guantanamo con gli altri complici della guerra all’Iran ha indignato o almeno scosso tanti italiani, a prescindere dalle idee politiche. Ma ogni tanto dovremmo chiederci come reagiscono gli altri popoli quando noi occidentali facciamo cose simili o peggiori ai loro leader (di solito non li minacciamo con i meme: li ammazziamo proprio). Nel 2003, dopo l’aggressione all’Iraq, i media americani ed europei facevano a gara a pubblicare un mazzo di carte con i volti di ministri e parenti di Saddam Hussein e le croci nere su quelli eliminati. Risultato: il revanscismo dei sunniti spodestati dagli sciiti a Baghdad produsse il Califfato e l’Isis, con un’altra guerra al “nuovo terrorismo” (che prima non c’era: l’avevamo creato noi).

Il nuovo Impero del Male è la Russia, che l’Europa riarmista spaccia per il nemico pubblico numero 1, pronta a invaderci alla prima occasione. Chi ci capisce, cioè i generali Nato e Usa, ripete che non c’è alcun rischio né intenzione di invasione o di attacco. Ma i politicanti che devono rapinarci per le armi ripetono che Mosca è una “minaccia”, come se fosse la stessa cosa. Certo che la Russia è una minaccia: ma solo per i Paesi che la minacciano armando Kiev (che non fa parte di Nato e Ue), fornendole armi per colpire obiettivi civili in territorio russo, ventilando “attacchi preventivi” contro Mosca e provocandola un po’ ovunque. L’espansione Nato a Est per accerchiarla iniziò ben prima di Putin, sotto Eltsin, e causò l’invasione dell’Ucraina quando Kiev stava per entrare nella Nato e l’esercito russo era in grado di reagire alle “minacce esistenziali” dopo la lunga crisi seguita al decennio nero di Gorbaciov e Eltsin. Putin non invase perché quel mattino impazzì, ma perché la dottrina militare russa glielo imponeva, dopo il naufragio di ogni tentativo di risolvere la crisi in modi meno traumatici. È il leader più prevedibile su piazza: di ogni nostra azione conosciamo le reazioni non di Putin, ma dei vertici russi, chiunque ne sia a capo (anzi, la politica putiniana su Kiev e Ue-Nato è accusata dai falchi di eccessiva prudenza). A questo serve il riarmo: a convincere i russi che l’Europa non sarà mai più un partner con cui commerciare, come fino al 2022, ma un fronte ostile, armato fino ai denti contro di loro e trainato da Paesi che evocano in loro i peggiori ricordi storici: Germania, Polonia, Ucraina, Baltici. Una minaccia da cui difendersi anche attaccando per primi. Perciò l’Ue vieta la diffusione dei media di Mosca: se sapessero come i russi reagiscono alle politiche Ue, i popoli europei sarebbero ancor più ostili al riarmo e favorevoli a negoziati e nuove cooperazioni. Gli unici due antidoti alla terza guerra mondiale.

domenica 12 luglio 2026

Definizione

 

Escrescenza cutanea benigna causata dal Papillomavirus umano (HPV); questo volgarmente è un porro. E questo pennivendolo insalubre, un Capecchione che ce l’ha fatta, un Sallusti meno scafato, ne è la controprova.



A tutto c'è un limite!

 

D’accordo che sono inglesi, ma ci meritiamo lo stesso l’estinzione!




Arancia Rossonera

 



L'Amaca

 

Che vuol dire difesa comune?

di Michele Serra


Tra la versione di Conte così come gli è uscita di bocca («buttare miliardi in armi per difendersi da un nemico immaginario, la Russia») e l'idea di una difesa comune europea, non più dipendente economicamente e politicamente dagli Stati Uniti, c'è effettivamente un abisso. Per provare a colmarlo, Schlein potrebbe fare presente a Conte che la difesa comune europea non è un'opzione, è praticamente un passaggio obbligato, sempre che l'Europa voglia emanciparsi dall'America e crescere come attore politico.

La discussione non è se difendersi, è come farlo. Con quale cultura, quale tecnologia, quali armi, quali mezzi e quali fini: chi potrebbe dire di no a un esercito comune europeo che abbia nel suo statuto il diritto alla difesa e il divieto all'aggressione? Tra un'idea integralmente inerme del pacifismo, che ha una storia molto nobile idealmente e molto limitata politicamente, e un'idea di difesa solidale tra i popoli europei, fondata sulla tutela dei cittadini e del territorio, è evidentemente la seconda quella che può realisticamente praticare qualunque partito o coalizione della sinistra democratica. Impossibile che Conte non lo sappia, o non lo capisca.

L'altra opzione — quella che simpatie putiniane e antieuropeiste abbiano un peso determinante — può valere per gli urlatori di poche frange di estrema sinistra, in grado di sviluppare molto fracasso ma con un'influenza politica inesistente, secondo la lunga e ingloriosa tradizione dell'estremismo rosso. Ma i cinquestelle hanno milioni di voti, hanno governato, ormai conoscono la politica. Fa bene Schlein a insistere, non è credibile che sia l'idea, giusta e ragionevole, di una Europa più unita e più autonoma a provocare rotture con Conte.

Milano da bare!

 


I duecentomila lavoratori schiavi che tengono in piedi Milano

di Miriam Romano


C'è chi scarica camion prima dell'alba. Chi macina chilometri in bicicletta per consegnare un pasto. Mani ruvide confezionano abiti e borse destinati alle boutique del lusso. Guardie non armate passano ore davanti agli ingressi di banche e ospedali. È l'esercito invisibile, sono gli «schiavi» che fanno funzionare Milano, la capitale economica del Paese. Ma in molti casi la loro paga oraria non è neppure a due cifre. Secondo la ricerca di PoliS, centro studi della Regione Lombardia, nella città metropolitana sono oltre 200 mila, il 18,8% degli occupati. Dietro i grandi gruppi della logistica, i marchi del lusso, gli alberghi pieni, i grattacieli della finanza e i bilanci stellari della moda c'è una vasta fascia di lavoratori che continua a guadagnare troppo poco.

A rendere visibile questo mondo sono state le inchieste della procura di Milano. Seguendo il filo degli appalti, i magistrati hanno ricostruito un sistema nel quale il costo del lavoro veniva progressivamente scaricato sull'ultimo anello della catena. Il bilancio racconta la dimensione del fenomeno: 69 mila lavoratori assunti, stabilizzati o regolarizzati. L'ultimo capitolo riguarda il cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti, dove si indaga sullo sfruttamento di decine di operai indiani, reclutati nel Paese d'origine, con paghe sotto i 3 euro l'ora. Le testimonianze parlano di una condizione di «para schiavitù». «O lavoravi ai ritmi imposti o ti rispedivano in India», dice un operaio. «Una volta avevo la febbre, sono rimasto a casa un giorno e mi hanno tolto due giornate di paga», racconta un altro. Un terzo ricorda: «Un collega è caduto dalle scale, si è fatto molto male, ma l'ambulanza non è mai stata chiamata».

Gli stranieri, d'altronde, sono la categoria più esposta: oltre il 40% dei lavoratori stranieri percepisce una retribuzione sotto la soglia del basso salario, contro l'11% degli italiani. Anche il reddito fotografa il divario. Secondo il Dossier Idos, in Lombardia un lavoratore extracomunitario dichiara in media 15.901 euro l'anno, contro i 25.259 della media complessiva. A ricostruire il meccanismo sono i giuslavoristi Ilario Alvino e Orsola Razzolini, attraverso l'analisi delle inchieste milanesi che hanno accertato come «le attività di alcuni operatori economici fossero organizzate attraverso la creazione di filiere di appalti e subappalti all'interno delle quali si concretizzavano gravi condizioni di sfruttamento lavorativo, oltre a fattispecie di caporalato e di interposizione di manodopera».

Negli alberghi e nella ristorazione i lavoratori sotto la soglia del basso salario sono il 42,6%. Negli altri servizi collettivi e personali superano il 60%. Turismo, accoglienza, pulizie, vigilanza, manutenzione e logistica: è qui che si concentra una parte consistente del lavoro povero milanese. Quando gli ispettori entrano in queste aziende trovano spesso conferma di quella fragilità. Nel 2025 l'Ispettorato nazionale del lavoro ha concluso 2.017 ispezioni nell'area metropolitana: 1.223, pari al 60,6%, hanno accertato irregolarità. I lavoratori tutelati sono stati 6.048: 274 erano completamente in nero, 89 coinvolti in contestazioni per caporalato o sfruttamento e 3.387 interessati da fenomeni di interposizione illecita di manodopera.

È dentro questo sistema che la procura ha costruito un modello investigativo che ha attraversato logistica, grande distribuzione, moda, food delivery e vigilanza privata. Le inchieste hanno coinvolto, tra gli altri, Amazon Italia Transport, Dhl, FedEx, Esselunga, Carrefour-Gs, Iperal, fino ai più recenti sequestri nei confronti di Bcube, Bonzai e Fiege Logistics Italia.

Nella moda il valore cresce risalendo la filiera. Le maison affidano la produzione a fornitori che la trasferiscono ai laboratori. È qui che si nascondono turni massacranti e, in alcuni casi, operai costretti a vivere e lavorare negli stessi locali. Le amministrazioni giudiziarie hanno riguardato anche Armani Operations e Manufactures Dior. Nel food delivery è invece l'algoritmo a governare il lavoro, dove le piattaforme assegnano ordini e turni, mentre società intermediarie reclutano soprattutto migranti.