domenica 28 giugno 2026

Serpe

 

La serpe in seno 


di Marco Travaglio 

L’assenza di Zelensky al vertice di Danzica per la ricostruzione dell’Ucraina (che tutti continuano a distruggere), gli accordi di cooperazione fra industrie militari di Kiev e dei Paesi Ue e i deliri di Von der Leyen e Kallas sull’esigenza di “integrare” i nostri sistemi di difesa con quello ucraino dovrebbero terrorizzarci per il futuro che ci stanno apparecchiando gli irresponsabili sgovernanti d’Europa. In 52 mesi di guerra la Polonia è stata il Paese Ue più filo-ucraino e anti-russo con le repubblichette baltiche, fra i più prodighi di armi e i più ostili ai negoziati, nonché complice dell’attentato ai gasdotti Nord Stream perpetrato da Kiev con l’avallo di Biden. Poi Zelensky ha celebrato come “eroi”, intitolando loro un’unità dell’esercito, i nazionalisti dell’Upa, l’Armata insurrezionale ucraina che nella II guerra mondiale fiancheggiò i nazisti contro l’Urss e massacrò oltre 100mila civili fra polacchi ed ebrei in Volinia ed Est Galizia. Uno sterminio che il Parlamento polacco considera “genocidio”: infatti Varsavia ha revocato a Zelensky l’onorificenza dell’Aquila Bianca. E Mosca ci ha intinto il biscotto: “Ecco, vedete che Zelensky è nazista?”. Ovviamente è propaganda: Zelensky fu eletto nel 2019 perché, da buon russofono e russofilo, prometteva la pace con Putin. Poi fece l’opposto, mettendosi sotto il ricatto e la protezione dei nazi-nazionalisti: quelli che spararono a Maidan nel 2014 per i servizi Usa, venerano il collaborazionista Bandera, esibiscono svastiche, animano battaglioni neri come l’Azov e il Dnipro e sabotano ogni negoziato: fino al 2022, d’intesa con Usa e Uk, minacciarono ministri e deputati per impedire a Poroshenko e Zelensky di rispettare gli accordi di Minsk dando l’autonomia al Donbass; e dopo l’invasione han seguitato a intimidire il governo perché respinga qualsiasi compromesso.

Il nazionalismo ucraino è maggioritario nelle regioni occidentali: se non ha mai vinto le elezioni è perché era controbilanciato dai voti dei russofoni e russofili del Sud-Est. Ma ora che gli oblast di Crimea, Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia sono in tutto o in parte occupati e votano ormai alle elezioni russe, alle prossime elezioni l’Ucraina si troverà l’estrema destra al governo, con ministri nazi-fascisti, come già dopo il golpe bianco di Maidan e prima della frenata di Zelensky (che fece il pieno proprio in Donbass e dintorni). Ogni negoziato verrà boicottato e, se la pace fosse siglata prima del voto, sarebbe rinnegata subito dopo. A quel punto un’Ucraina integrata nell’Ue o, peggio, nel nostro sistema di difesa, ci trascinerà in una guerra permanente contro la Russia. E scopriremo, come sempre troppo tardi, di esserci allevati una serpe in seno. O magari chiederemo a Putin di difenderci.

sabato 27 giugno 2026

Ovvietà

 


Calduccio

 



L'Amaca

 


Le scorciatoie che illudono

di Michele Serra


«La cosa più facile per far morire un'idea è santificarla», dice Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro, spiegando perché è contraria all'idea di proclamare la rivoluzione psichiatrica di Basaglia «patrimonio dell'Unesco» (come la pizza, suggerisce Alberta con lo humour che questa istituzione ormai pletorica si attira; e anche Luigi Manconi, commentando la generosa insensatezza della proposta, cita la pizza e lo yodel come tipici casi dell'andamento epidemico dei riconoscimenti Unesco).

Piuttosto che trasformare il padre in un santino sarebbe meglio mettere fine alla regressione autoritaria che, non solo in psichiatria, minaccia di fare tabula rasa di quell'approccio umanistico e sociale della malattia psichica che Basaglia mise in opera: è il succo di quanto Alberta, psichiatra anche lei, dice nella bella intervista a Sara Scarafia su questo giornale.

Colpisce, leggendola, l'orgoglioso spirito di resistenza con il quale, non solo in campo psichiatrico, le persone avvezze a un approccio scientifico e umanistico (in senso lato: culturale) della condizione umana si oppongono alla corrente, che tira a semplificare ogni questione riducendola, in sostanza, a ordine pubblico e basta. La reclusione dei «matti» come soluzione che soddisfa lo stigma sociale che circonda la malattia psichica ma prescinde dalla salute e dalla dignità delle persone (tantissime, e in costante aumento) che ne sono afflitte.

L'illusione di estirpare dolore e paura, piuttosto che affrontarli e provare a curarli, è la terribile scorciatoia che la politica, in molte parti del mondo, sta imboccando. Contro la paura, dice Alberta Basaglia, si può e si deve agire: «Ma mai negandola: se si impara a viverla, se si ha la percezione di viverla insieme, si affronta».

2026

 



Natangelo

 



Ogni tanto

 

È uguale per gli altri 


di Marco Travaglio 

Commuove il sincero sgomento della razza padrona e della stampa al seguito appena uno del giro finisce in galera. Ieri è toccato a Mauro Moretti, l’ex capo di Ferrovie condannato in via definitiva a 5 anni per la strage di Viareggio (32 morti, 130 feriti, un quartiere raso al suolo) dopo 17 anni e 7 gradi di giudizio (uno in Tribunale, tre in Appello e tre in Cassazione). Siccome la pena supera i 4 anni, Moretti è finito in carcere, ma ci resterà pochissimo: avendo 72 anni, otterrà presto i domiciliari grazie all’ex Cirielli (il regalo di compleanno che si fecero B. e Previti salvando dalla prigione gli over 70). Ma è una questione di principio: i ricchi e i potenti non devono metter piede in cella neppure per un nanosecondo. Sennò poi la gente s’illude che la legge sia davvero uguale per tutti, cioè che l’articolo 3 della Costituzione sia ancora vigente, e si crea un pericoloso precedente. Da 36 anni, da Mani Pulite, tentano di convincerci che la legge è uguale per gli altri, a suon di indulti, prescrizioni agevolate, depenalizzazioni, prove cestinate per legge, immunità extralarge, riabilitazioni e grazie quirinalizie per delinquenti amici e amiche degli amici.

Ora che c’erano quasi riusciti, finisce dentro un top manager e tocca ricominciare tutto daccapo. L’ingresso di Moretti nel carcere di Orvieto è accompagnato da un corteo di vedovi inconsolabili e prefiche lacrimanti. Rep lo intervista come fosse Silvio Pellico: “L’ultimo sfogo del manager: ‘Affronterò la prigione, ferita la certezza del diritto’”. Il Corriere lo scambia per Antonio Gramsci: “Lo sfogo: ‘Sono pronto alla cella, entro con la schiena dritta. Ma per tutti i manager è un precedente pericoloso’” (tutti i manager di aziende senza sicurezza). I salici piangenti del Foglio non si danno pace: “Il carcere a Moretti mostra una deriva della cultura dello scalpo”. E neppure Giorgio-Mediaset Gori (Pd): “Nella strage di Viareggio morirono 32 persone. Spero di non mancare di rispetto a nessuna di loro, né ai famigliari, se dico che considero assurda la condanna definitiva inferta (sic, ndr) a Moretti, che rimane per me uno dei migliori manager pubblici che il Paese abbia avuto”. Lo dice anche il Messaggero: è “un torto al Paese”, non per tutti quei morti e feriti, ma perché i giudici “emotivi” ci hanno “privato di uno dei manager migliori”. Così possiamo immaginarci i peggiori. Poi uno si meraviglia se tutti, da destra a sinistra, odiano tanto i 5Stelle, quelli del Vaffa ai parlamentari condannati e della Spazzacorrotti per la certezza della pena ai colletti bianchi. Fino all’altroieri li paragonavano a Vannacci. Poi il generale è andato ad accogliere Alemanno all’uscita da Regina Coeli. Dal carcere alla politica senza passare da casa. Com’era quella del mondo al contrario?