Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 27 maggio 2026
Robecchi
IA. Solo il Papa parla di tecnologia e “necrosfera” che ormai è già qui
Alla fine (o all’inizio, le cose si toccano), dell’Intelligenza artificiale si deve occupare il Papa. La politica non se ne occupa, o lo fa solo per vedere quanto può guadagnarci in termini di dominio, l’economia applaude i nuovi clamorosi profitti, i militari festeggiano che qualcuno possa ammazzare senza troppe remore o problemi etici, i lavoratori perdono il lavoro o vengono relegati in nuovi inquadramenti schiavistici, gli scienziati, in maggioranza, collaborano. Su una cosa sono tutti d’accordo: siamo all’inizio, e tra una ventina di anni guarderemo all’intelligenza artificiale di oggi come oggi guardiamo a un telefono grigio con il filo e la rotella per i numeri: preistoria.
Se qualcosa è possibile tecnicamente, l’uomo lo farà, e i dilemmi morali ed etici verranno dopo – se verranno – ed è stato così per ogni tecnologia dalla scoperta del fuoco in poi. Con moltissime analogie e alcune differenze, tra cui, evidentissima, quella che ad avere in mano le sorti dell’umanità sono oggi una decina di persone – persone fisiche, con nome e cognome – più potenti di qualunque Stato nazionale, organizzazione collettiva, istituzione democratica, e quindi senza alcun controllo. Dobbiamo fare i conti, dunque, con una specie di fantascienza reale, effettiva, tangibile, che si svolge qui e ora, non in un ipotetico futuro, non in uno scenario lontano e fantastico, ma nella vita di oggi. I sistemi di guerra gestiti dall’IA valutano quanti civili possono morire in un attacco e accettano la barbarie, decide l’algoritmo, così come l’algoritmo decide le consegne delle nostre pizze portate da uno schiavo in bicicletta, il nostro rendimento sul lavoro, quali contenuti possiamo leggere sui social media e tutto il resto. Il capitalismo estremo (che è poi il capitalismo tout-court adattato alle possibilità tecnologiche) resta quello che è, un’indefessa azione contro la dignità dell’uomo.
Nel 1964 uno scrittore polacco, Stanislaw Lem (quello di Solaris, capolavoro assoluto) pubblicò il romanzo L’invincibile in cui immaginava un pianeta, Regis III, dominato da strane macchine, capaci di ripararsi da sole, di progredire, di imparare, di sconfiggere chiunque le sfidasse, compresi gli umani, ovviamente: un ecosistema non biologico, quindi con l’inestimabile vantaggio tattico di non avere coscienza né freni morali. È un grande romanzo e come accade ai grandi romanzi inventò una parola: “Necrosfera”, per descrivere quell’inferno di computer, calcoli, algoritmi (ancora non esisteva il termine): qualcosa di simile a un potere divino che era, in realtà, il potere di macchine intelligenti. Sessant’anni dopo (un battito di ciglia), eccoci tutti a guardare la necrosfera che avanza, un po’ increduli, un po’ ammirati, un po’ affascinati da certi processi matematici che sanno di magia, e non ancora spaventati a dovere. Che il profitto di pochi (oggi pochissimi) sia la schiavitù di molti (in prospettiva: quasi tutti) ce lo aveva detto Marx, così come oggi ce lo dice il Papa, speriamo con esiti migliori sul risultato finale, ma è lecito dubitarne. E siccome un sentimento umanissimo è il pessimismo (da cui l’algoritmo è immune), conviene prepararsi al peggio, a una società globale privata di ogni capacità decisionale, dove a decidere tutto è una macchina senza bilanciamenti e contropoteri, costruita e alimentata in gloria di una decina di divinità ultra-miliardarie che ci farà dire di nuovo, tra poco “Socialismo o barbarie” o, se preferite “Socialismo o necrosfera”. Benvenuti su Regis III, nel 1964.
Arabeschi
Il ministro Tijani: un cognome che da Vietri sul Mare finisce in Marocco
Quasi orfani di Lollobrigida, che ormai parla solo quando è brillo, abbandonati da Delmastro, che comunque ieri, audito in Antimafia, ci ha regalato una perla lamentando la mancanza di “alert” (sic) istituzionali sulla bisteccheria con cui è entrato in società (sì: ci toccherà pagare un ente che avverta la gente di governo che sta per fare affari con la mafia), ci dobbiamo accontentare di Tajani. Durante l’evento “Italia-Africa: culture in gioco”, l’ineffabile ministro degli Esteri ha sostenuto che i legami tra europei e africani sono antichi sulla base di un’autocertificazione impressionante: “Io ricordo sempre qual è l’origine del mio cognome: è ‘Tijani’, un profeta dell’Islam molto conosciuto in Africa, non soltanto nel Nord, ma anche nell’Africa Centrale, in Marocco (che è Africa del Nord, ndr) e quindi vuol dire che qualcuno arrivato da là è venuto qua”. Ma senti senti. Ecco da dove veniva quel suo sapor mediorientale. Per carità: nel partito dove la marocchina Ruby era la nipote dell’egiziano Mubarak, può anche darsi che Tajani da Ferentino (Frosinone) sia discendente di questo Tijani. Per scrupolo, abbiamo interpellato l’IA, anche se quel “profeta dell’Islam” insospettiva (c’è un solo profeta nell’Islam, ed è Maometto). Il presunto avo del ministro è at-Tijaniyy (1735–1815), mistico sufi algerino. Secondo Gemini, però, la zona di origine del patronimico è più su, a Vietri sul Mare (Salerno) e decisamente più prosaica: deriverebbe dal termine dialettale taja (“taglia”), che indica “un antico mestiere legato al taglio di legno o pietra”. Noi stavamo già bruciando gli incensi in onore del ministro, e invece dobbiamo prendere la sega circolare (tra l’altro Wikipedia dice che Antonio discenderebbe proprio dal ceppo campano). Niente sostituzione etnica. Abbiamo consultato Geneanet, portale di genealogie: hai visto mai “Tajani” è un gentilizio noto solo ai Servizi segreti, che ne hanno informato il detentore. Ma sfuma l’ipotesi che agli Esteri abbiamo l’uomo dei due mondi Ciociaria-Maghreb: “È probabile che il raro soprannome, diventato patronimico, sia stato dato in origine a una sola persona. In altre parole, tutte le persone con tale cognome sono probabilmente cugini lontani”. Non tutto è perduto per la diplomazia. Di Tajani ne risultano 158 nel mondo: 18 ad Amalfi, 16 a Vietri sul Mare, 2 a Salerno, 4 a Mosca… Fossimo in Tajani, coi cugini russi due chiacchiere ce le faremmo.
Belpaese
Comunali: Savastano, Pace, Cuffaro&C, vince la continuità biologica del potere cittadino dei ras
A Salerno i nuovi “consiglieri comunali” escono da un casting, tra professionisti della preferenza e reduci giudiziari. La democrazia locale è un luogo meraviglioso: puoi essere sotto inchiesta, imputato, assolto, prescritto, archiviato, politicamente defunto. Poi aprono i seggi e tutto è perdonato: ci si riscopre sempre il più amato del quartiere.
Il caso simbolo è naturalmente quello di Nino Savastano, dominatore delle preferenze con quasi 1700 voti personali nella lista Progressisti per Salerno. Nino era stato travolto nel 2021 dall’inchiesta sulle cooperative sociali che aveva terremotato il sistema politico locale. Fine della carriera? Macché. A gennaio è stato assolto, in tempo per candidarsi alle Comunali e far risuonare il suo nome come nei vecchi juke-box dei bar di provincia: basta una moneta e riparte sempre la stessa canzone. Dietro di lui un’intera filiera deluchiana di assessori uscenti e fedelissimi: Rocco Galdi, Dario Loffredo, Paola De Roberto, Alessandro Ferrara, Paky Memoli, Massimiliano Natella, Gaetana Falcone. Gli elettori hanno votato la continuità biologica del potere cittadino: a Salerno il deluchismo è arredamento urbano.
Ma pure in Sicilia la gestione del potere è un trattato antropologico. La Dc cuffariana, data periodicamente per dispersa come i personaggi di Beautiful, continua a risorgere con la serenità di chi sa che il consenso territoriale sopravvive a tutto. Non c’è solo Ida Cuffaro, nipote di Totò, con il suo plebiscito bulgaro (76%) nel fortino di famiglia di Raffadali (Agrigento). A Ribera (sempre Ag) si è imposto Carmelo Pace, deputato regionale della Dc. Il suo nome è finito nel “Cuffarogate” per corruzione, anche se la procura riflette su una possibile archiviazione. A Serradifalco, nel Nisseno, Leonardo Burgio è stato rieletto sindaco per il terzo mandato consecutivo. Sostenuto dal centrodestra, figlio dell’ex assessora regionale Daniela Faraoni, Burgio in passato era stato imputato per estorsione nei confronti dei dipendenti del suo Bingo, venendo poi assolto in primo grado.
A San Giovanni La Punta (Catania) vince Mario Brancato con una coalizione che mette insieme Forza Italia, Movimento per l’Autonomia, Dc e pezzi del Pd riconducibili al segretario regionale Anthony Barbagallo. Lo stesso Barbagallo che ha ripescato Mirello Crisafulli, eterno padre padrone di Enna, collettore di voti, polemiche, frequentazioni imbarazzanti e guai giudiziari; Elly Schlein gli ha negato il simbolo del Pd, lui ha stravinto con il 63% delle preferenze. Altra ammucchiata a Trecastagni (Ct): destra ufficiale, sinistra ufficiosa, cugini, ex assistenti parlamentari, parenti, ex consiglieri Pd candidati nelle liste del centrodestra.
Poi c’è Lentini (Siracusa), dove il progressista Vincenzo Pupillo avrebbe ricevuto un consistente aiuto elettorale da pezzi di Forza Italia in guerra con altri pezzi di Forza Italia. Fisica quantistica siciliana: maggioranza e opposizione possono occupare contemporaneamente lo stesso spazio politico. E infine Bronte (Ct), dove il ballottaggio vede protagonista Giuseppe Castiglione, genero dell’eterno Pino Firrarello, storico ras politico della sanità etnea, già imputato nel processo sul Cara di Mineo, finito in prescrizione.
Già alla frutta?
Tre anni in uno
Non essendo bastata la lezione del referendum, che il centrosinistra pensava riguardasse solo il centrodestra, arriva quella delle Comunali. Che non c’entrano niente con le Politiche del 2027, ma c’entrano molto sul modo migliore per portare gli elettori alle urne. Non quelli che già ci vanno per senso civico, o abitudine, o clientelismo. Ma quelli che cercano un motivo valido per andarci. Al referendum ci sono andati per salvare la giustizia dal governo. Alle Comunali ci sono andati solo dove avevano una ragione per farlo. Per esempio a Pistoia, per farla finita con nove anni di giunte di destra e plebiscitare un civico, il professor Capecchi, legato ai movimenti per la pace e per Gaza, che aveva vinto le primarie contro la candidata del Pd. Invece a Venezia sono rimasti a casa perché i tentativi di proporre un civico che rappresentasse qualcuno o qualcosa si sono infranti sul muro del partito più refrattario al cambiamento: il Pd, che ha imposto il solito scialbo uomo d’apparato, Martella, parlamentare da cinque legislature, più romano che veneziano. E si illudeva pure di battere Venturini, 38 anni, ex boyscout e assessore di Brugnaro, grazie al caso Venezi (grande passione del fighettismo de sinistra). Naturalmente ha perso, raccogliendo solo i voti dello zoccolo duro e mettendo in fuga gli elettori di M5S e Avs che incautamente lo appoggiavano.
Si ripete sempre che il centrosinistra “deve scegliere”: ora “l’Europa”, ora “Kiev”, ora “il centro”, ora “il riformismo”, ora qualche altra baggianata. Ma l’unica cosa che deve scegliere sono gli elettori. Se bastano quelli che votano già, non si vede perché il Pd debba rinunciare ai “capibastone e cacicchi” che la Schlein aveva promesso di eliminare, ma che fanno il pieno in quel serbatoio (peraltro sempre più ristretto): con o senza il Pd, i De Luca a Salerno e i Crisafulli a Enna spopolano. Così come i recordmandi mandati che la segretaria ha spedito in Europa con molte più preferenze delle sue. E non si vede neppure perché 5Stelle e Avs dovrebbero allearsi con questo Pd mummificato, che i suoi voti li porta a casa, ma fa scappare quelli grillini e rossoverdi. Se invece il fronte progressista ambisce a quei 5,5 milioni di elettori, non tutti di sinistra, che al referendum hanno votato per la prima volta da molto tempo (gli astenuti) o in assoluto (i giovani), allora sì deve lasciare a casa cacicchi, capibastone e collezionisti di mandati. Ma prima deve trovare qualcuno di credibile e appetibile con cui sostituirli. E purtroppo il Pd schleiniano, in questi tre anni perduti, una nuova classe dirigente non ha neppure iniziato a selezionarla. O ci riesce nell’anno che manca alle Politiche, come gli studenti ciucci che fanno tre anni in uno, oppure si mette da parte e se la fa prestare.


