domenica 22 febbraio 2026

Il pensiero della scrittrice

 


Di Pietrantonio

Noi, inerti davanti a quella vita che non abbiamo salvato

di Donatella Di Pietrantonio

L’errore umano, la cura che diventa danno, l’attesa. Il dolore privato e quello condiviso nella storia che ha fermato il Paese

Il ghiaccio ustiona. Sembra un ossimoro, ma è la verità. Il contatto prolungato del ghiaccio con i tessuti umani produce effetti paragonabili a quelli delle alte temperature. Sulla nostra pelle, per esempio, la più nuda di tutte le pelli. Provate con un cubetto del freezer premendolo sul dorso della mano. Questo diceva il professore a noi studenti di odontoiatria, spiegandoci le istruzioni da dare ai pazienti sottoposti a manovre chirurgiche. Dopo le estrazioni dentarie la borsa di ghiaccio tenuta sulla guancia induce la vasocostrizione, limita il sanguinamento, ma va usata con moderazione. Pochi secondi e via, poi di nuovo, per un massimo di mezz’ora. Quante volte l’ho ripetuto mimando il gesto: premere sul viso e allontanare.

Se vale per la pelle figuriamoci per una struttura delicata come il pericardio, la sierosa che riveste il cuore. Se lo sappiamo noi dentisti figuriamoci quanto dovrebbero saperlo le figure mediche e professionali che a vario titolo trattano, conservano, trasportano un organo così prezioso: espiantato da un corpo che perde la vita, trapiantabile ma solo in un lasso di tempo di poche ore in un altro corpo che aspetta la guarigione, la salvezza, un futuro.

In Riparare i viventi l’autrice francese Maylis de Kerangal ci ha raccontato con una intensità senza pari la sequenza concitata e insieme esattissima di atti medici necessari a spostare un cuore momentaneamente fermo ma vitale dal donatore al ricevente. In ogni punto di questa sequenza l’errore umano è una possibilità reale, da tenere in conto. E allora come si fa a evitarlo o almeno a ridurne le conseguenze in tempo utile? Oltre all’applicazione di un protocollo scientificamente validato, non dovrebbero essere più di uno e rigorosi i livelli di controllo sulla procedura?

Nei trapianti moltiplicare gli occhi che guardano sarebbe già una garanzia, anche in quelle fasi non proprio chirurgiche ma preparatorie. Il successo di un intervento non dipende solo dalle competenze e dall’abilità del chirurgo, ma da una costellazione di dettagli organizzativi e tecnici che concorrono in maniera sinergica al risultato finale. Può essere decisiva l’idoneità di un contenitore: il più avanzato tecnologicamente è il Paragonix SherpaPak di cui pure l’ospedale Monaldi di Napoli è dotato. Purtroppo si è preferito lasciarlo lì e trasportare il cuore pediatrico in una specie di box da pic-nic. Motivo: il personale non era stato formato all’uso del contenitore ideale. A leggerne le schede tecniche vengono i brividi: ogni dispositivo è integrato con un’app digitale per il monitoraggio della temperatura; «studi clinici hanno dimostrato una riduzione del 43% della disfunzione primaria del trapianto (PGD) rispetto al ghiaccio».

Continuare a leggere fa rabbia e fa male: mantiene l’organo al di sopra del punto di congelamento, riducendo il rischio di lesioni da freddo. Utilizzati in 18.000 casi di trapianto nel mondo, questi dispositivi migliorano i tassi di sopravvivenza post-trapianto.

Non so se è tutto vero, ma se fosse vera solo la metà ostinarsi a usare contenitori paragonabili ai miei tupperware sarebbe da criminali. Non parliamo poi del ghiaccio che si è rivelato insufficiente, non parliamo del ghiaccio secco che è stato aggiunto. Dell’assenso a procedere in sala operatoria, non proprio espresso ma forse solo percepito.

Mi viene in mente il countdown che precede il lancio dei missili. Non serve a far salire la suspense, come qualcuno potrebbe credere, non è servito a ispirare la meravigliosa Space Oddity di David Bowie. A ogni numero che si scala corrisponde la verifica di qualche parametro necessario al successo della missione. Se qualcosa non va il conto alla rovescia si interrompe, si provvede a un ripristino. Quante volte si sarebbe dovuto fermare il countdown per questo bambino, quante volte.

Una catena di errori, pressappochismo, superficialità ha portato ieri alla sua morte in conseguenza del trapianto che avrebbe dovuto, al contrario, salvarlo. Non lo ha ucciso la malattia, ma la cura.

Le responsabilità individuali saranno accertate e giustizia, forse, sarà fatta, come amiamo ripeterci. Il Paese, che si divide su tutto, si è ricompattato in questo grande rituale della solidarietà alla famiglia, preghiera per il bambino, in questo lavacro collettivo che ci fa sentire più umani mentre si mescolano dolore e spettacolo, bollettini e scoop, e ci si ritrova intorno alla definizione lacrimevole e ottocentesca di “cuore bruciato”.

Credo molto nella responsabilità dei singoli e non mi piace usare argomenti generali per giustificare le colpe personali. Ma le responsabilità della morte di Domenico non sono solo individuali, sono anche sistemiche. La nostra sanità pubblica che era tra le migliori al mondo è la stessa che lo ha curato per due anni e non ha saputo proteggerlo nel momento per lui più importante. Questo caso è anche sintomatico dello stato attuale del nostro sistema sanitario.

Il cuore è nel nostro immaginario il più nobile e vitale degli organi. Un cuore pediatrico, poi, è sacro. Sono rari ed è giusto così, perché i bambini non dovrebbero mai morire. Neanche quelli che ricevono un cuore.

La tocca piano!

 

Separare i coglioni 

di Marco Travaglio 

Ricapitolando. A Torino il pm chiede l’arresto di tre manifestanti al corteo di Askata e il gip ne manda uno ai domiciliari e due all’obbligo di firma: quindi separiamo le carriere perché i giudici obbediscano ai pm. A Roma il pm chiede la condanna di 29 fascisti di CasaPound per i saluti romani ad Acca Larentia e il gup li proscioglie: quindi separiamo le carriere perché i giudici disobbediscano ai pm (cosa che peraltro già fanno a carriere unificate). A Palermo il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 90 mila euro alla SeaWatch per il sequestro illegittimo di una nave, che sarebbe stato legittimo se il prefetto l’avesse confermato entro 10 giorni dal ricorso dell’Ong, invece non fece niente rendendolo nullo. A Roma il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 700 euro a un algerino con 23 condanne, 11 arresti e 2 espulsioni perché, anziché rimpatriarlo, lo trasferì dal Friuli a Brindisi; ma poi, senza dirglielo né notificargli il provvedimento scritto, lo spedì in Albania, da dove non si può rimpatriare nessuno senza riportarlo in Italia. A Roma il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 21 milioni ai proprietari di un palazzo occupato dal 2004 e sequestrato nel 2018 che doveva sgomberare dal 2022, ma non l’ha mai fatto. Quindi separiamo le carriere di giudici e pm, anche se in queste cause civili il pm non c’è e non serve nessuno per segnalare al giudice che il Viminale viola continuamente le leggi e ci costa ora 700, ora 90 mila euro, ora 21 milioni perché non sa fare il suo mestiere, autorizzando il sospetto che convenga separare gli incapaci dal ministero dell’Interno, oltreché da quello della Giustizia.

Tragicomica finale: secondo i video e i suoi quattro colleghi, l’agente che uccise il pusher marocchino nel boschetto di Rogoredo non doveva difendersi da nulla. La vittima era disarmata, lui ci faceva affari finché la freddò con un colpo alla tempia, s’inventò una pistola a salve e trascinò i colleghi a coprirlo, ritardare i soccorsi e adattare la scena alla falsa versione. La Procura ha indagato lui e i colleghi per verificarne i racconti. Lega, melones e trombettieri vari l’hanno lapidata perché “i pm stanno coi pusher”, ergo separiamo le carriere. Il governo ha varato e il Colle ha avallato un dl Sicurezza che costringe i pm a non indagare gli agenti che sparano, ma a segnarli su un registro a parte (i “diversamente indagati). Salvini ha lanciato la raccolta firme “Io sto col poliziotto”: così, a prescindere. Purtroppo le firme si sono fermate a quota 7.045 perché le parti fra l’aggressore e l’aggredito si sono invertite. Quando separeremo il governo dai coglioni sarà sempre troppo tardi.

Promessa

 

Confermo che se fai schiattare questo maiale, non metterò mai e poi mai in discussione il libero arbitrio! Lo prometto!





sabato 21 febbraio 2026

Meno ventinove

 



Natangelo

 



L'Amaca

 

Gli alieni contro Epstein

di Michele Serra

Gli alieni probabilmente esistono ma non sarà possibile incontrarli, a causa della distanza cosmica che ci separa. C’è qualche remota possibilità di comunicazione, però tenendo presente che tra il “pronto, chi parla?” e la risposta, a parte i problemi di traduzione, potrebbero passare molti anni. Difficile immaginare una conversazione brillante.

Questo è quanto si può dire di ragionevole sul tema. Senza scomodare la scienza: è ciò che suggerisce lo stato delle cose. Ma, come è noto, niente è più forte del voler credere. E il voler credere, sul tema “extraterrestri”, è irresistibile. Non ha argini. Gli alieni esistono perché esiste la necessità incrollabile di credere che esistano. Milioni di umani lo vogliono.

Su questa attesa (mi viene da dire: messianica, ma non vorrei offendere alcuno) sta giochicchiando Trump, che promette imminenti desecretazioni e rivelazioni e pubblicazioni di files sugli Ufo che stanno già sovreccitando una parte sperabilmente minoritaria, ma non piccola, dell’opinione pubblica americana. Quella del “non ce lo vogliono dire”, limitrofa ai novax e ai complottisti.

Pare che tra i materiali misteriosi promessi da Trump ci sia ben poco di misterioso, nonché ben poco di inedito. Ma basterà un avvistamento inspiegabile, una scia luminosa non tracciata ufficialmente, per rinfocolare le speranze dei fedeli. Tra gli Epstein files, molto terrestri, e gli ET-files, molto celesti, che Trump darà in pasto al popolo, si gioca l’ennesima partita tra realtà e illusione. Ultimamente ha vinto molto spesso l’illusione. Ma il risultato finale – non disperiamo – è ancora in discussione.

Per un oro

 

La solitudine di Klaebo

“Vivo per vincere dopo temo il vuoto”

La sequenza degli ori di Klaebo: sprint, sprint a squadre, staffetta nel 2018; sprint e sprint a squadre nel 2022; 10 km, sprint, skiathlon, sprint a squadre, staffetta nel 2026


di Giampaolo Visetti

Oggi nella 50 km l’atleta norvegese a un passo dal record di ori: 6 in 6 gare. «Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo»

«Ci sono due cose che mi fanno paura. Prima delle gare temo di ammalarmi. Dopo, mi spaventa il vuoto. Il tempo passa anche per me: quando smetterò di sciare dovrò sforzarmi di trovare la mia strada». Non è semplice diventare anche Johannes Hoesflot, dopo essere stato solo Klaebo. Questi Giochi non incoronano il fondista più vincente della storia: mostrano al mondo un campione che domina senza tradire fatica, attento a non esagerare, estraneo a frasi costruite per la memoria altrui. L’atteso oro nella 50 chilometri di oggi lo consegnerebbe alla mitologia delle Olimpiadi invernali: sei vittorie su sei gare, come agli ultimi Mondiali, 13 medaglie di cui 11 d’oro in tre edizioni. A 29 anni il rocketman norvegese non finge di sottovalutare quelli che definisce «certi buoni risultati».

A poche ore da un’impresa senza precedenti, che promette di proiettarlo nella dimora esclusiva delle invincibili divinità dello sport, da Duplantis a Pogacar e da Bolt a Phelps, insiste però sulla sua verità: «La mia testa — dice nel suo rifugio a Castello di Fiemme — è sempre fissa alla prossima sfida e sarà così anche a Giochi finiti. Vivo in una bolla e giorno per giorno, non ho alternative: mi mancano le risorse mentali per occuparmi di paragoni con persone a me ignote, o di record ancora da pesare. Pianificare una carriera è il passatempo di chi l’ha già conclusa».

Sulla tivù norvegese i suoi trionfi italiani toccano il non disprezzabile share del 90%. In Scandinavia l’inventore della “Klaebo-run”, capace di salire a venti chilometri orari pendii da scialpinisti, fino a oscurare Mart Bjørgen, Bjørn Daehlie e Ole Einar Bjøorndalen, in questi giorni sorprende però per una metamorfosi caratteriale. «Per la prima volta — ammette il nonno-allenatore Kare, che lo segue da quindici anni — Johannes si concede brevi sorrisi e qualche parola. Forse a scioglierlo è il calore italiano».

Il primo a confessare la debolezza di accettare il mondo è proprio lui. «Ai Mondiali di Trondheim — dice — mi hanno incitato 30 mila persone. Mi sentivo solo, ma ero a casa tra famigliari e amici. Ho capito che per resistere non posso escludermi dalla realtà. A Tesero accetto così la presenza degli altri, compresa la mia fidanzata. Ascolto tutti: il mio esilio nella disciplina presto finirà e avrò bisogno di imparare la tecnica di esistere».

Il cambiamento del modello Klaebo sarebbe questo: da un incrocio tra un asceta e un eremita, a un mistico stupito dalla terrena curiosità, disposto perfino a spiegare con gentilezza le fondate ragioni del suo silenzio. «Per sciare ad alto livello è necessario curare il fisico, la mente, la salute, la tecnica, i materiali e le cere per far scivolare gli sci. C’è molto da fare e la vita ti concede poco tempo tra i migliori: o pensi a questo, passando mesi da solo a lavorare in luoghi remoti, o affini la simpatia e rinunci a esplorare i tuoi limiti».

Dopo il quinto oro nella Team sprint un cronista norvegese ha cercato di infilarsi dell’inedita disponibilità espressiva e gli ha chiesto i “progetti per il futuro”. Risposta: «Tornare in albergo dal fisioterapista e andare a dormire». Domanda di riserva: come commenta le parole del suo allenatore, che la definisce il migliore sportivo della storia? «Il mio commento è: grazie».

Uno scontroso gigante di ghiaccio? «Al contrario — dice Klaebo — spero si capisca che vivo con la mascherina e mangio da solo perché non posso ammalarmi, che rinuncio a essere un ragazzo per chiarire chi è un atleta, che scio anche di notte perché la semplicità è nascosta nella complessità. Non si nasce forti, lo si diventa se non si smette mai di migliorare in modo rapido. Dire no fino all’istante dell’addio, è inevitabile».

Un solo cedimento: l’uomo che scia solo contro sé stesso confessa che «per la prima volta ai Giochi mi sto perfino divertendo». «A livello mentale sto meglio rispetto agli ultimi anni. Mi sembra di essere più maturo, aspetto e spreco meno energie». Nella 50 chilometri di oggi, l’ultimo verso di una poesia alla Henrik Ibsen: Johannes Klaebo solo, due ore a scivolare lontano da tutti nelle foreste innevate, per diventare un inafferrabile raggio di luce. «Vincere sempre — dice a occhi chiusi — resta un’eccezione quasi impossibile. Se mi succede cercherò di capire cosa significa».