Se posso farlo allora lo faccio
di Michele Serra
La simpatia che una persona democratica, forse anche solo una persona civile, può provare per il governo teocratico iraniano e per la sua cosiddetta Guida Suprema, Ali Khamenei, è meno di zero. Detto questo, è stupefacente la normalità con la quale mezzo mondo parla della sua eventuale deposizione per assassinio da parte degli Stati Uniti.
È una delle opzioni in campo: farlo fuori, un drone o un missile, chissà. Deciderà il Pentagono. E qualcuno fa notare che tra un bombardamento a tappeto e l’uccisione “chirurgica” del leader, è meno sanguinaria la seconda ipotesi. Resta da chiedersi, e non è una domanda retorica, su quali basi di diritto, e anche solo su quali basi logiche, una nazione può decidere di condannare a morte il capo di un’altra nazione così, per puro arbitrio, per pura auto-investitura. Perché lo ha deciso. Perché può farlo: e siccome può farlo, lo fa.
È appena accaduto in Venezuela, dove il caudillo Maduro è stato rapito e imprigionato dagli americani. Non un mandato di cattura (americano? internazionale? venusiano?), niente di niente. Solo un pensiero e l’atto che ne consegue: questo qui lo leviamo di mezzo. Perché non ci piace. Punto.
Ha rischiato di accadere in Colombia, il cui presidente, democraticamente eletto, poche settimane fa ha raccontato di non disporre (e di non voler disporre) di alcuna milizia personale, e di avere atteso per qualche giorno che un commando americano venisse ad arrestarlo nella sua casa, nel suo paese: fino a che, con una telefonata a Trump, è riuscito a rabbonirlo, e a evitare il peggio. Scusate: ma non è allucinante?
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