sabato 21 febbraio 2026

Micron

 

Ha ragione la Meloni


di Marco Travaglio 

Siccome la Meloni, nervosa per i sondaggi, non ne azzecca una neppure per sbaglio, citando sentenze e processi a casaccio per spingere al Sì qualche disinformato in più, le serviva giusto qualcuno che la riportasse almeno per un giorno dalla parte della ragione. E chi poteva essere il genio? Macron. La premier commenta l’assassinio a Lione del giovane attivista di destra Quentin Deranque e il “clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni”. Macron, anziché associarsi e magari invitarla a dire lo stesso sulle vittime dall’Ice trumpiana, la zittisce: “Non commenti gli affari francesi: ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite”. Strano: la sua ministra Laurence Boone, quando la Meloni vinse le elezioni nel 2022, minacciò di “vigilare sullo stato di diritto” a casa nostra. Così la Meloni ha buon gioco a ricordarglielo con un velenoso post scriptum: “Non vogliamo tornare ai tempi delle Br, a cui la Francia dava asilo…”.

Ma è fin troppo generosa. La Francia continua a sottrarre alla nostra giustizia 10 terroristi che hanno sparso sangue in Italia negli anni di piombo. Furono arrestati nel 2021 su richiesta del ministro Bonafede (governo Conte 1). Ma la magistratura francese negò la loro estradizione grazie alla famigerata “dottrina Mitterrand”, vaneggiando di “processi non equi”, come se il nostro non fosse uno Stato di diritto. Il più noto è Giorgio Pietrostefani (ex Lotta Continua, condannato a 22 anni con Sofri come mandante del delitto Calabresi), che Parigi non estrada in base a una frottola: che cioè sia stato condannato in contumacia (invece ha presenziato a tutti e i 7 gradi di giudizio). Poi ci sono sei ex Br: Sergio Tornaghi (ergastolo per l’omicidio Briano); Giovanni Alimonti (11 anni e mezzo per banda armata e tentato omicidio del vicequestore Simone); Marina Petrella (ergastolo per l’omicidio Galvaligi, i sequestri D’Urso e Cirillo, quest’ultimo con l’uccisione di due agenti di scorta, e l’attentato a Simone); Roberta Cappelli (ergastolo per gli omicidi Galvaligi, Granato, Vinci e gli attentati a Simone e Gallucci); Maurizio Di Marzio (5 anni per l’attentato a Simone); Enzo Calvitti (18 anni e 7 mesi per banda armata e terrorismo). Gli altri tre sono Raffaele Ventura (ex Autonomia Operaia, 20 anni per l’omicidio Custra); Luigi Bergamin (Proletari armati per il comunismo, 25 anni per banda armata e concorso nell’omicidio Santoro); Narciso Manenti (Nuclei armati contropotere territoriale, ergastolo per l’omicidio Gurrieri). Dieci latitanti per undici morti ammazzati, le cui famiglie attendono giustizia da 40-50 anni grazie alla complicità francese. Altro che “ognuno a casa sua”. Chissà che direbbe Macron se ora l’Italia desse asilo agli assassini di Quentin Deranque.

venerdì 20 febbraio 2026

Giammai!

 

È questo il giornalismo che vogliamo! Domande schiette e mai servili, la professionalità dei giornalisti al top! E quei calunniatori che insinuano falsità come quella che vorrebbe gli stipendiati dalla famiglia che oltre alle tv detiene anche un partito di maggioranza essere proni al potere. Giammai!



Sic transit gloria mundi

 


E' la foto migliore per descrivere quando ti accorgi che il castello di privilegi su cui hai poggiato la tua miserrima vita si è sgretolato, facendoti piombare nelle merda più profonda, che ti fa prevedere che gli anni che ti rimarranno saranno un finale degno del bastardo che sei.  

Italia olimpica


 

Questa vicenda dolorosissima evidenzia ulteriormente gravi carenze specialistiche e organizzative. Dal 2023 era stata consegnata all’ospedale napoletano un contenitore di organi di nuova generazione, ma nessuno ancor oggi è in grado di utilizzarlo per eclatante incompetenza. Nessun corso, nessun preparazione. E stiamo parlando di trapianti. In un paese normale, oltre al dolore per il bimbo, scatterebbe un licenziamento a cascata, dal direttore sino al responsabile degli aggiornamenti, ammesso che esista. Nel nostro invece avverrà la solita e mefitica sceneggiata: scarico di responsabilità - mancata individuazione dei responsabili - processo a qualche sottoposto- avvocatoni - prescrizioni, con annesso l’annuale gioia per il miracolo di San Gennaro. Ma esiste nel sottobosco una più grave colpa, infingarda e subdola: l’agonia del sistema sanitario nazionale, il depauperamento delle risorse a scapito del privato, all’aumento delle spese militari, alla crescita del disavanzo dello Stato, vedasi i probabili cinque miliardi che dovremmo pagare per la vetrina di lor signori per le Olimpiadi. Quel bimbo che sta per lasciarci tuona nelle nostre coscienze, avvertendoci, se ancora ve ne fosse bisogno, che viviamo in un brutto e sconquassato paese. Vola sereno in alto piccolino! E scusaci tanto!

Spot

 



Paravento Olimpico

 


L'Amaca

 


L’ultimo evento generalista

di Michele Serra

Ci si avvicina a Sanremo con una certa ansia preventiva – la settimana prossima l’intero apparato mediatico nazionale sarà consacrato al Festival: fino allo sfinimento. Ma anche, bisogna ammetterlo, con una specie di sbalordito rispetto per quello che – al di fuori del calcio e dello sport in generale – è forse l’unico evento “generalista” rimasto nel nostro Paese.

Nessuno guarda più niente, legge più niente, ascolta più niente al di fuori delle proprie consuetudini tribali – il termine è brutale, lo so: ma è utile per indicare consumi culturali e informativi radicalmente divisi per gruppi non comunicanti, o poco comunicanti. L’idea che esista ancora un “luogo” condiviso, se non da tutti, da moltitudini di italiani, è in un certo senso rassicurante. E forse sottilmente ricattatorio: se un numero esorbitante di italiani (io tra loro) guarderà Sanremo, anche solo a tocchi e occasionalmente, magari è anche per il disperato bisogno di condividere con gli altri almeno un pezzetto di questo Paese, altrimenti frantumato, devoto a pratiche e idee sconosciute le une alle altre.

Con tutto il rispetto per la canzone, l’idea che la canzone sia l’unico territorio condiviso è un poco deprimente. Ma è meglio che niente. Se anche Sanremo (come i telegiornali, come i palinsesti, come tutto) decadesse dal suo ruolo unitario, e fosse banalmente una tra le tante fonti, confusa tra cento, tra mille, confermando la tendenza alla disgregazione, che è il contrario dell’aggregazione, non sarebbe una buona notizia. Se la tendenza alla frammentazione è irresistibile, e conformista: Sanremo è anticonformista.