giovedì 20 novembre 2025

L'Amaca

 

L’ideologia e la grammatica
di Michele Serra
È totalmente inutile cercare di far notare alla presidente del Consiglio Meloni suoi eventuali errori, perché quanto a presunzione di infallibilità fa impallidire il più narciso dei maschi; e almeno in questo senso può ben vantare la raggiunta parità di genere.
Ma quanto detto in un comizio ad altissima voce (uno dei suoi infiniti comizi ad altissima voce, perché Meloni non discute, non risponde, non si esprime argomentando: comiziare a volume alto è la sua sola maniera di esprimersi in pubblico), quanto detto, dicevamo, merita una risposta che lei non terrà in alcun conto; ma noi sì, ed è quanto ci basta.
“Parità non vuol dire chiamarsi presidenta”, ha detto scimmiottando il politicamente corretto. Peccato che nessuno abbia mai preteso di chiamarla “presidenta”, non essendo così cretini, così caricaturali, le sue oppositrici e i suoi oppositori. Le è semplicemente stato detto da molte e da molti, ai tempi, che farsi chiamare “il presidente del Consiglio” è un errore di grammatica che nemmeno la più disinvolta delle forzature politiche può consentire. Presidente è participio presente tal quale reggente, partecipante, assistente, eccetera. Si dirà dunque il o la reggente, il o la partecipante, lo o la assistente (con elisione della vocale), il o la presidente, a seconda che sia maschio o femmina la persona in questione.
Altro da dire non c’è, se non che una donna che pretende di farsi chiamare il presidente ha deciso di deviare dalle regole della lingua italiana per ragioni ideologiche: ed è precisamente quanto le destre rimproverano alla cultura woke, stortare la realtà per adattarla al proprio sentimento.

mercoledì 19 novembre 2025

Strenne


 

'Na pippa!

 



Indicazioni

 



Robecchi

 

Conflitti globali. Se uniamo i puntini troviamo un disegno di barbarie
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Unire i puntini sta diventando un gioco pericoloso, anche perché i puntini, a seguire le cronache, riguardano soprattutto morte e distruzione. Basta leggere le prime pagine: Zelensky si fa gentilmente consegnare da Macron cento aerei da caccia Rafale, più droni, missili e altro, tra gli applausi della sinistra liberal-militare europea (italiana in particolare, gente a cui non prestereste la macchina per manifesta stupidità) che si rammarica di non dargliene di più. La Gran Bretagna annuncia che la sua mega-portaerei HMS Prince of Wales è finalmente operativa e pronta alla guerra (stavamo in ansia). La premier giapponese Takaichi dice che è un po’ stufa della Costituzione pacifista che prevede il principio di “non introduzione” di armi nucleari sul suo territorio, vorrebbe qualche bombetta anche lei, insomma, e come negarglielo visto che ad oggi sono gli unici ad averne ricevute due (americane) in testa.
Trump dice che in qualche modo ricomincerà a fare esperimenti nucleari perché non è bello stare con le mani in mano. Putin annuncia siluri pazzeschi e sottomarini in grado di lanciarli ovunque. Metteteci il famoso Sudan, una carneficina che prosegue da anni, diventata ultimamente famosa perché i negazionisti del genocidio palestinese ne hanno fatto un grande uso dialettico: e il Sudan allora? Perché non fate una flottiglia che va in Sudan? Eh? Astuti come faine: pur di difendere e negare un genocidio a opera dei loro amici israeliani (una lobby che paga bene) è andata in onda la grande riscoperta del Sudan. Eh, già il Sudan, dove sono all’opera milizie armate e sostenute dagli Emirati Arabi a cui – sia detto en passant – vendiamo parecchie armi (è il settimo Paese sulla lista delle nostre autorizzazioni alle esportazioni di armamenti). Dunque diciamo che facciamo il nostro anche in Sudan, come del resto facciamo il nostro anche in Yemen, dove c’è una notevole emergenza umanitaria a causa di massicci bombardamenti dell’Arabia Saudita a cui… indovinato, vendiamo il nostro prestigioso made in Italy esplosivo.
Dunque non c’è angolo di mondo in cui non si faccia, o non si prepari, o non si auspichi più guerra, non meno guerra; più morti, non meno morti. Il tutto mentre il ministro della Difesa italiano – quello che fino a tre anni fa lavorava per i produttori di armi, cioè le vendeva, invece ora le compra – continua a dirci che serve prepararci alla guerra perché saremo invasi, la Germania rispolvera la leva (semi) obbligatoria e tutti insieme – tutti – si dilettano nel malmenare, perseguire e censurare i pacifisti (filo-Hamas, filo-russi, filo-cinesi, scegliete voi).
In tutto questo, siccome la neolingua non è un’invenzione di Orwell, si usa chiamare “pace” la prosecuzione della guerra. Israele continua, in modalità basso volume, il suo genocidio in Palestina, costruisce muri in Libano che sottraggono territorio ai libanesi, e spara ai soldati Onu che osano denunciarlo. Intanto perfeziona il suo apartheid (pena di morte, ma solo per i palestinesi) e migliora il suo Reich “democratico” votando leggi che permettono di silenziare media stranieri, social e comunicazioni elettroniche, dopo aver assassinato quasi 300 giornalisti a Gaza. E, ovviamente, continua a proteggere con il suo esercito genocida i terroristi in Cisgiordania, amabilmente chiamati “coloni”. Questo è lo stato delle cose, qui, oggi, e non c’è molto da aggiungere, se non – forse – il vecchio detto “socialismo o barbarie” dove il socialismo non è mai pervenuto e resta invece parecchia barbarie. Una prece.

Affarismi


Resort e negozi di lusso
gli affari arabi del tycoon
Trump in Arabia davanti a un plastico con i piani per Diriyah
DI GABRIELLA COLARUSSO
Un resort alle Maldive, e forse una città del lusso nel cuore storico dell'Arabia Saudita: con Bin Salman, alla Casa Bianca arrivano anche nuovi affari per la famiglia Trump. Nulla di nuovo per il tycoon, che ha fatto del business una leva dell'ascesa politica, e da presidente si è affidato agli immobiliaristi per condurre le più importanti partite diplomatiche, soprattutto in Medioriente. Ma nel giorno del vertice che cementifica l'alleanza tra Riad e Washington, l'annuncio fa rumore e attira anche l'attenzione della Sec, l'autorità di regolazione americana.
La Trump organization, il gruppo che gestisce tutte le imprese economiche della famiglia presidenziale, e la saudita Dar Global, società quotata alla Borsa di Londra, costruiranno un resort di lusso alle Maldive e puntano a finanziarlo vendendo criptovalute a investitori statunitensi. A confermarlo è stato Ziad El Chaar, uomo d'affari di origini libanesi, da anni legato ai Trump per business, che spera «di finanziare fino al 70%» il Trump International Hotel alle Maldive con le monete virtuali basate sulla tecnologia blockchain.
Dar Global è il braccio internazionale della saudita Dar Al Arkan, che si occupa di progetti immobiliari di lusso, ed è uno dei principali partner esteri della Trump Organization: insieme hanno sette progetti in fase di sviluppo, tra cui una torre di 80 piani a Dubai, un resort di golf in Qatar e hotel e residenze di lusso in Arabia Saudita e Oman. Un connubio che non sembra preoccupare El Chaar: «Ovviamente, con il marchio Trump, c'è di mezzo la politica, ma non è una cosa che ci riguarda», ha dichiarato alla Reuters. «Siamo felici di portare il nostro brand alle Maldive, in collaborazione con Dar Global», ha confermato Eric Trump, terzogenito di Donald e vicepresidente della Trump Organization. «Prevediamo che questo innovativo modello finanziario stabilirà un nuovo parametro per gli investimenti in campo immobiliare».
La Trump organization avrebbe messo gli occhi anche su un altro progetto multimiliardario, il più imponente di real estate saudita: la costruzione di hotel di lusso e negozi nell'antica città di Diriyah, la culla del regno, casa natale della dinastia Saud e patrimonio Unesco. Mbs vuole investirci 63 miliardi di dollari e a maggio portò Trump a visitare il sito. Il New York Times ha parlato con Jerry Inzerillo, amministratore delegato della società che gestisce il progetto e «amico di lunga data» del presidente Trump: «Non c'è ancora nulla di annunciato, ma presto lo sarà», ha spiegato l'imprenditore.

Amici, affari, politica: la nuova linea della Casa Bianca l'ha chiarita Jared Kushner, il genero di Trump, anche lui in affari con il fondo sovrano saudita attraverso la Affinity Partners: «Quello che la gente chiama "conflitto di interessi", Steve Witkoff e io lo chiamiamo "esperienza e rapporti di fiducia che abbiamo in tutto il mondo", disse a ottobre in un'intervista alla Cbs. Un mese prima, Affinity aveva acquistato insieme al fondo sovrano saudita Pif e Silver Lake Management il colosso dei videogiochi Electronic Arts. Un affare da 55 miliardi di dollari. 

Natangelo