Mondo di canaglie (e dei loro servi)
Sarà che il mondo è diventato un’arroventata canaglia, ma trovo sempre più inguardabili le facce di quelli che alle canaglie-in-capo, fanno corona, si inchinano già nello sguardo, tengono le mani giunte, respirano piano e quando occorre, si eccitano, applaudono, festeggiano, come i roditori davanti alla carota. L’immagine di Donald Trump seduto al centro della Casa Bianca, circondato a ferro di cavallo da una quarantina di petrolieri infilati nei rispettivi abiti grigi tagliati su misura, è uno scandalo che non fa scandalo. Una vergogna che non fa vergogna.
Esultano i nostri telegiornali che golosamente sottolineano che “alla riunione era presente anche il nostro Claudio Descalzi”, che poi sarebbe il nostro autentico ministro degli Esteri (altroché il miracoloso Tajani) cioè l’amministratore dell’Eni, soldi dei nostri soldi, potere del nostro potere, ancorché figura residuale tra i colossi, ma comunque ammesso al banchetto, con tanto di tovagliolo al collo. Lo inquadrano, persino. Sono orgogliosi che ci siamo anche noi nella banda che cupamente festeggia quello che il Tg2 continua a chiamare “la cattura di Maduro”, non rapimento, non golpe, ora che c’è il bottino del petrolio da spartire e ci saranno “un mucchio di soldi” da fare. Una inquadratura che il cinema non avrebbe composto diversamente (né meglio) per raccontare come si svolgano le riunioni dei cartelli del narcotraffico, nei sotterranei di qualche villone in Colombia o in Messico o a Miami, quando uno dei capi-banda annuncia di avere sgomberato con le cattive un nuovo territorio da acquisire e nuovi carichi da spartirsi e soldi, soldi, soldi per tutti. Altro che le gang dei taglia-gola rasati e tatuati che intasano i bassifondi come fa la spazzatura. Qui siamo in cima alla piramide alimentare. Tra i super-ricchi che moltiplicano i loro conti, il loro potere. I padroni dell’universo: quell’1 per cento della popolazione mondiale che possiede la metà di tutto. E per intero l’anima del mondo.
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