domenica 1 febbraio 2026

L'Amaca

 

L'America dopo l'America 

di Michele Serra 

Bruce Springsteen è un signore di una certa età (76 anni).
Ha alle spalle una lunga storia americana, una composizione di storie di strada, di società, di libertà e d’amore, le sue canzoni di questo si nutrono. Possiamo dire che pochi sono più americani di lui.

Vederlo a Minneapolis, alla sua età, battersi sul confine estremo della democrazia americana, a un passo dal dispotismo e comunque già nel pieno dell’arbitrio di una sola persona, dev’essere qualcosa che impressiona anche lui.
Non se l’aspettava: e chi poteva aspettarselo?


Siamo abituati, da quando siamo ragazzi, a considerare l’America come un luogo di conflitti anche durissimi.
Conflitti sociali, conflitti razziali, conflitti economici, e uno scenario politico fatto anche di violenza.

Ma tutto questo dentro un contenitore solido, che eravamo abituati a chiamare democrazia.

Perfino l’omicidio politico, dentro questo contenitore, faceva orrore, ma non faceva temere per l’integrità del contenitore.
La democrazia americana non era in discussione.

Era un palcoscenico capace di mettere in scena drammi di ogni sorta: nessuno dei quali, però, metteva in discussione il palcoscenico stesso.


Le famose “due Americhe”, quella dei diritti civili e della rivolta contro la guerra in Vietnam, e quella della Bomba e del perbenismo bianco e conservatore, ci sono sempre sembrate due facce della stessa medaglia.

Ora molto, e forse tutto è cambiato.


Springsteen non è a Minneapolis per difendere questa o quella visione della società, questa o quella classe sociale, questa o quella America.

Si è rimesso in strada per difendere l’America come concetto.


L’America prima di Trump.

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