domenica 21 dicembre 2025

E vai!

 


Calendario dell'Avvento

 



Ritratto

 

“Alfonsina la pazza”: chiacchiere, cipria e il tagliando maschio
DI PINO CORRIAS
Quando sposti un sasso dalla sterpaglia contaminata, tutto il formicaio sottostante si agita. Figuriamoci se a prendere a calci il sasso è personalmente Fabrizio Corona, il signore del sito-discarica “Falsissimo”, che s’è scolpito sul corpo un tatuaggio per ognuna delle sue vittime a cominciare da sé stesso, e che oggi non vede l’ora di masticarsi quel che resta del povero Alfonso Signorini, in arte Alfonsina La Pazza, re di chiacchiere e cipria, eroe del pettegolezzo più o meno velenoso. Titolare da una dozzina di anni di quell’altra discarica di anime perse, il Grande Fratello che lui fa navigare nello Stige mediatico, come un tempo Caronte, ma senza un briciolo di tragedia, se non la sua.
Corona ci ha messo il carico da novanta, accusando Alfonsina di non limitarsi a trasportarli i concorrenti maschi, ma pure a fargli un segreto tagliando di accesso alla Grande Illusione della Celebrità con preventivo scambio di foto, messaggi, massaggi anche notturni, che Corona ha chiamato “Il Sistema Signorini”, cioè a dire ricatti sessuali, che se non soddisfatti portavano a improvvise cancellazione dai cast, alla maniera dei Gran Mogul che sui divani di Hollywood, decidevano le future carriere delle ragazzine, sdraiandole.
Vero, falso? “Ho messo tutto nelle mani dei miei avvocati” ha sibilato Alfonso nei panni di Alfonsina, rifiutando sdegnosamente ogni replica alle accuse, per non alimentare polemiche che naturalmente si alimentano da sole, con batterie di criceti da tastiera, pioggia di insulti: “Fate ribrezzo!”, insinuazioni, rancori e persino minacce di ex concorrenti, tipo: “Apriamo il vaso di Pandora!”.
Salvo che a riepilogare l’istruttiva avventura professionale di Signorini Alfonso, Milano, anno 1964, quasi tutto sta dentro al vaso. Tranne gli inizi: cresciuto sotto i cieli di Cormano, padre impiegato, mamma casalinga. Infanzia solitaria. Una passione per le stelle finte del Planetario, molto prima di incapricciarsi di quelle vere dello spettacolo. Studia pianoforte. Ascolta il melodramma. Si laurea in Filologia romanza alla Cattolica. Diventa professore di latino e greco al liceo classico Leone XIII dei Gesuiti, dove i giovani eredi della classe dirigente vengono addestrati al comando. È in quel catino d’acque altolocate che comincia a raccogliere notizie e a distribuirle sul quotidiano La Provincia di Como. È svelto. È curioso. Politicamente frequenta i furbacchioni di Comunione e liberazione. Approda a Panorama. Rosicchia amicizie sempre femminili e le usa. Prima Nicoletta Mantovani che gli porta in dote Luciano Pavarotti, poi Francesca Dellera, la bianca ancella di Silvio B., infine Silvia Toffanin, fidanzatina di Pier Silvio che all’epoca suda sollevando le macchine per gonfiare i muscoli e con cui si intende al primo sguardo. Da lì in poi vota Forza Italia e lo fa sapere.
Quando agguanta il timone dei settimanali Chi e Tv, sorrisi e canzoni diventa il re delle vendite di Mondadori e insieme il cocco di Marina B. Esordisce in tv con Piero Chiambretti. Fa telefonate in diretta alle attrici su Radio Montecarlo, dove strilla: “Amoreee, sei raffreddata? Racconta!”. Vive incorporato al suo cellulare, dove transitano foto, notizie, veleni che lui smista, preparando il rancio dei gonzi e delle casalinghe. E se lo tiene a letto (il telefono) come suo personale peluche: “Se mi sento solo chiamo le mie amiche anche alle tre del mattino”.
Per anni è il cocco di tutte. Valeria Marini si vanta di avergli massaggiato i piedi (“bellissimi!”) sulla spiaggia di Sabaudia, mentre gli raccontava le sue pene d’amore. Afef Tronchetti Provera se lo porta, una volta a settimana, alla colazione chic del Baretto di via Sant’Andrea, come micio di compagnia. Mentre la scontrosa Marina B., primogenita delle regine, lo ammette tra i pochissimi invitati estivi nella sua villa di Volbonne, in Provenza.
Con le spalle coperte e sempre fingendosi un ingenuo “cacciatore di notizie”, Signorini è stato capace di innovare il suo prodotto: da pettegolezzo ornamentale e per lo più inoffensivo, a gossip maligno con immediata ridondanza politica. Specie quando si trattava di rosolare Romano Prodi, la moglie Flavia, il mite Walter Veltroni che trasporta l’ombrellone come un cilicio sulla spiaggia infocata. E meglio di tutti Massimo D’Alema per le scarpe troppo costose, le vacanze a St. Moritz, la barca.
Il punto più alto della sua carriera, coincide con quello più basso della nostra politica. Accade quando fioriscono in cronaca i casi delle due minorenni Noemi Letizia e Ruby Rubacuori a turbare l’era berlusconiana, mentre da sotto e da sopra spuntano le Olgettine a caccia di denari. Siamo nella piena stagione che oggi il molto ossequioso Italo Bocchino e il quieto Antonio Tajani chiamano “l’eredità morale di Silvio Berlusconi” svelata dagli scandali che lo hanno definitivamente ridotto da Cavaliere a Papi. In quei primi giorni di giugno 2009, Alfonso viene richiamato da una spiaggia d’oltreoceano, convocato via jet ad Arcore dagli stati maggiori del partito-famiglia, incaricato di ripulire il latte versato dalle scorribande vitalistiche del Capo, che nelle vesti di presidente del Consiglio, è stato appena pescato alla festa dei 18 anni di una tale Noemi, dentro a una pizzeria al neon di Casoria, senza riuscire a spiegare perché.
Alfonso esegue. Trova un finto fidanzato alla illibata minorenne. Sventola prove sull’eleganza delle cene eleganti. Trasforma Ruby in una educanda. E l’autorevole Capo di governo in un nonno circondato da nipotini, fiori e colleghi di Stato. A forza di sopire, nascondere, inventare, convincerà la crema della Destra di governo, Giorgia Meloni in testa, a votare che sì, Ruby era proprio la nipote di Mubarak. Peccato per il resto degli italiani, che applaudiranno quando Papi uscirà di nascosto dal Quirinale, dopo essersi dimesso, 12 novembre 2011, con il Paese in malora.
Comunque sia Alfonso ne esce premiato. Ha sudato. Ha servito. Gli tocca il Grande Fratello come ricompensa con tutti i succedanei dei tronisti e delle troniste a seguire. Se ha esagerato con la richiesta dei balocchi ce lo dirà la cronaca delle cause prossime venture. Nella bella battaglia che ci aspetta, Corona non ha niente da perdere: è un pluripregiudicato con licenza del rutto libero. Alfonsina rischia di più. Per anni la zizzania che producevano le sue storie – amori, bollori, bugie, ripicche, vendette – gli serviva da stimolo idratante e fatturato. Ora il formicaio di pupi e pupe che credeva di governare, s’è imbizzarrito. E le formiche, nel loro piccolo, mordono.

Becero silenzio

 

Leone XIV chi?
DI MARCO TRAVAGLIO
Spero che non vi sarete persi i grandi servizi di giornaloni e tg sul Papa che viene eletto da Vogue come uno dei “personaggi meglio vestiti del 2025” (per il dress code originale e innovativo), che visita a sorpresa il Senato per la mostra sulla Bibbia di Borso d’Este accolto da La Russa, che compulsa nottetempo la piattaforma Duolingo per studiare il tedesco. Notizie che cambiano la vita a milioni di persone. Altro che il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: un anatema contro le classi dirigenti europee riarmiste e guerrafondaie persino più definitivo di quelli di Francesco. Infatti, a parte il Fatto e Del Debbio sulla Verità, non ne parla nessuno. Altrimenti gl’imbecilli che vaneggiano di un papa “atlantista” o di “destra”, manco fosse la buvette di Montecitorio, o comunque ben diverso dal comunista-pacifinto-putiniano Bergoglio, e i politici baciapile delle destre e del Pd che gli leccano l’anello dovrebbero farsi ricoverare. O, in alternativa, prendere posizione sulla compatibilità tra il loro bellicismo e le sue parole, che poi sono una costante della dottrina della Chiesa da oltre un secolo: almeno dalla Nota inviata il 1° agosto 1917 da Benedetto XV alle “potenze belligeranti” contro l’“inutile strage” della Prima guerra mondiale. Non sia mai: poi toccherebbe confrontare il messaggio di Prevost con quelli opposti di Mattarella, altro noto cattolico che dice il contrario della morale cattolica e dell’art. 11 della Costituzione. Quindi nessuno lo riporta per non doverlo commentare (e magari, volendo, criticare).
Nei primi mesi del 2003, prima e dopo l’invasione occidentale dell’Iraq per rovesciare Saddam Hussein in base a false prove su armi di distruzione di massa e complicità con l’attentato di al Qaeda alle Torri gemelle, la stessa sorte toccò a papa Wojtyla. Ogni suo sospiro su qualunque tema dello scibile finiva sui tg e sui giornali: ma appena si azzardava a tuonare contro la guerra in Iraq, fino a equipararla a Satana e a promuovere una giornata di digiuno per la pace tra i cattolici di tutto il mondo, veniva oscurato insieme ai cortei pacifisti dalla Rai berlusconiana e ovviamente da Mediaset, per non disturbare B. e gli altri due criminali di guerra con la B.: George W. Bush e Tony Blair. Però i giornali “indipendenti” le parole di Giovanni Paolo II le riportavano col dovuto risalto. Ora quelle di Leone XIV le censurano tutti, perché il fronte guerrafondaio del si vis pacem para bellum va dall’Ue “volenterosa” al governo italiano, dal Quirinale ai tre quarti del Pd. E chi vuol fermare l’inutile strage in Ucraina ha i nomi impronunciabili di Trump, Orbàn, Xi Jinping, Lula e, in casa nostra, di Conte, Bonelli, Fratoianni, ogni tanto Salvini. Meglio sorvolare su quel che il Papa dice e concentrarsi su come si veste.

L'Amaca

 

Parole buttate sulla pubblica via
di Michele Serra
“Erano conversazioni private decontestualizzate”. Lo dice Carlotta Vagnoli — coinvolta in una recente baruffa mediatica — a proposito delle parole che le sono costate l’imputazione per diffamazione aggravata. Fatta eccezione per quanto scritto su chat aperte al pubblico (il contesto, in quel caso, è chiarissimo), Vagnoli ha ragione. Per esteso, la morte del contesto, la sua rimozione a scopo di riciclaggio in altro ambito di parole non pensate e non dette per la pubblicazione, riguarda un gran numero dei “casi mediatici” degli ultimi anni, dai più lievi ai più grevi: parole dette in privato, poi estratte da quel contesto e buttate in pasto al pubblico. Si pensi al recente “scandalo politico”, molto tra virgolette, che ha coinvolto un funzionario del Quirinale.
La morte del contesto è un mutamento d’epoca di enorme rilevanza: il significato delle parole ne esce triturato, il processo alle intenzioni è pratica quotidiana, buona parte del dibattito pubblico ruota attorno a una specie di segatura indistinta di frasi piluccate qua e là, rimescolate, riconfezionate, fraintese un po’ per frettolosa superficialità un po’ per volontà di manipolazione. Scemenze diventano crimini, e pettegolezzi capi d’accusa. Cadute di stile protette dall’intimità vengono scaraventate sulla pubblica via.
Sorprende, in questa situazione (che definirei di spionaggio di massa), che non sia in atto una bonifica volontaria del linguaggio. Al contrario il livello di aggressività, la quantità delle offese e dei giudizi sommari, l’indifferenza alla debolezza altrui, sembrano incontenibili. Evidentemente questa guerra piace troppo ai tanti che la praticano. Poi qualcuno rimane sotto le macerie e una breve pausa di riflessione, magari, è concessa.