Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 13 novembre 2025
Attorno al Calendino
Calenda va alla guerra sparando balle&tatuaggi
DI DANIELA RANIERI
Nostro malgrado, dobbiamo tornare a occuparci di Carlo Calenda, il politico più intervistato della penisola negli intervalli in cui Renzi è in bagno. Siccome a New York ha vinto un sindaco musulmano di idee radicali, qui si ribadisce ogni giorno con più forza che “si vince al centro”, laddove “centrista”, come “riformista”, indica ormai fondamentalmente chi vuole continuare a mandare armi all’Ucraina per distruggere la Russia. Ecco spiegata la ricorsiva centralità mediatica dei due ragazzi-immagine del “centro” sognato dal blocco borghese italiano (ma tenete d’occhio Silvia Salis: se i due continueranno ad auto-sabotarsi, convergeranno tutti su di lei).
Calenda, senatore della Repubblica italiana, ha annunciato di essersi fatto tatuare sul polso il simbolo nazionale dell’Ucraina, il tryzub, un tridente che figura spesso sulle divise del suo esercito e sulle felpe di Zelensky. Grande e commosso risalto sui giornali: per rimanere bassi, Corriere.it titola: “Calenda, un tatuaggio per sostenere la resistenza ucraina”; infatti, appena l’ultimo ago aveva iniettato l’inchiostro sotto il derma calendiano, Zelensky ha annunciato la ritirata sotto il fuoco russo dalla regione di Zaporizhzhia, in uno dei momenti più drammatici della guerra. (Ai tempi della candidatura a sindaco di Roma, Carlo si fece tatuare la scritta “SPQR”: arrivò terzo su 4).
Secondo la rappresentanza del Cremlino in Italia, “il suo gesto (di Calenda, ndr) non è altro che una sorta di adesione volontaria al consesso dei seguaci di nazisti e collaborazionisti di origine ucraina, le cui mani affondavano nel sangue di ebrei, zingari, ungheresi, russi e ucraini”. I soliti esagerati: solo perché il tatuaggio raffigura il simbolo dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), partito nazionalista e fascista fondato nel 1929 e guidato durante la Seconda guerra mondiale da Stepan Bandera, collaborazionista dei nazisti ed eroe nazionale, corresponsabile del massacro di civili polacchi ed ebrei ucraini… È già tanto che Calenda non si sia tatuato la scritta “Azov”, in omaggio al noto battaglione nazista; non se la sarà sentita: in fondo è un moderato. Da un lungo articolo su Repubblica apprendiamo che il tryzub è anche il simbolo del Circo Ucraino ora in tournée in Italia: forse voleva ispirarsi a quello?
Calenda è stato recentemente ospite di Formigli a Piazzapulita, in un confronto diretto con l’economista della Columbia Università Jeffrey Sachs. Calenda – uno, per dire, che alle Olimpiadi del fallimento in politica arriverebbe secondo (dopo Renzi) – dà a Sachs del bugiardo e del propagandista putiniano (una cosa un po’ vintage, ma a Calenda deve sembrare originale) perché Sachs osa dire ciò che tutti ormai sanno, e cioè che nel 2014 gli Usa hanno finanziato la cosiddetta Rivolta di Maidan per destituire il presidente Yanukovich, favorevole alla neutralità dell’Ucraina fra Nato e Russia. Sachs, pur dicendosi “francamente scioccato” (evidentemente non pensava che il livello del dibattito italiano fosse così basso), riporta la sua testimonianza di studioso sul campo. Calenda lo blocca: “Non è vero, ero al governo”; ce lo ricordiamo bene: era nel governo Renzi, quello che autorizzò la vendita di una maxi-commessa di armi a Putin nonostante l’embargo.
Che gli Usa abbiano finanziato la rivolta filo-Nato lo disse pure Victoria Nuland, ex portavoce del Dipartimento di Stato Usa e artefice della politica americana in Ucraina sotto Bush, Obama e Biden. In una telefonata con l’ambasciatore americano in Ucraina dopo il colpo di Stato, passata alla storia per il famoso Fuck the Eu, “che l’Europa si fotta”, rivelò di aver parlato con un funzionario americano dell’Onu della sostituzione di Yanukovich con un fantoccio gradito alla Nato. Disse: “Gli Usa hanno investito 5 miliardi per dare all’Ucraina il futuro che merita”. In forza di ciò, Calenda ha potuto dire a Sachs: “Lei mente e fa propaganda putiniana”. Il Foglio gongola: “Come si affronta un propagandista”, dove il propagandista ovviamente è Sachs, definito dal giornale fondato da Giuliano Ferrara (ex spia della Cia) “un propagandista antioccidentale delle tesi gradite alla Cina e a Vladimir Putin”. Sachs è tornato ieri sulla questione con un Radar sul Fatto, in cui spiega in maniera semplicissima, comprensibile anche ad animali con un sistema nervoso rudimentale, come i molluschi bivalvi, l’attività degli Usa in Ucraina nel 2014: “Supponiamo che un governo italiano sia stato destituito a seguito di proteste di piazza in cui alti politici russi si sono recati a Roma per incoraggiare i manifestanti. Supponiamo… che i media italiani che hanno coperto le proteste di piazza siano stati fortemente finanziati dal governo russo… Considerereste bugiardo chiunque dichiarasse che la Russia ha sostenuto il cambio di regime?”. Anticipiamo le articolate obiezioni dei centristi-moderati atlantisti: i russi sono cattivi, gli americani buoni, punto.
Giornali sani che riconoscono!
A proposito di Borsellino
DI MARCO TRAVAGLIO
Quando sbagliamo, diversamente dai bufalari che raccontano volutamente una ventina di balle al giorno, ci scusiamo con i lettori. E lo facciamo oggi per aver preso per buone due citazioni sbagliate di Falcone e Borsellino, riprese da pubblicazioni scritte e online. La frase di Falcone pro carriere separate purché il pm non passi sotto l’esecutivo rispecchia il suo pensiero ripetuto varie volte, ma non è tratta da un’intervista del ’92 a Repubblica. Anche quella di Borsellino fotografa il suo pensiero fermamente contrario alla separazione delle carriere, ma non è tratta da un’intervista del ’90 a Samarcanda. Fine delle scuse e una domanda: ma questi magliari di destra che infestano giornali e web con la deduzione “Borsellino quel giorno non parlò da Santoro, dunque era per le carriere separate” chi credono di fregare? La loro fortuna è che allora non c’erano gli smartphone. Sennò verrebbero inondati di filmati di Borsellino contro le carriere separate. Grazie al cielo alcuni suoi interventi sono stati pubblicati da libri e riviste.
L’11.12.1987, parlando a Marsala su “Il ruolo del pm con il nuovo codice”, Borsellino definì la figura del pm “la più gravosa ma insieme la più esaltante nel nuovo processo… perché principalmente a essa è affidato il concreto attuarsi di quei principi di civiltà giuridica che col sistema accusatorio si vogliono introdurre. E le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del Pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere, non incoraggiano certo i ‘giudici’ – ché tali tutti sentono di essere – a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”. Quindi tutti, requirenti e giudicanti, si sentono “giudici” e devono restare un unico ordine giudiziario. Il 16.3.1987, in un convegno a Mazara del Vallo, Borsellino contestò chi voleva, come fa ora Nordio, sottrarre i giudizi disciplinari al Csm: “La repressione disciplinare degli organi di autogoverno (Csm) è molto più incisiva ed efficace di quanto si creda e si sostenga da chi spesso mira all’altro non confessato scopo di attentare all’autonomia e indipendenza della magistratura, asserendo l’inidoneità e insufficienza di tale specie di sanzione”. Anche per questo Msi, An e FdI si opposero sempre a separare le carriere. Il 25.2.2004 un giudice della corrente MI (come Borsellino) ricordò in tv ad Augias: “Borsellino divenne procuratore a Marsala dopo essere stato giudice istruttore e giudice civile. Probabilmente in alcune indagini di mafia queste competenze gli sono servite”. Sapete chi era? Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario a Palazzo Chigi. Vostro onore, non ho altre domande.
L'Amaca
Siamo in zona retrocessione?
di Michele Serra
Dopo l’aspra seduta parlamentare nella quale si è litigato a proposito della legge sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, culminata in una scenata del ministro Valditara, Bruno Tabacci, che è uno dei reperti della Prima Repubblica da conservare tra le (poche) cose preziose che rimangono alla politica italiana, ha commentato con amarezza: «Sono nostalgico del linguaggio parlamentare che ho studiato da Moro, Berlinguer e Almirante. C’è una retrocessione».
Siamo liberi di pensare alla solita lamentela del vecchio boomer sulla deriva dei tempi. Ma anche di valutare, con un metro il più possibile oggettivo, se la retrocessione della quale parla Tabacci ci sia stata oppure no.
Secondo me sì. E non perché quando parlavano Moro e Berlinguer (Almirante lo ascoltavo meno) ero giovane e il mondo mi sembrava migliore. Ma perché c’è uno scarto effettivo tra quello “stare in aula”, quel parlare magari limato, magari poco spontaneo, che però rifletteva la responsabilità che la parola politica sentiva su di sé; e questo continuo apostrofarsi, da una curva all’altra, come se parlare fosse una ordinaria forma di sopraffazione (a imitazione dei social).
C’erano anche allora i faziosi e gli energumeni, ma le loro intemperanze erano contenute dalla cornice complessiva, anche nei rispettivi partiti, che ebbero una funzione educativa prima di tutto per i loro esponenti meno ispirati.
C’erano, rispetto a oggi, ben più gravi ragioni di tensione (basti pensare al terrorismo). Ma l’idea condivisa era che la politica fosse la più alta e la più importante delle forme espressive. La politica intimidiva anche i politici. Se niente più mette soggezione, si perdono le inibizioni, e il controllo delle parole ne risente.
mercoledì 12 novembre 2025
Robecchi
Tax the rich. La patrimoniale fantasma è una tradizione del novembre italiano
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Puntuale come le cambiali, ogni anno all’apparire all’orizzonte della legge finanziaria – per gli amici “manovra” – si apre qualche botola, o passaggio segreto, ed ecco il fantasma della patrimoniale che aleggia su tutti noi. È una specie di tradizione. A ferragosto un grande pranzo, il 6 gennaio arrivano i Re Magi e a novembre si discute di patrimoniale, un folklore tutto italiano che purtroppo non necessita di costumi tradizionali, e non c’è nemmeno il dolce apposito, anche se ci starebbe bene, che so, la “torta patrimoniale”. Cucina povera, ovvio.
Così si comincia a guardarsi in giro e si scopre che una categoria in crescita è quella dei milionari, e che siccome il sogno di tutti è diventare milionari, moltitudini di poveracci si battono come leoni per impedire che chi guadagna migliaia e migliaia di volte quello che prendono loro abbia una piccola pressione fiscale in più. Un chiaro caso di ipnosi di massa. La prevedibilità della ricorrenza fa in modo che nessuno veramente la prenda sul serio, un po’ come a Natale che sarebbe meglio essere più buoni, ma andiamo, chi ci pensa veramente? Sono cose che si dicono. Così la patrimoniale diventa materia di conversazione, un po’ come il meteo: già si sa chi dirà cosa, e come e perché, con tutte le sfumature pratiche, tecniche e ideologiche del caso.
Naturalmente si dibatte sul ceto medio: un Paese dove i proletari non votano e dove le elezioni sono un rito democratico di una minoranza più o meno garantita (sempre meno, a dire il vero) ecco le grida allarmate e gli attacchi di panico. Qualcuno tenta timidamente di dire che si parla di ricchi e super-ricchi, non dell’impiegato o del capoufficio, ma niente, non funziona. E anche per ricchi e super-ricchi le cose si fanno difficili perché o non si sa bene dove trovarli (lo disse addirittura Mario Monti: dovremmo tassare i grandi patrimoni, ma non li conosciamo), o si sono già rifugiati in questo o quel paradiso fiscale, o sono ricchi stranieri che hanno preso la cittadinanza qui, pagano un forfait e morta lì. È il paradosso delle palate di soldi: i ricchi italiani veleggiano verso posti più gentili con loro e i ricchi stranieri vengono qui perché siamo gentilissimi con loro. Non se ne esce. Ci sarebbero, è vero, altri sistemi per ricordare ai super-ricchi che dovrebbero contribuire di più, e una di queste è la tassa di successione, cioè qualcosa che attenui il meccanismo ereditario della ricchezza, che perpetua le diseguaglianze. Tassa che può arrivare fino al 50 per cento in Spagna e in Germania, al 60 per cento in Francia, al 40 per cento in Gran Bretagna e via così, mentre da noi l’aliquota massima è dell’8 per cento. Ogni legislazione prevede franchigie e aliquote progressive, e per gradi di parentela, ovvio, ma resta il fatto che da noi è la più bassa in assoluto. E anche in questo caso scatta il meccanismo diabolico del contribuente di Pavlov: miliardari da generazioni vengono strenuamente difesi da chi eredita il bilocale della nonna, un po’ come se un castello pieno di re fosse difeso con le unghie e coi denti dai contadini poveri che abitano nei paraggi. Eppure solo negli ultimi anni con tre successioni da sogno (Berlusconi, Del Vecchio, Armani, circa 60 miliardi, a occhio e croce) una tassa di successione “europea” avrebbe avuto i soldi di una manovra. Che sarebbe stata una bella cosa, pensando ai soldi, ma addirittura bellissima se si considera che per un anno avremmo potuto evitarci la noiosa tradizione del dibattito sulla patrimoniale.
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