mercoledì 19 dicembre 2018

In alto i cuori!


Ieri è stata una giornata storica, un “eppur si muove” da celebrare, probabilmente, sui futuri testi di storia. Con l’uscita dall’aula dei resti miserevoli del partito del Delinquente Naturale, come simbolo di una resa, della disfatta del metodo para mafioso “degli amici degli amici degli amici” è stata approvata la legge anticorruzione; per la prima volta in questa nazione dilaniata da sconquassi epocali frutto di scorribande di manigoldi, capeggiati da uno che pagava tangenti alla mafia, adulato successivamente da un misero guitto di campagna toscana, per la prima volta si è realizzato qualcosa capace di frenare i briganti. Che sono sempre in mezzo a noi, ciarlanti e sognanti il ritorno al sistema tanto agognato e cullato dai tanti allocchi ancora intenti a guardare il dito. W l’Italia da liberare!

martedì 18 dicembre 2018

Augurio


Due, tre? O forse no dai! Probabile che siano quattro. Quattro km a corsia unica sulla Cisa per un cantiere pensato, ideato e realizzato dal Serveo dei Servei, il Grande Ideatore Sublime dei salti di corsia, delle deviazioni, dei restringimenti, delle ansie derivanti dallo veder sfrecciare bisonti di strada così vicini da temere per la carrozzeria. Tanto bravo ed inimitabile costui, da aver progettato una miriade di cantiere proprio ora, ad una manciata di giorni dal Natale! A lui vada la strenna, il pensiero, la speranza che possa trascorrere delle speciali festività... a contare le mattonelle della parete del cesso di casa, tra un’epocale cascata diarroica e l’altra! Jingle Bells!

Nessun limite, nessuna dignità!



Nemmeno nelle più tristi storie dei grandi romanzieri si è mai assistito ad un pubblico ludibrio come questo del giornalino del boss retto da un diversamente giornalista, un sallusti della peggior specie. 
L'onta di essere in difficoltà economica rappresenta per il quotidiano della famiglia il perno, il fulcro su cui gettarsi per agitare le acque, irridendo una famiglia colpevole di aver dato i natali ad un'anomalo politico da molto tempo scagliatosi contro colui che personalmente ritengo il male assoluto, la ragione ontologica per cui oggi siamo ridotti in questo stato raccapricciante. 
Intendiamoci: anche Fininvest fu ad un passo dal baratro del fallimento, sommersa com'era da enormi debiti; l'allora padrone indiscusso dell'etere, eravamo negli anni novanta, ebbe l'illuminante idea di scendere in politica mentre, attraverso il suo fratello di latte Dell'Utri, continuava imperterrito a pagare tangenti a tale Salvatore Riina. 
Il filibustiere per antonomasia ebbe il coraggio di entrare in politica, ed ivi rimanervi per quattro lustri, solo ed esclusivamente per curare, innaffiare, crescere i propri affari. E ci riuscì alla grande, trasformandoci in abitanti felici e bombardati via antenna, in Alloccalia, durante l'Era del Puttanesimo, arrivando con grande seguito di servili decerebrati a modificare leggi per uso personale. 
Ciò che è riuscito alla grande al famelico pregiudicato non sta dunque realizzandosi nella famiglia di Alessandro Di Battista. Mi chiedo: e allora? Come possiamo farne un messaggio politico? Cosa ci vorrebbe trasmettere il direttore sallusti? La difficoltà economica può scatenarsi per un'infinita serie di problemi finanziari, ma questo non può stimolare la degenerativa campagna di fango per dar l'assalto ad una persona seria, nella fattispecie,  come Di Battista figlio.
La rabbia, il rancore, il fango, la merda scagliata dal giornaletto di famiglia per mano di un sallusti angosciante ed angoscioso, genera sensazioni tanto sgradevoli come il constatare, in questa nostra valle di lacrime, in questo far west divenuto must di ribalderia, che il non aver mai tentato di ostacolare quel signorotto feudale, ha fatto sì che la malformazione democratica da lui innescata si è evoluta, sparsa, diffusa così bene da arrivare a questi punti, gli ultimi respiri di una nazione un tempo sana, forte e soprattuto acculturata.  
  

lunedì 17 dicembre 2018

domenica 16 dicembre 2018

Scoperta


L’argomento non è certamente natalizio, né pre pranzo. Diciamo che trattasi di divulgazione scientifica. Campo minato ed irto di trappole. Il mio rapporto con la defecatio è da sempre improntato sulla tempestività, sia nel preludio, preannunciato da segnali inequivocabili, compressione, roboate lontane come il temporale in avvicinamento, nervosismo e, se sono fuori casa, ricerca spasmodica di soluzioni, a volte comiche. Non ho mai stazionato per lunghi tempi sulla tazza, per via della suddetta frettolosità e, salvo rare eccezioni, la post defecatio risulta quasi sempre poco appagante. Ma leggendo il libro della dott.ssa Di Fazio -Mangiar bene per sconfiggere il male - ho messo in pratica un suo consiglio che, al momento mi ha fatto riscoprire la magnificenza di una sana seduta, arrivando anche ad apprezzare il celeberrimo “buco-fondo tazza” inducente quasi ad apporre un fiocco colorato alla porta del bagno, visto le dimensioni. Il consiglio? Un semplice mezzo bicchiere di acqua tiepida con spremuto dentro mezzo limone da bere alla mattina, appena sveglio a stomaco vuoto, che potrebbe far pensare ad un topico momento d’acidità, in realtà un fattore alcalizzante. Provatelo! E buona seduta!

In effetti...



“Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi!” (cit.)

sabato 15 dicembre 2018

Questo sì che è un bel dire!


Parole sante, parole d’oro, effervescenti, fendenti, spade a due tagli, provvide, inoppugnabili e, soprattutto, fotografanti al meglio la grottesca situazione europea generata da un’immonda politica elitaria.

sabato 15/12/2018
Caro Moscovici, il gilet giallo non è una moda

di Veronica Gentili

Quando Pierre Moscovici, vestendo i panni un po’ lisi del commissario europeo agli Affari economici, annuncia che la sua Francia è autorizzata a sforare il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil purché lo sforamento non si protragga per due anni consecutivi, non fa soltanto il partigiano del suo Paese in campagna elettorale dalla parte dei suoi vecchi amici. Compie anche un tragico errore. Non mi riferisco all’assist fornito al governo italiano per lamentare come la Commissione faccia figli e figliastri: a quello sta già pensando un’opinione pubblica inviperita nei confronti dei presunti favoritismi di un’istituzione traballante, confusa e incoerente, che non perde occasione per mostrarsi inadeguata.

Il principale inciampo sta proprio nella postilla con cui il commissario ha tentato di mettersi a riparo dalle accuse di parzialità sciovinista: “Se ci riferiamo alle regole, oltrepassare questo limite (del 3 per cento, ndr) può essere preso in considerazione in modo limitato, temporaneo, eccezionale”: nell’idea che quanto si sta verificando in Francia sia ascrivibile alla categoria degli eventi eccezionali risiede l’immagine della “rimozione” con cui buona parte della politica attuale si rapporta alle trasformazioni della società che la circonda. La rimozione “è un processo inconscio che consente di escludere dalla coscienza determinate rappresentazioni connesse a una pulsione il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche” (Umberto Galimberti, Nuovo dizionario di Psicologia): la pulsione che Moscovici e molti suoi sodali – consapevoli o meno: vedi alla voce Matteo Renzi, Emmanuel Macron, Hillary Clinton e buona parte dei leader democratici – “escludono dalla loro coscienza” è la consapevolezza del fallimento del capitalismo nelle sue ultime sembianze di globalizzazione e l’ammissione di aver creato disuguaglianze talmente marcate da non poter essere tamponate con bonus o misure una tantum. Credere che la protesta francese possa essere ridotta a un evento passeggero, risolvibile con qualche decimale di deficit in più nel 2019, nell’attesa che il sole del neoliberismo torni a scaldare l’Europa e che i gilet gialli lascino il posto alle camicie bianche di una nuova generazione di leader pseudo-riformisti che calchino le orme dei Renzi, dei Sanchez e dei Valls (chi era costui?), equivale a continuare a suonare l’orchestrina mentre il Titanic va a schiantarsi contro la punta dell’iceberg. Purtroppo però, per politici come Macron o Moscovici, le “altre esigenze psichiche” che li costringono a rimuovere l’inizio di una crisi permanente delle democrazie occidentali per come si sono strutturate negli ultimi decenni, hanno a che fare con la loro stessa sopravvivenza politica. Mentre nel discorso alla Nazione infuocata, Monsieur le Président può permettersi di mostrarsi pentito e di promettere dieci miliardi di misure di spesa sociale, contando anche sull’acquiescenza di istituzioni europee che versano in una situazione non troppo dissimile dalla sua, quello che non può permettersi di fare è negare i paradigmi che hanno contraddistinto la sua stessa esistenza politica e che potrebbero essere negati solo nell’incipit di un discorso di dimissioni.

È in questa ipocrisia della transitorietà, della circoscrizione del fenomeno a fase passeggera e prontamente risolvibile, che va ricercata la ragione dei favoritismi di Moscovici e degli altri commissari nei confronti della Francia di Macron rispetto all’Italia giallo-verde, colpevole invece di aver gridato anzitempo che il re era nudo e non indossava nemmeno un gilet giallo.