sabato 3 novembre 2018

Nell'occhio dell'allocco


Agevolati dalla stampa solona, quella per intenderci che fino a non molto tempo fa sparava cartucce contro prescrizioni ed affini, che in nome della giustizia celere ha bonificato personaggi come il gobbaccio, che qui in Alloccalia si crede uscito pulito dal processo per mafia, cosa falsa per via appunto della santa prescrizione, o di Verdini pluripregiudicato o del monarca al tempo del Puttanesimo, o dei signori del fuoco di Viareggio che a breve se la passeranno liscia per l'assassinio di massa al tempo del deragliamento del treno; agevolati e storditi appunto da questo molti hanno perso bussola ed orientamento tanto incattiviti a spulciare nel M5S al fine di abbacinarsi con molteplici dita, tralasciando le lune formanti una dignità oramai dimenticata in questo paese in mano a bande predatorie. 
Guardano il capello, lo sezionano in molteplici parti, come se prima avesse governato il non plus ultra della democrazia, con il Cazzaro Ebetino in prima linea adulato dalla corte delle madie, delle boschi, degli orfini. Emulsionati dai giornaloni di proprietà imprenditoriale, non colgono il tentativo di portare una ventata di aria fresca dentro i meandri pullulanti di mestieranti, capaci di trasformare il diritto in un'accozzaglia di leggine tendenti all'unisono a fargli evitare la galera. In queste ore si tenta, forse con troppa spregiudicatezza, di varare una semplice norma, un banalissimo concetto visto come fumo negli occhi da chi protegge i molteplici malfattori aurei presenti in queste tristi lande: chi evade andrà in galera. Novanta, cento miliardi all'anno vengono occultati, da decenni, contribuendo ad innalzare le tasse ai poveri coglioni che subiscono il prelievo alla fonte. Tutti i governi precedenti non hanno mai fatto nulla al riguardo. E' un dato di fatto incontrovertibile. Per imposizione, per amicizia, per utilità nessuno dal reuccio dell'evasione meneghino, al pifferaio imbolsito, al silente Letta, al ridanciano ad impulsi Gently, nessuno ha operato per contrastare il ratto annuale ben orchestrato da stuoli di saccenti tecnofinanziari. Adesso che i vituperati, i presi di mira sapientemente, scientemente, parlamentari del movimento tentano, per la prima volta di mettere nero su bianco una norma tanto semplice quanto pericolosa per i briganti, apriti cielo! Sciocchi, inutili, senza onestà per via dei presunti condoni, detta da chi ne ha sempre fatti, proteggendo le sterminate ricchezze dello zio puttaniere del Grullo, non può che essere un complimento; lestofanti, idioti, pagliacci: sono gli epiteti volanti verso Di Maio da parte di chi, governando Roma non si è mai accorto dei loschi affari di molti con la mafia. 

Questi immacolati, saccenti che si permettono d'insultare senza pietà, ammettiamolo, inetti inesperti, chi sono e da dove vengono? Sono coloro che in epoche non lontane spogliarono la tv di stato per compiacere l'avidità olimpica del loro amichetto proprietario da sempre, e mai contrastato da nessuno, di tv nazionali. Sono quelli che affossarono l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che fecero una blasfema legge occupazionale, anticamera per uno schiavismo 2.0. Sono quelli che destituirono uno dei pochi sindaci per bene della capitale, andando dal notaio. Sono quelli che fecero una legge elettorale capestro da stato dittatoriale sudamericano, sperando di convolare a nozze eterne con il principe del male. Ed ora che qualcuno tenta di mandare in galera gli evasori, eccoli confondere, mistificare, rintronare la pubblica opinione per bloccare l'ardito emendamento. Sono arrivati persino a cercare la sponda salviniana pur di fermare un ritorno alla legalità, alla giustizia, al senso comune di appartenenza sociale. E quello che spiace di più è che molti allocchi si stiano facendo ammaliare come non mai, quasi fossero degli orfini.

Solo contro le canaglie


sabato 03/11/2018
Il Ladrometro

di Marco Travaglio

“In Italia – diceva Ennio Flaiano – l’unica vera rivoluzione sarebbe una legge uguale per tutti”. Bene, quella rivoluzione non è mai stata tanto vicina quanto oggi. È racchiusa in due emendamenti aggiunti dal ministro Alfonso Bonafede al suo ddl Anticorruzione (o Spazzacorrotti”): prescrizione dei reati bloccata con la sentenza di primo grado e carcere vero per chi evade o froda il fisco (con pene più alte e soglie di impunità più basse). Quando i 5Stelle si sedettero al tavolo con la Lega per stipulare il Contratto, dopo lo sciagurato Aventino del Pd, il Fatto pubblicò un decalogo con le 10 norme che ritenevamo imprescindibili per giustificare un “governo del cambiamento”. In cima alla lista c’erano l’anticorruzione con gli agenti infiltrati e i premi ai pentiti; la totale trasparenza sui soldi ai partiti, ora schermati da fondazioni e onlus; il blocco della prescrizione; la galera per evasori e frodatori. Quattro grimaldelli indispensabili per scardinare il Patto dell’Impunità che regge da sempre la classe dirigente più criminale del mondo libero: cioè la nostra.

Quattro bombe atomiche in grado di spazzare via per sempre la Costituzione materiale e occulta che garantisce a lorsignori, nell’ordine, che: a) i loro reati non verranno scoperti (niente denunce, né pentiti, né intercettazioni, né custodia cautelare, né obbligo di dichiarare i finanziatori, dunque zero indagini); b) anche se verranno scoperti, non saranno puniti (prescrizione garantita, dunque zero condanne); c) anche se verranno puniti, sarà per finta, cioè il carcere non lo vedranno neppure in cartolina (per i pochi sfigati che si beccano una condanna, le pene sono risibili e comunque scontabili comodamente a casa propria o ai servizi sociali). Ergo, per i ricchi e i potenti, delinquere conviene. Ora il ddl Bonafede smantella uno per uno i tre pilastri dell’impunità: a) con gli infiltrati e i pentiti, sarà più facile scoprire le tangenti e, con le intercettazioni e la custodia cautelare (oggi impossibili per le soglie di impunità troppo alte e le pene troppo basse), anche le evasioni e le frodi; b) con la prescrizione bloccata dopo il primo grado, basterà fare indagini, udienza preliminare e primo processo entro 5 o 7 anni e mezzo (a seconda del reato) e poi nessuno avrà più interesse a tirare in lungo per arrivare alla prescrizione in appello o in Cassazione, perché la sentenza di merito definitiva arriverà comunque (innocenti assolti e colpevoli condannati, nessun pareggio); c) alzando le pene, abbassando le soglie, agevolando la scoperta dei reati e impedendo la morte dei processi, sarà molto più concreto il rischio di finire in galera.

Sia prima del giudizio (custodia cautelare) sia dopo (espiazione pena). Con forti effetti dissuasivi su chi oggi delinque perché non rischia nulla, salvo la parcella dell’avvocato. E con due formidabili effetti collaterali. 1) Ridurre la corruzione e l’evasione significa recuperare decine di miliardi, da usare per redistribuire la ricchezza agli onesti, anziché ai ladri. 2) Oggi al colpevole conviene allungare il brodo con ogni sorta di cavilli, soprattutto se può pagarsi per anni un legale. Dunque sceglie il dibattimento e si fa tutti e tre i gradi di giudizio puntando tutto sulla prescrizione e contribuendo all’intasamento della macchina giudiziaria. Se invece la prescrizione diventa una chimera, perché ogni processo che inizia arriva alla fine, il colpevole ha tutto l’interesse a patteggiare o a scegliere il rito abbreviato per incassare lo sconto di pena, deflazionando il contenzioso e contribuendo a decelerare anche i processi degli altri.

Secondo voi, chi può opporsi a questo circolo virtuoso? Non certo gli innocenti e gli onesti, che hanno tutto da guadagnarvi. Ma la lobby dei colpevoli e dei loro avvocati, che hanno tutto da perdervi. E sono legione, una potentissima legione che trova nei giornaloni (persino Repubblica ora difende la prescrizione, dopo anni di campagne contro l’ex Cirielli) la sua cassa di risonanza e in Salvini il suo santo patrono e protettore. La Lega non solo osteggia la blocca-prescrizione e nicchia sulle manette agli evasori, in barba al Contratto di governo e in perfetta sintonia con FI&Pd; ma presenta pure un emendamento alla Spazzacorrotti che neutralizza la norma Bonafede sulla trasparenza dei partiti e perpetua l’anonimato sulle “donazioni” private (cioè le tangenti mascherate) anche dall’estero a fondazioni e onlus legate ai partiti (tipo la leghista Più Voci e i suoi strani giri col Lussemburgo). Quella che si sta giocando in queste ore è una partita decisiva, anzi mortale: non per il governo giallo-verde, di cui non ci importa un bel nulla; ma per la rivoluzione della legge uguale per tutti, che aiuterebbe l’Italia a ridurre il vero e unico spread davvero preoccupante (non quello dei titoli di Stato, che va e viene, ma quello della illegalità delle classi dirigenti, che ci vede sempre primi). Per carità, parliamo pure dei decimali di deficit-Pil e dei rigurgiti di fascismo, che vanno sempre combattuti. Ma, più che il Fascistometro, servirebbe il Ladrometro. In queste ore il sistema marcio che ci ha portati alla bancarotta si gioca tutto. Se il Partito Trasversale dell’Impunità, nascosto nella pancia del cavallo di Troia leghista, riuscirà a respingere quelle quattro norme (corruzione, evasione, trasparenza, prescrizione), avrà vinto e continuerà a derubarci in saecula saeculorum. Se invece i 5Stelle, grazie alla congiunzione astrale irripetibile che li vede a Palazzo Chigi da posizioni di forza, riusciranno a trascinare la Lega ad approvare quelle quattro norme, a costo di minacciare la caduta del governo, avranno reso il miglior servizio al Paese di questi vent’anni. Fosse pure l’ultima cosa che fanno prima di sparire, le persone perbene gliene saranno grate.

giovedì 1 novembre 2018

Nulla in merito


No non dirò niente su Portofino. Non dirò nulla sugli alberi abbattuti sulla strada che porta al Faro, tra le quattro, non cinque né sei, solo quattro ville di Dolce e Gabbana. Non uscirà nulla dalla mia bocca sui gioielli finiti in Piazzetta dopo che i marosi hanno sfondato i cristalli blindati di Goldfovever in Calata Marconi. Nulla proferirò sulle bottiglie di champagne e Brunello trascinate in mare assieme al foie gras dalla furia del vento, strappandole all'Enoteca. E neppure una sillaba mi uscirà dal sentire già le nenie degli orafi travestiti da commercianti le cui giaculatorie inondano le nostre gote di lacrime allorché proferiscono "Se non siamo pronti per Pasqua sarebbe la fine." 
Nulla di nulla, anche se la voglia sarebbe infinita.

Sano sarcasmo


giovedì 01/11/2018
La farsa degli equivoci

di Marco Travaglio

Appassionati come siamo del teatro dell’assurdo alla Ionesco, ma anche del vaudeville francese della commedia degli equivoci, non potevamo non perdere la testa per il caso Consip. E non vediamo l’ora che cominci il processo, che si annuncia quantomai esilarante. Merito degl’impagabili sceneggiatori della Procura di Roma, eredi naturali della grande tradizione dei Flaiano, Zavattini, Age e Scarpelli. Il protagonista assoluto è un giovanotto di belle speranze di Scandicci: Carlo Russo, 33 anni all’epoca dei fatti, “imprenditore” collezionista di fiaschi (dal centro benessere subito chiuso alla vendita di medicine a domicilio, con denunce per truffa da alcuni farmacisti). Berlusconiano in gioventù, poi renziano dopo l’incontro della vita: quello con Tiziano Renzi, che fa da padrino al battesimo di suo figlio e che lui accompagna nei pellegrinaggi a Medjugorje. Voi direte: uno sfigato che si arrabatta tra un fiasco e l’altro. E invece no: Carletto Russo da Scandicci è un genio degli affari, un gigante della finanza, un drago delle pr. Fra il 2015 e il 2016 diventa intimo di Alfredo Romeo, grande imprenditore napoletano del global service che fa miliardi servendo i più alti vertici della Pubblica amministrazione.

Romeo vuol conoscere Tiziano Renzi e Carlo glielo presenta in un bar di Firenze. Romeo vuole farsi amico il nuovo ad di Consip Luigi Marroni ed entrare nell’appalto più grande d’Europa (roba da 2,7 miliardi) e Carletto si attiva. In cambio, l’imprenditore gli promette 2.500 euro al mese per lui (e poi 100 mila euro in una botta sola) e per Tiziano Renzi (30 mila euro al mese) perché crede ingenuamente che Carletto abbia dietro il babbo del premier. Sulla parola, senza neppure alzare il telefono per controllare, prima di metter mano al portafogli. Figurarsi la sorpresa nello scoprire dalla Procura che Russo era un volgare “millantatore” e “impostore”: non agiva per conto di Tiziano, ignaro dei suoi traffici su Consip, anche se a Marroni l’ha “presentato” e “raccomandato” lui; anzi prometteva di intercedere con Marroni per far vincere Romeo, e invece perorava la causa dei suoi concorrenti. “E io pago!”, direbbe Totò. Russo promette a Romeo di raccomandarlo presso l’Inps e infatti gliene porta a domicilio la direttrice generale del Patrimonio, Daniela Becchini. Così Romeo si convince che conti parecchio, grazie alla Family di Rignano: invece è solo un millantatore che riesce ad abbindolare pure l’alta dirigente Inps. Romeo vuole appalti da Grandi Stazioni Rail. E Carletto che fa? Ne incontra l’ad Silvio Gizzi, non una, ma 10 volte.

E proprio sui dettagli dell’appalto Grandi Stazioni s’informa Romeo telefonando alla segretaria mentre sta incontrando o subito dopo aver incontrato Tiziano e Carletto al bar. Ma è solo un’altra coincidenza, infatti i pm quella telefonata non la citano neppure. Ammettono che Tiziano è bugiardo, ma non si domandano che interesse avrebbe a negare di aver visto Romeo, se non ha fatto nulla di illecito per lui. La verità vera è che tutta l’Italia che conta è irresistibilmente attratta dal galoppino di Scandicci: ma per il suo fascino magnetico, non certo perché lo mandi il genitore del premier. Carletto incontra pure il governatore Pd della Puglia Michele Emiliano, per annunciargli una visita di babbo Tiziano, che spera in un aiuto per un affare immobiliare, e si presenta come rappresentante dei Renzi e del Giglio Magico. Emiliano è l’unico personaggio della nostra commedia a domandarsi: ma questo Russo sarà mica un millantatore? E gira la domanda a Lotti: “Conosci un certo Carlo Russo che sta venendo a Bari a ‘sostenermi’ dicendo che è amico tuo e di Maria Elena Boschi?”. Il sottosegretario non ha dubbi: “Lo conosciamo. Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo”. Nemmeno Lotti, poveretto, sa che Russo è un impostore (infatti i suoi scambi di sms con Emiliano vengono ignorati dai pm). E neanche il tesoriere Pd Francesco Bonifazi, che si fa mandare via email dal millantatore un piano dettagliato per salvare l’Unità coi soldi della sua preda preferita (il solito Romeo).

Un brutto giorno la Procura di Napoli si accorge di tutti quei traffici e, ingenuamente, crede a quel che vede. Malfidati come sono, i pm Woodcock e Carrano ipotizzano financo che Russo stia commettendo reati in nome e per conto del padre del premier che l’ha raccomandato a Marroni e ha incontrato Romeo. Partono indagini e intercettazioni. Ed ecco il colpo di scena: nel dicembre 2016 i sospettati dello scandalo, avvertiti da un uccellino, smettono di parlarsi. Marroni fa persino rimuovere le microspie dagli uffici Consip. Chi li ha informati? Marroni lo dice subito al Noe: il ministro Lotti; il consulente renziano e presidente di Publiacqua Vannoni; il comandante dell’Arma, Del Sette; e il capo dei carabinieri tosco-emiliani Saltalamacchia. Ora i pm confermano la quadrupla fuga di notizie istituzionale per “aiutare gli indagati a eludere le investigazioni”. Quali indagati? L’unico che vogliono processare per gli appalti Consip: Russo. Non certo Marroni, mai indagato. Né Tiziano o Romeo, vittime innocenti delle millanterie di Carletto. Il finale dovete sceglierlo voi, ma delle due l’una. Del Sette, Saltalamacchia, Lotti e Vannoni si rovinano la carriera e la reputazione con quella soffiata per salvare dai guai non Renzi padre e dunque figlio, ma Carlo Russo da Scandicci perché: a) è un genio del male e ha fregato pure loro; b) sanno benissimo che lo manda Tiziano, ma non sanno che Tiziano è innocente; anzi, più malfidati dei pm, lo credono addirittura colpevole. In ogni caso, risate a crepapelle.

mercoledì 31 ottobre 2018

Passa



Sic transit gloria mundi (yatch Suegno di Piersilvio Berlusconi)

L'insostenibile leggerezza del giglio


Ma si, che gliene frega a codesti signori della poltrona, se in questo deturpato paese non esista una sana e democratica opposizione capace di riportare i tanti sbandati al potere, inconcepibilmente ancora non scafati, verso una più sana e giusta rotta! 
Che gli importa agli amichetti del nefasto e neo documentarista, al tempo signore nell'Era del Ballismo, del rinnovamento di un partito una volta, molto tempo fa, rifugio e riferimento per la mai non vinta battaglia contro i soprusi sociali? 
Zingaretti potrebbe essere il nuovo, il rinnovamento? Ne dubito, ma sarebbe sicuramente la parola fine all'accozzaglia gigliata, distruttrice di ideali, di tematiche tramandata dagli antichi padri della vera e sinergica sinistra. 
Siccome però i perdenti, gli stracciati, i disarcionati facenti capo al Pifferaio oramai non solo più magico, ma anche insufflante tenerezza vista la sparizione mediatica, non ci pensano proprio a togliere il disturbo per un medicamentoso, per loro e per noi, anonimato eterno, ecco arrivare l'idea mefitica di candidare sia Minniti che il povero Martina al fine di non far raggiungere il 50% a Zingaretti e delegare, secondo statuto, all'assemblea nazionale, in pratica il parco voti attuale della compagine politica, l'elezione del futuro segretario del partito. E la suddetta assemblea ad oggi è controllata ancora, misteriosamente, dai cosiddetti renziani. 
Chiaro e limpido quindi che a questi poltronieri, a questi ansimanti il tanto amato potere, non freghi un'emerita ceppa del bene del partito e, conseguentemente, del paese. A loro importa solo non mollare, non sparire, a costo della fine di un simbolo della sinistra. Pensano, per via della loro illuminante Leopolda, di poter ritornare in tolda, Madie e Boschi comprese, per il bene loro e la fine della speranza democratica, dal sapore prettamente orfiniano.  

Reazione


Ho consumato una confezione di Pevaryl nel sentire Rosato in parlamento ragliare contro i presunti condoni del decreto. Lui e il suo partito che redarguiscono gli altri in merito ai condoni! Come se la mummia pregiudicata, amicone del Bomba, si scagliasse contro la prostituzione d’alto bordo! Da infiammare le gonadi appunto!