martedì 3 luglio 2018

Sinistra travagliata


martedì 03/07/2018
I fascisti rossi

di Marco Travaglio

In attesa di studiare nel dettaglio il primo decreto del governo Conte, battezzato “Dignità” dal vicepremier Di Maio e varato ieri dal Consiglio dei ministri, abbiamo già la netta sensazione che contenga qualcosa di buono. Infatti, prim’ancora di vedere la luce, ha già registrato l’ostilità, nell’ordine, di: Confindustria cioè Pd renziano e calendiano, Mediaset cioè Forza Italia, aziende schiaviste che sfruttano i rider, lobby biscazziera e Giornale Unico Rosicante. Quando hai contro tanta bella gente, sorge il sospetto che tu abbia ragione. Se poi ti vengono addosso anche Giuliano Cazzola, che addita al pubblico ludibrio le pericolose analogie fra alcuni passi del decreto e alcune proposte della Fiom-Cgil (manco fosse Cosa Nostra), e il Giornale di Sallusti, che scova con raccapriccio fra i consiglieri di Di Maio economisti di sinistra come Alleva e Tridico (manco fossero Riina e Provenzano), il sospetto diventa certezza.

Mettetevi nei panni dei tromboni che da un mese ripetono in Italia e in Europa che questo è “il governo più di destra della storia repubblicana”, con evidenti parentele fasciste o forse naziste (invece i tre governi Berlusconi-Fini-Lega, il Monti-Fornero-Passera, il Letta-Berlusconi e il Renzi-Verdini-Alfano erano figli della Terza Internazionale). Ora sarà un’impresa spiegare che il primo decreto del rinato Partito Nazionale Fascista è quanto di più a sinistra si sia visto da decenni. Nessuna rivoluzione, per carità. Ma è tutto relativo, visto chi c’era prima. Qualche esempio. 1) Chi “delocalizza”, cioè prende i soldi dallo Stato, poi licenzia tutti e scappa con l’azienda all’estero, pagherà multe da 2 a 4 volte il beneficio pubblico, che poi restituirà con gl’interessi. 2) Contro la piaga della ludopatia, che prosciuga interi patrimoni, sono vietate le pubblicità e le sponsorizzazioni del gioco d’azzardo, pena multe salatissime. 3) Per i contratti di lavoro iperprecari “di somministrazione” a tempo determinato, valgono le regole degli altri contratti a scadenza: non più di 4 proroghe, per non più di 36 mesi. 4) I contratti a termine potranno durare 12 mesi, poi per rinnovarli (per soli altri 12) bisognerà indicare causali credibili, e con un piccolo costo in più per le imprese. 5) Fuori decreto, si lavora a un contratto collettivo nazionale per i lavoratori senza tutele del “food delivery” (il cibo a domicilio). E, fondi permettendo, al reddito di cittadinanza per chi cerca impiego e fa 8 ore settimanali di lavori socialmente utili.

Scavalcato a sinistra (ci voleva poco) da Di Maio, fra i pop-corn e la mega-villa, il povero (si fa per dire) Renzi schiuma di rabbia.

Ed estrae dal vecchio cilindro il solito coniglio ormai frusto e spelacchiato: il “milione di posti di lavoro” del suo Jobs Act, che in realtà produsse meno nuovi occupati (ammesso e non concesso che siano i governi a produrli) di quando non c’era, sperperando una dozzina di miliardi in incentivi alle imprese. E spaccia per un trionfo gli ultimi penosi dati Istat sull’occupazione, che sembra aumentare perché crescono coloro che un lavoro non lo cercano neppure più e quelli che fanno lavoretti una volta ogni tanto: un’impietosa fotografia di quel che è diventata la cosiddetta “sinistra” in Italia, non a caso morta e sepolta il 4 marzo a vantaggio dei 5 Stelle e della Lega. Prendiamo solo il punto 2) del decreto Dignità, che taglia le gambe alla lobby del gioco d’azzardo: voi l’avete mai sentito proporre da un leader della cosiddetta sinistra? Magari non da Renzi o da Calenda, che stanno alla sinistra come B. alla legalità; ma almeno dalle buonanime di Pisapia e Boldrini? Vado a memoria, ma ricordo tre soli soggetti che da anni battono su quel tasto: uno è il Fatto, che fin dalla fondazione ha dedicato decine di articoli alla mega-evasione da 98 miliardi dei concessionari di slot machine, sempre condonata da tutti i governi di destra e di sinistra, e alla piovra dei biscazzieri che fino all’altroieri faceva il bello e il cattivo tempo in Parlamento sotto ogni maggioranza, ottenendo licenze à go-go, sgravi fiscali e regalini in cambio di finanziamenti e/o mazzette; la Chiesa, che alla ludopatia ha dedicato denunce e campagne su Avvenire; e Beppe Grillo, che combatte su questo fronte da quando aveva solo qualche palco e un blog (al V-Day di Bologna, nel 2007, invitò a parlarne il nostro Ferruccio Sansa).

Ovviamente proibire le pubblicità, gli spot e le sponsorizzazioni di bische, slot machine, grattae(mai)vinci e tutti gli altri buchi neri che inghiottono milioni di disperati in cerca di riscatto, equiparando il gioco d’azzardo ad altre dipendenze tipo fumo, alcol e droga, significa attirarsi addosso una spaventosa potenza di fuoco e di denaro. Non solo Mediaset, che perderà un bel po’ di inserzionisti e infatti lacrima come una vite tagliata con gli occhi di quel che resta di FI e di Sallusti. Ma anche i padroni della serie A di calcio, tutte brave persone che nuotano nei miliardi e piangono miseria per la dipartita dei bookmaker. Al pianto greco si associa, in gramaglie, Il Messaggero: “Calcio senza scommesse, in rivolta i club di serie A”. Così come, per le annunciate misure sociali per i più deboli, dal reddito di cittadinanza al salario minimo, si dispera La Stampa: “Di Maio vira a sinistra. Ora vuole triplicare il reddito di inclusione. E si affida a tre esperti con un solido pedigree ‘rosso’”. Oddio, signora mia, tornano i “rossi”: era dai tempi di Valletta quando la Fiat era “La Feroce” perché maltrattava e spiava i lavoratori e La Stampa “La Busiarda” perché non lo raccontava, che non si leggevano simili Madeleine. Ancora un po’ di pazienza, poi i cosacchi abbevereranno i cavalli alla fontana di San Pietro. E, ad aprirgli le porte, saranno i famosi fascisti del governo Conte.

lunedì 2 luglio 2018

Ne mancano solo 174


Quando iniziai a sproloquiare via web su questo blog, mai avrei immaginato di arrivare, come oggi, a 174 visite da un traguardo incredibile, indicibile, inaudito: le centomila visite! 
Eppure nel leggere il contatore, la realtà sta superando la fantasia! Forse a volte stufo, altre ripeto, in alcuni momenti ho trasmesso pure l'infantile, cronica ed infantile incazzatura. 
Ma, come ben sapete, non ho mai messo pubblicità, non ho nessuno che mi aiuta, non ho neppure un fine economico. Ho solo voglia d'esternarvi quello che al momento mi passa in cervice. 
Molti amici mi spronano a scrivere qualcosa di più serio, magari un libro. Mi mancano, credo, i fondamentali che sono: attenzione, applicazione, devozione e sacrificio. O meglio: magari li ho, ma stento a riconoscerli. Sono convinto che vi sia un particolare, che a volte trascuro, che dovrebbe convincermi a iniziare la stesura di un opera omnia: quando scrivo entro, di soppiatto, dentro ad un mondo fatato che m'estrania dal resto. Come se non fossi più io; come un abbraccio tenero e delicato che mi porta a volare di fantasia. E ancora: sento un impeto dentro di me ogniqualvolta mi viene in mente una traccia da seguire, da ampliare, affascinandomi. 
Centomila! E chi l'avrebbe detto! 
Già che ci sono vi svelo un segreto: ho in mente da un paio d'anni di farmi un sito tutto mio. Chissà che non trovi coraggio e pazienza per buttarmi in questa avventura. 
Oh, naturalmente vi avviserei! 
Un bacio sulla fronte a tutte. E a tutti! 

domenica 1 luglio 2018

Travaglio


domenica 01/07/2018
Meglio di niente

di Marco Travaglio

Ma abbiamo vinto o abbiamo perso? In una politica ridotta a derby calcistico, che scambia il vertice europeo per una partita dei mondiali, è impossibile ragionare. Da un lato ci sono i tifosi del Pd&FI, ormai unificate nella squadra degli scapoli, con le loro grancasse di Repubblica, Stampa, Giornale e Libero, che esultano per la tremenda sconfitta di Conte (“un pollo” che si è fatto “prendere per il culo”) e l’isolamento dell’Italia populista”. Dall’altra ci sono grillini e leghisti che spacciano la campagna di Bruxelles come una marcia trionfale del premier (“vittoria al 70” o forse “all’80”) e Macron come il vero “clandestino” respinto al mittente. La verità sta nel mezzo: Conte non ha vinto né al 70 né all’80%, ma non è neppure stato sconfitto, isolato e raggirato. Ha combattuto con stile pragmatico, ha usato bene il potere di veto sulle conclusioni del vertice, che giovedì non contenevano nemmeno un accenno ai migranti per mancanza di accordo, e invece venerdì hanno prodotto sul tema 12 punti di sintesi fra le posizioni molto diverse dei 27 Stati membri. Punti in parte vaghi, in parte contraddittori, in parte precisi. Ma un passo in avanti sia sulle previsioni nere della vigilia (nessun accordo) sia sullo zero assoluto raccolto dai governi precedenti: quelli bravi, competenti, non populisti. Fino all’altroieri i cosiddetti premier, da B. a Letta, da Renzi a Gentiloni, partivano per Bruxelles annunciando fuoco e fiamme, sfracelli e pugni sul tavolo. Poi arrivavano lì e, come Fantozzi davanti all’ufficio del megadirettore galattico, non osavano neppure bussare alla porta (“non ho le mani…”). Non aprivano bocca, firmavano tutto e sorridevano sculettanti nella foto di gruppo finale. Poi tornavano in patria e allargavano le braccia: è andata così, sarà per la prossima volta. Che ora a criticare Conte siano proprio loro – quelli che hanno impiccato l’Italia, allora sì isolata e ignorata, ai patti suicidi di Dublino e all’impegno di fare tutto da soli in cambio di “flessibilità” da sprecare in mance elettorali – è comico (mentre il Pd parla di fallimento, il Partito socialista europeo di cui i dem fanno parte esulta per il successo). Anche perché, rispetto al loro nulla, qualcosa Conte l’ha portato a casa.

1. Nella dichiarazione finale, per la prima volta, anche paesi del Nord Europa riconoscono che il flusso migratorio dall’Africa va affrontato non più dai singoli Stati, ma da tutta l’Ue in modo “globale”, con investimenti per evitare tragedie umanitarie e sociali. Il primo di 500 milioni è ridicolo. Si vedrà se ne seguiranno di più seri e se l’impegno – messo per la prima volta nero su bianco dai 27 - di rivedere Dublino sarà mantenuto.

2. I centri di accoglienza e identificazione per l’esame delle richieste d’asilo (hotspot), finora riservati in esclusiva ai paesi di sbarco (Italia, Spagna e Grecia), potranno essere creati anche negli altri stati Ue. Solo su base “volontaria”, è vero: ma finora non erano proprio previsti. E Macron mente quando dice che non sono contemplati in Francia e negli altri paesi di secondo approdo: l’accordo parla di “territorio dell’Ue”, senza distinzioni. Se poi gli hotspot continueranno a sorgere solo nei paesi di primo approdo e in nessun altro, tipo la Francia del maestrino Macron, cadrà la maschera di chi finora si trincerava dietro gli accordi di Dublino per non fare nulla e darci pure lezioni. Nessuno potrà più fare contemporaneamente il Salvini o l’Orbàn a casa sua e l’accogliente coi porti degli altri.

3. Passa il principio, importantissimo, della “esternalizzazione” degli approdi dei migranti: si dovranno convincere paesi che aspirano a entrare nella Ue (come Albania e Kosovo) o a più aiuti europei (Marocco, Algeria, Tunisia e anche Libia) ad accogliere temporaneamente i naufraghi salvati in mare in strutture necessarie a selezionare le domande di asilo, sotto il controllo dell’Ue e dell’Onu. Impresa complicata, ma decisiva per suddividere il peso delle prossime ondate migratorie ed evitare le chiusure dei porti finora aperti, dall’Italia alla Spagna a Malta.

4. Dopo l’accordo, il governo Conte potrà prendere subito due iniziative d’intesa con l’Ue: stanziare fondi per acquistare nuove motovedette per la Guardia costiera libica, che sarà addestrata da un nuovo, piccolo contingente di militari italiani e non dovrà più essere “ostacolata” né aggirata da navi private (come quelle delle pur benemerite Ong); e incontrare il premier libico al Sarraj per dialogare direttamente con Tripoli senza più le interferenze di Macron, schiacciato sul pericolante generale Haftar che regna su Bengasi. Se Salvini ha sbagliato a chiedere a Tripoli di aprire lì gli hotspot, ora la Farnesina proverà a convincere la Libia ad accettare fondi europei per migliorare la condizione dei campi Onu già esistenti e aprire nuovi uffici sotto la bandiera Ue per gestire le richieste di asilo. Su 10 richiedenti, solo 1 ne ha diritto. E ai migranti “economici”, che non possono entrare in Europa, sarà offerto il rimpatrio “volontario” assistito (un nigeriano che ha speso 5mila dollari per arrivare in Libia, ne avrà 7-8 mila per tornare in Nigeria su aerei pagati dall’Ue). Un principio di difficile applicazione, ma ormai accettato dai partner europei e dunque praticabile, diversamente da prima. Non è poco, viste le iniziali chiusure del gruppo di Visegrad (Ungheria & C.) e di Macron ben nascosto lì dietro.

5. Se qualcuno è stato raggirato, non è l’Italia, ma Spagna e Grecia, che han firmato accordi bilaterali con la Germania per riprendersi i migranti “secondari” senza garanzie sulla ripartizione dei “primari”. Conte, diversamente da Tsipras e Sanchez, l’accordo separato con la Merkel ha rifiutato di siglarlo.

È sempre troppo poco. Ma meglio del niente di prima.

sabato 30 giugno 2018

Che ne dite?


Aveva macchiato per l’ennesima volta la fu intonsa camicia, stirata con devozione dalla cara mamma anziana. Pur essendo particolarmente solitario, nella sera di quel giorno maledetto, o benedetto a seconda del punto di vista, sarebbe dovuto andare a cena con un’amica, l’unica che ancora lo reggeva psicologicamente.
Anni avanzati come piatti lasciati a mosche su un lavello indegno; da quando si era separato, non era più stato brioso e, per il solo fatto che avvertisse questo cambiamento, lui che mai in vita sua aveva ceduto di un millimetro, confermava a sé stesso la perdita delle prerogative che gli permettevano, un tempo, di essere ammirato e ricercato nella sfera di amicizie: una cena, una serata in qualche bel locale, una corsa in moto sulla spiaggia attendendo l’alba, tutte occasioni speciali nelle quali gli altri vi partecipavano dietro condizione, la certezza della sua presenza.
Ogni qualvolta l’ansia, i dubbi, l’apatia gli si sedevano innanzi, lasciava quella realtà divenuta amara per entrare nel mondo fatato, edulcorato, innaffiato di cui aveva da sempre le chiavi aprenti e depressurizzanti la crescente inappetenza ai colori del presente. Ecco che riapparivano quasi intonsi la soggiacente filmografia dei tempi eroici, dei topici abbracci con la salinità effervescente che ogni individuo ansima a gustare, mercificandola. Apparivano allora visi di fate, lucentezze di corpi trasudanti sensualità, scorribande senza meta, fluorescenze capziose, urticanti spasmi in pectore, riprendenti pian piano vigore, mentre particolari insignificanti si trasformavano via via in pietre miliari.
S’interrogava spesso sulla bontà di questo suo estraniarsi, senza riuscire ad ottenere risposta. Spostava allora l’attenzione su problemi creati per l’occasione, non volendo ascoltare null’altro dalla sua instabile e perniciosa coscienza. A volte contava il tempo, liofilizzandolo per non avvertirne il peso smodato, l’assenza di una scintilla in grado di farlo galoppare, roteando le lancette in un ballo frenetico come la sua vita di allora. Se al posto del cellulare avesse avuto un ferro da stiro nulla sarebbe cambiato in tasca, a parte la differenza di peso. Era uscito dal giro, era emigrato in lande oscure, al declivio tra la pazzia controllata di chi vede scolorirsi tutto attorno a sé, e una malsana, ma appunto salubre, voglia di riscatto, di rivincita, di nuova scalata dei ceti sociali, caste velate ed immarcescibili, luoghi di iraconde battaglie, dettate e agognate mediante il denaro, la disponibilità di risorse che obnubila qualsiasi altro sentimento; tanto era imbruttito che non riusciva più a possedere potere monetario, scialacquato alla grande nei tempi d’oro. Era da molto che non frequentava i templi moderni quali aeroporti, autogrill, centri commerciali, dove la fretta insana e bugiarda attanagliante individui socialmente abiurati alla, se esiste, normalità, e dediti ad una recita recalcitrante intelletto, rettitudine di spirito, concertazione di sentimenti ineludibili per una conduzione sociale, se esiste, normale, sostituita dall’ipnotica simulazione tendente a mascherare l’assenza di sé attraverso un ritmo estremo di gozzoviglie, voracemente bruciate all’altare della dea Ostenta, mascherante il deserto dell’animo con una vorticosità composta da suonerie impazzite, vacui dialoghi attorno al totem Visibilia, matrigna voluttuosa, gelosa, esigente un’esteriorità estrema fondata su sabbie mobili, su palafitte nebbiose, su gelsi rinsecchiti nel gelo, accelerante calendari, sminuzzante stabilità, concetti, posizionamenti reali nello spazio infinito ma pur sempre ristretto, allontanante alti e temibili concetti quali morte, sofferenza, sensoriali percezioni del, ammesso che esista, reale, confinamento dell’io nel degno recinto costellato da lupi famelici pronti a sbranare l’ineluttabilità della fine del proprio mondo, della scomposizione degli atomi sfuggenti e desiderosi un giorno di tornare a formare stelle e pianeti, immoti ma saldi, silenziosi ed inutili ma reali, quasi che possa essere condanna il coabitare dentro un vivente capace di alterare la, ammesso che esista, realtà del gioco preparato da sempre, nel sempre, per sempre.
Si sentiva emarginato, l’ardore per tornare laggiù, perché è del laggiù che si parla, lo affascinava oltremodo, tendendo a riorganizzare una mente recalcitrante, il suo cuore affannato, le sue membra abusate. E quella malinconia nel contempo lo affascinava, vi era qualcosa di strano, d’impalpabile, mistero emergente, ospite inaspettato, balbettio umorale squassante quel poco di ancora vivo, di flebile bagliore che a tratti intravedeva, quasi squassato.
Che quest’onta, questo precipizio vissuto, questa grotta mal illuminata divenisse attraente? Può il nero affascinare, il buio silente invaghire?
Come detto rallentava lo spazio tempo attorno a lui, la dilatazione del giorno giganteggiava: ore trasformate in secoli come una strada desertica in un altopiano inesplorato, attraversato tra il rombo di un cuore che mai ascoltò, di un brusio sconcertante generato dal silenzio, il fragore del Sé!

“Ma parlo!”, si disse nell’attimo scoperchiante il paonazzo, per mancanza di ossigeno, nocciolo d’oro, tralasciato inspiegabilmente da lustri. Avvertì una mancanza da stordimento, s’affannò a dubitare, perché il dio Dubito fulmineamente tentò di velare, obnubilare il vagito dell’Essenza. Una concatenazione di eventi, un frullato di disattenzioni aveva smascherato l’arcano, il fulcro, il fuoco. S’incontrò con sé stesso, ebbe la fortuna di conoscersi, di familiarizzare, confabulare, discettare, pianificare, facendo confluire sensazioni misteriose, allocate chissà dove e da quanto; vide il vagito della reazione a catena, srotolante il Vero. Attorno a lui ogni altro espediente svanì, la missione stordente s’affievolì, le grandi praterie, i percorsi scoscesi incredibilmente appetibili gli si pararono davanti. Per la prima volta, straordinariamente, si trovo solo, solo con sé stesso. E fu sera e fu mattina. Secondo giorno.        

venerdì 29 giugno 2018

Sfacciato!



Ma guarda cosa combina questo millantatore che si è addirittura azzardato a battere i pugni sul tavolo davanti all’Europa invece di raccontare barzellette, di mettersi sull’attenti, di sorridere “allacazzo&campana”, di dire “signorsì” in cambio di spiccioli da utilizzare per mancette elettorali! Populista della malora!

Selvaggia


venerdì 29/06/2018
IL PROTAGONISTA
Povero Renzi, ora è più triste del boiler rotto della Minetti
RIPOSIZIONAMENTI - L’EX PREMIER ORA SENATORE CERCA L’ALLURE DA STATISTA COPIANDO L’AMERICANO. MA GLI EFFETTI SONO BEN DIVERSI

di Selvaggia Lucarelli

A guardare gli sconfitti eccellenti alle ultime elezioni e nella formazione del nuovo governo, pare che tutti abbiano trovato una loro dimensione. Giorgia Meloni – quella che aveva dichiarato “Vado spesso in Inghilterra, sono stata da poco a Dublino e in Scozia” e col direttore del Museo egizio non distingueva la differenza tra lingua araba e religione – ha invitato Roberto Saviano a studiare.
Che è un po’ come se la Isoardi invitasse tutte a fidanzarsi per amore. Ergo, continua a fare la sua solita, nota opposizione: alla perspicacia. Silvio Berlusconi, mentre Salvini gli voltava la faccia, si è rifatto la sua per la tredicesima volta.

Inoltre, ben lontano dal motto “prima gli italiani” del traditore Salvini, appreso che è terminato il programma di aiuti internazionali alla Grecia, ha offerto pieno supporto alla valletta greca di Tiki Taka Ria Antoniou. Non promette un ingresso immediato nella zona euro, ma l’ingresso in zona Certosa è spalancato. Nessuna misura di austerità prevista. La Boldrini cazzia Conte e Salvini in aula per gli aiuti negati ai migranti, Grasso cazzia Salvini per la faccenda della scorta di Saviano e Saviano, a sua volta, pure se non si è mai candidato, da solo fa più opposizione al governo di Martina, Calenda, Orfini, Cuperlo, Franceschini e Orlando che sono troppo presi a starsi sui coglioni tra di loro per farsi stare sui coglioni qualcun altro. Poi, in un angolino che vaga come un gatto che non trova la lettiera, come una pallina da golf che gira intorno alla buca, c’è Matteo Renzi. L’uomo che la sinistra l’aveva persa da un pezzo, ora non ha più nemmeno un centro. Osservare la sua ricerca disperata di un posizionamento è una delle cose più malinconiche accadute negli ultimi dieci anni dopo l’esclusione dell’Italia dai Mondiali e la Minetti che al telefono diceva a Berlusconi “Non funziona il boiler, c’è l’acqua fredda in bagno!”. L’uomo che usava i social per indirizzare, bacchettare, ironizzare, ora si limita mestamente a retwittare Roberto Burioni e Pina Picierno. Non dice la sua, la fa dire agli altri, roba che se fino a un anno fa gli avessero detto che avrebbe preferito tacere per retwittare la Ascani, si sarebbe lanciato giù dalla seggiovia a Courmayeur.

Tra un po’ si retwitterà i complimenti come Paola Ferrari. Utilizza l’hashtag #neuro per perculare l’avversario e #altracosa per ribadire che il Pd è “un’altra cosa” rispetto al governo. Sì, quell’altra cosa che non votano manco più in Toscana, nello specifico. È probabile che se Massimo Ceccherini oggi si candidasse a sindaco di Firenze con la Lista “Maremma maiala” probabilmente prenderebbe più voti di un qualsiasi candidato del Pd. Poi, siccome lui vorrebbe essere Obama almeno quanto Justine Mattera vorrebbe essere Marilyn Monroe e Barbara D’Urso Oprah Winfrey, comincia a scimmiottare la vita dopo la politica dell’ex presidente americano. Obama fa conferenze pagate in giro per il mondo e allora Matteo fa conferenze pagate in giro per il mondo. Andrà in Africa per i cent’anni dalla nascita di Mandela perché scherziamo, non può mancare, nel 2012 da sindaco di Firenze gli aveva consegnato il prestigioso Fiorino d’oro e il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha già fatto sapere che se alla celebrazione non c’è Renzi, per protesta, ripristina l’apartheid. È già andato in America, al cimitero di Arlington per il cinquantesimo anniversario dalla morte di Bob Kennedy e in ottobre andrà al cimitero della Leopolda, per i funerali del Pd. Pare andrà anche in Kazakistan e in Qatar dove ha intenzione di tenere un convegno sul tema su cui è più ferrato – i referendum – e di suggerire all’emiro e al capo di Stato kazako di indirne subito uno certamente vincente, ovvero: “Basta petrolio, torniamo a esportare solo tuberi, siete d’accordo?”.

Obama scriverà un libro con un contratto da 65 milioni di dollari, e naturalmente anche Matteo ha il libro pronto. Parla della sua vita dopo la politica, per cui è di tre pagine in tutto di cui due sono la prefazione di Luca Lotti sul segreto del suo rovescio a tennis.

Infine, Obama firma un contratto per varie produzioni con Netflix e guarda caso anche Matteo sta valutando un programma con Netflix. Secondo le prime indiscrezioni, si tratterebbe di una trasmissione sulle bellezze del nostro Paese. Renzi inaugurerebbe il ciclo descrivendo la sua Firenze e gli antichi splendori, ovvero tutto il periodo che ha preceduto l’arrivo suo e di Nardella. Insomma, Matteo Renzi, angustiato e in cerca di un’identità più vincente di quella del senatore semplice che chatta in aula mentre parla Conte, cerca in tutti i modi di imitare Obama. Peccato gli manchi solo una cosa: essere Obama.

giovedì 28 giugno 2018

Una foto, tanti pensieri



Una banalissima foto, un'alba o un tramonto, una semplice immagine può scatenare fantasie, pensieri, meditazioni. Si, perché questa foto è stata scattata dalla sonda europea ExoMars, ed è appunto un tramonto marziano.
Che vi viene in mente? Se m'immedesimo nel momento mi viene nostalgia, solitudine, tristezza. Se fossi lì soffrirei come un cane bastonato della mancanza di umani, che molte volte denigro, non sopporto, critico, evidenziandone difetti e fastidi. 
Mi mancherebbe il caos che quaggiù non sopporto; forse avrei pure nostalgia di tanti imbecilli che incontro quotidianamente. 
Questa foto potrebbe essere un toccasana per l'elitario che è in me. Star da soli a volte è un incanto. Costruirsi invece un panorama come quello scattato dalla sonda, una dannazione. A volte capita infatti di non condividere nulla con nessuno, rendendo invisibile l'altro, trasformandolo in essere insignificante. 
La nostalgia eruttante da questa foto, mi sia di monito.