I colori della cronaca
DI MICHELE SERRA
Se vivessimo nel famoso "paese normale", nessuno si chiederebbe dove è
nato il ragazzino che ha accoltellato la prof a Roma, e di che colore è la
sua pelle. E nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che l'ha
soccorsa, e di che colore è la sua pelle. Staremmo discutendo di ragazzini
e basta; della loro fragilità e della loro esposizione alla violenza, che i
social trasmettono come i ratti e le pulci la peste; e della loro capacità di
empatia, per aiutare una vittima e neutralizzare un aggressore.
Invece ci tocca la classificazione etnica dei protagonisti, è il bianco
indigeno che ha offeso, è il nero importato che ha difeso; e in aggiunta ci
tocca la mesta analisi delle idee della prof, che ama Almirante e di
conseguenza "difende la razza", è a favore della remigrazione che è un
poco come essere a favore del ritorno del dentifricio nel tubetto, ma si sa
che tra l'ideologia e l'intelligenza non sempre c'è un nesso. Cosa che non
la rende meno vittima, quella prof, e meno degna di soccorso e di
solidarietà: ma oramai il quadro è avvelenato, niente è più leggibile per
come la realtà lo ha scritto, anni e anni di schifoso razzismo e di
disperato, affannato antirazzismo hanno trasfigurato le parole e gli
sguardi.
A parti invertite (il nero che assale, il bianco che difende) la storia
sarebbe diventata una bandiera per l'oscena propaganda razzista, che ha
piantato le tende, da anni, nelle prime pagine dei giornali di destra. La
sola risposta intelligente e civile sarebbe ignorare totalmente quel
criterio di giudizio. Non invertirlo: proprio ignorarlo. Non approfittare
del fatto che è stato il bianco a violare e il nero a proteggere. Mi chiedo se
ci siano ancora margini per farlo, e temo di no. La lettura cromatica degli
episodi di cronaca è di per se stessa una vittoria del razzismo.
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